
Venezia e turismo zombie
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RIGENERAZIONE URBANA L’altra Mestre
4 Settembre 2025Food porn. Tranquilli. Non si tratta di una nuova pratica sessuale, anche se potrebbe indubbiamente annoverarsi tra le più recenti forme di perversione del nostro tempo. Si tratta dell’usanza, alla quale per chiunque non è facile sottrarsi, di fotografare il cibo che si è cucinato o che ci troviamo nel piatto davanti a noi sul tavolo del ristorante e, naturalmente, di postarlo sui social media.
Questa tendenza riflette una trasformazione culturale: il cibo non è più solo nutrimento, ma esperienza condivisibile, contenuto da raccontare e da mostrare. Un’operazione voyeristica, un’ossessione quasi pornografica, nei confronti del cibo dove lo scatto culinario spesso nasce dall’impulso di celebrare la presentazione, la palette di colori, la texture e la cura con cui è stato preparato, trasformando ogni piatto in un’opera d’arte e la sua preparazione come il pezzo di un racconto visivo.
Ma mentre questa prassi poteva risultare plausibile e persino gradita per le preparazioni della Haute Cuisine con la sua estetica elegante e raffinata o per le creazioni gastronomiche dei maestri della cucina molecolare come Ferran Adrià, Heston Blumenthal o l’italiano Ettore Bocchia, siamo ormai giunti alla sua caricatura o, meglio ancora, alla farsa in un’epoca in cui tradizione e innovazione vengono costantemente rimescolate una volta inserite in quel tritatutto mediatico che risponde al nome di social network che detta mode e tendenze.
E noi, tutti, giù ad adeguarci.
“In una società consumista, – l’aveva già evidenziato con largo anticipo nel 2003 Umberto Galimberti – dove le merci per essere prese in considerazione devono essere pubblicizzate, si propaga un costume che contagia anche il comportamento degli uomini, i quali hanno la sensazione di esistere solo se si mettono in mostra, per cui, tra uomini e merci, il mondo è diventato una ‘mostra’, un’esposizione pubblicitaria che è impossibile non visitare perché comunque ci siamo dentro”[1].
A Venezia, una gelateria con due punti vendita in città, ha avuto un’idea di marketing davvero geniale e risultata subito vincente, come dimostrano le lunghe code di veneziani e turisti: coinvolgere direttamente il cliente nella pubblicizzazione del prodotto. Dopo aver acquistato il gelato, viene chiesto al soggetto di farsi un selfie e di “postare” la propria immagine con il gelato, completo di cialda di biscotto con il logo della gelateria bene in vista, su uno dei tanti social che sono in rete (anche se Instagram rimane comunque il preferito!). In questo modo l’acquirente diventa il protagonista, avendo già da tempo appurato che sicuramente ad interessare non è tanto lo sfondo, il luogo, il prodotto, bensì essenzialmente se stessi in quella situazione, in quel luogo e con quel prodotto perché, soltanto così, si può provare di esistere realmente in un contesto dichiaratamente virtuale e riceverne un riconoscimento sociale.
“Siccome agli altri siamo irrimediabilmente esposti e dallo sguardo altrui irrimediabilmente oggettivati – osserva ancora Galimberti – ed avendo ormai rinunciato per le esigenze conformiste della nostra società alla propria specificità, (gli esseri umani) sostituiscono l’individualità mancata con la pubblicità della loro immagine”[2].
Se siamo tutti “es-posti”, e qui ritorna – allettante – il richiamo della metafora sessuale che utilizza il termine inglese exposed come sinonimo di unveiled, spogliato. La nostra immagine postata, esposta al pubblico ha un che di voyeristico, oltre che di esibizionistico, ma è soprattutto un’immagine o-scena, perché esibita, messa in scena, senza considerazione alcuna per ciò che invece ha valore di identità/individualità, a voler significare quasi di intimità, valore che dovrebbe pudicamente rimanere riservato.
Cibo. Gelato. Moda. Viaggi. Ma, purtroppo, anche i figli minori, le mogli[3] e perfino la morte. Tutto viene esposto/postato senza pudore e senza vergogna. E tutto ciò a vantaggio immediato degli influencer che, creando curiosità ed emulazione, hanno trovato il modo di lucrare individualmente sul fenomeno (anche 40,000 euro per un post sulla montagna!) veicolando ed orientando stili di vita, mode e tendenze. In realtà, l’influencer oltre a ciò fa anche da intermediario, cedendo i dati (i big data, che sono il petrolio del terzo millennio) alle piattaforme del web. C’è una omologazione globale più che evidente dei gusti, dei comportamenti, degli atteggiamenti nelle immagini postate sui social. Nessuno scopre più nulla: tutti vanno dove gli viene detto di andare, tutti mangiano quello che gli vien detto di mangiare o di provare, anzi, di “esperire”. Certo che le mode sono sempre esistite, ma oggi il sistema è molto più pervasivo ed il controllo da parte delle “Big Tech” è totale. Bastano soltanto tre like sotto ad un post, anche il più innocente, e il gioco è fatto! La profilazione è già avvenuta: ora sanno esattamente chi sei, cosa ti piace, quello che farai e per chi voterai alle prossime elezioni.
La tecnologia è il vero Grande Fratello! E questa, fin dalle sue origini, non è mai stata innocente. Ne siamo totalmente dominati. Inutile la fuga in Arcadia o ad Utopia. Semmai va vietata ai minori. La tecnologia è il nostro destino collettivo.
Ha ragione allora Monica Maggioni quando ricorda come, all’inizio, “ogni volta che Steve Job saliva su un palco per un suo talk – che chiamavamo ancora presentazione – ammaliava la platea adorante soggiogata dalle sue parole e dalle meravigliose diavolerie che proponeva a ogni stagione.
Poi è stata l’era delle piattaforme social, dei motori di ricerca e del consolidamento dei grandi monopòli digitali.
Sempre nella stessa cornice. Stesso involucro, stessa grafica seducente, ma con un contenuto via via più tossico. Le fabbriche immateriali sono diventate organismi destinati a crescere a dismisura, polverizzando i confini geografici. Universi autodeterminati, senza regolamentazione alcuna, pronti a dominare il mondo e i nostri pensieri con compiacenza delle amministrazioni americane, prima, e di quasi tutto il mondo, poi. (…) I giganti del web diventano padroni delle informazioni, del mondo”.[4]
“Oggi si fa tutto di corsa e male, meccanicamente appunto. Chi fa le cose con cura non ha spazio. In questo modo fa presa chi pontifica sui social pur non avendo competenze” – Stefano “Elio” Belisari a Sette-7 del Corriere della Sera – 22 Agosto 2025
[1] U. Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli Editore, Milano (2003), pag. 86
[2] Ibidem
[3] ANSA sul sito web “Mia moglie” https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2025/08/19/foto-delle-loro-mogli-sui-social-pagina-denunciata-alla-postale_5751498e-2c4f-41a9-8cb2-63e03b6dad0e.html
[4] M. Maggioni, The Presidents, Rai Libri, Roma (2025) pagg. 96-97



