
Lo Stato Sociale nel XI secolo
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15 Settembre 2025Kofi è un ragazzo ghanese di 30 anni. Un marcantonio di un metro e novanta, forte ed energico. Un lavoratore instancabile. Kofi è pienamente integrato in una ricca città del nord dove lavora come manovale da tre anni. Vive in un paese di cinquemila anime, nei pressi della grande città, dove lo conoscono tutti. Non ha impiegato molto per farsi accettare. Arrivato, come tanti, nelle barche della fortuna, a Lampedusa, e diretto ad Amburgo, strada facendo ha cambiato idea e si è fermato in Italia dietro suggerimento di alcuni suoi compagni di viaggio. “In Italia c’è lavoro, è pieno così di ditte dove richiedono giovani manovali e ragazzi tuttofare, non te ne pentirai”, gli hanno detto. E così è stato.
La sua vita, però, non è costellata solo di gioie e di soddisfazioni. Nonostante la giovane età, Kofi ne ha passate tante. La spregiudicatezza di scafisti senza scrupolo, l’orrore delle carceri libiche, l’impietoso passaggio attraverso il deserto, il rocambolesco attraversamento del Mediterraneo. Ad ogni passaggio c’era qualcuno che non ce la faceva e doveva arrendersi a un destino crudele. Finalmente l’Italia, un eldorado colorato e accogliente, dove la gente ti sorride e ti offre un lavoro e una casa. Certo, c’è chi ti guarda con occhi strani. Non si capisce bene cosa vogliano dire quegli occhi, se diffidenza, meraviglia, curiosità o paura, ma anche Kofi e quelli come lui si sono dovuti abituare a tutti quei bianchi, così diversi da loro…
Kofi è stato proprio fortunato. Il suo capo gli vuole bene e si fida di lui. Tutto si sta risolvendo in poco tempo. Presto Kofi otterrà anche il permesso di soggiorno. Il capo lo tranquillizza: per un’inezia burocratica non si è ancora arrivati a capo della faccenda, ma è solo questione di tempo. Dopodiché ci sarà l’assunzione a tempo indeterminato e finalmente Ama, sua moglie, potrà raggiungerlo in Italia. Non più su un barcone ma con un volo diretto Accra-Roma. Per il momento, dovrà accontentarsi delle rimesse che le giungono puntualmente ogni mese dall’Italia. Chissà, tra qualche mese potrà riabbracciare il suo Kofi. A quell’età, le peripezie drammatiche e gli orrori vissuti possono essere solo un ricordo. Il futuro, invece, è una promessa di redenzione e di riscatto. E ci sono tutte le premesse.
Passano i mesi, Kofi aspetta fiducioso. Ha già visto una casetta. Un due locali con cucina a vista nel centro del paese. Meglio così, pensa, in città le case sono care e poi lui e Ama vogliono tanti bambini. Meglio farli crescere in paese. Il padrone di casa è molto gentile ma ha bisogno di garanzie. Il permesso di soggiorno e una busta paga. È giusto: questione di poco tempo, lo rassicura Kofi.
Una questione di tempo, infatti. Una questione di tempo che, a volte, può diventare esiziale. Subdola. Quella mattina Kofi si sarebbe dovuto trovare su un altro cantiere, ma Admin non sta bene: febbre a 39 e una tosse che gli spacca il petto. Kofi lo rassicura e decide di sostituirlo. Il ponteggio è stato montato ma mancano alcuni parapetti e non sono stati installati sistemi di protezione collettiva adeguati. Kofi non indossa l’imbracatura di sicurezza collegata a un punto di ancoraggio. Si muove una tavola di legno e Kofi precipita nel vuoto. L’impatto è violento e, nonostante l’intervento immediato dei colleghi, per Kofi non c’è nulla da fare.
Kofi muore, ma per lo stato italiano Kofi non esiste. e quindi non può morire. Il suo datore di lavoro, l’illuminato benefattore, il padrone buono, è sinceramente dispiaciuto ma – Dio mio – non può compromettersi: ha famiglia anche lui. Preferisce insabbiare. Neanche un’indennità per la povera Ama. In tutta discrezione contribuisce alle spese del funerale che organizzano i colleghi del ragazzo.
L’ennesima morte sul lavoro? Sì, ma con l’aggravante dell’anonimato. Lavori, fatichi, contribuisci – perché no – al Pil di un paese che dovrebbe accoglierti nel suo ventre e proteggerti, ma sei soprattutto mera forza- lavoro da sfruttare. E da morto non sei nessuno.
Tanti ragazzi come Kofi perdono la vita tutti i giorni e non se ne ha notizia. Spesso vengono inghiottiti nel nulla. Le cifre dei morti sul lavoro dal primo gennaio ad oggi sono sconcertanti (952, 1 ogni sei ore e qualche minuto) ma, lo sarebbero ancora di più se scoprissimo che fine fanno tutti quegli invisibili come Kofi. Tutti quei ragazzi pieni di sogni e di buone speranze che, arrivati in Italia, ci hanno regalato la loro energia e la loro forza vitale. Tutti quei ragazzi che, malgrado tutto, non riceveranno l’umana pietas di un trafiletto di giornale o quel riconoscimento dovuto a chi cade sul lavoro. Ignorarli o dimenticarsene è solo una questione di priorità? Importa davvero a qualcuno la morte degli invisibili? Ma no, che importa, va tutto ben, Madama la Marchesa!



