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Quanto le iniziative di Trump abbiano contribuito a rendere la situazione enormemente più difficile e pericolosa, ormai non dovrebbe esserci più nemmeno bisogno di spiegarlo, dopo aver visto i principali governanti del sud globale che rappresenta il 40% della popolazione del pianeta e il 25% del PIL mondiale, pari a quello degli USA, mettersi in riga dietro i capi di Cina, Russia e Corea del nord, tre dei regimi più repressivi del mondo, proprio nella simbolica piazza Tian An Men.
L’obiettivo del summit degli autocrati è quello di segnalare al resto del mondo che esiste un’alternativa credibile e affidabile alla leadership globale degli Stati Uniti, basata su un Mondo multipolare fondato sul libero commercio, su istituzioni capaci di legare tra loro i partecipanti in una pacifica convivenza. Che erano le proposte dell’Occidente, praticate con energia fin dall’entrata nel WTO della Cina nel dicembre 2001, divenuta allo stesso tempo un partner e un concorrente industriale per l’intera Europa con la delocalizzazione di un’infinità di processi produttivi e di siti aziendali.
Tutto questo fino al sopravvento della leadership trumpiana caratterizzata dalle follie di un presidente che si crede re e che ha dichiarato guerra commerciale innanzitutto ai suoi alleati senza nessuna ragione e senza che questi, supinamente, reagissero in modo adeguato.
Gli altri due lasciti del vertice in Cina, entrambi imputabili a Trump, sono la rinnovata centralità di Putin dopo la sceneggiata del tappeto rosso, inclusi gli applausi in Alaska, e l’avvicinamento dell’India all’asse degli autocrati di Pechino. Un risultato straordinario per il sedicente artista degli affari, ma che in realtà è il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti, un buono a nulla ma capace di tutto (cit. C. Rocca).
In questi mesi, gli aedi di Trump hanno giustificato la politica pro Mosca di Washington spiegando, spesso con effetti comici, la raffinata strategia della Casa Bianca per staccare la Russia dalla Cina e avvicinarla agli Stati Uniti: e infatti! La dottrina Trump non ha paragoni seri né riferimenti possibili, molto più semplicemente la dottrina Trump è centrata su Trump medesimo, sul suo marchio, sui suoi interessi, sui suoi narcisismi.
Il caso indiano è emblematico: l’India è il grande avversario della Cina tra le potenze economiche e politiche emergenti, eppure Trump – anziché consolidare il rapporto con Nuova Delhi costruito dai suoi predecessori proprio per costruire una via asiatica alternativa alla Cina – ha imposto dazi al 50% sulle importazioni indiane, facendo riavvicinare Modi al blocco guidato dalla Cina.
C’è poi la colonna giustificazionista sempre attiva, specie in Italia, come dimostrano da ultimo le lunari dichiarazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto sul fatto che noi europei avremmo spinto la Russia nelle braccia di Cina e India per la nostra pretesa di «giudicare», imporre i nostri modelli «di inclusività» e le nostre «regole morali». Non serve ricordare che per decenni l’Europa alla Russia di Putin non ha osato torcere un capello, continuando a farci affari e a trattarla con tutti gli onori, anche mentre sterminava i ceceni o invadeva la Georgia, senza incorrere nemmeno in una sanzione piccina picciò.
Una palla al piede
Sei elezioni regionali incombono e animano il dibattito politico di questi mesi estivi.
Come non bastasse il nulla politico che le caratterizza, dove l’unico argomento che tiene banco è chi sarà il candidato presidente per ognuno dei due schieramenti, ci sono i “cacicchi” che si esprimono con acuti degni del miglior melodramma italiano.
Su tutti De Luca e Decaro, ma anche Zaia fa la sua parte tenendo in ostaggio la Lega che è ridotta ad un simulacro di quella che fu la Lega Veneta e che solo la sovraesposizione mediatica del suo Presidente durante la stagione del Covid ha reso ancora dominante.
La minaccia zaiana è quella di presentare una lista col suo nome in appoggio alla Lega stessa, ma il risultato, che nessuno dei caporioni della Lega “nazionale”, Salvini su tutti, desidera rendere concreto, sarebbe una clamorosa debacle della Lega “ufficiale” e una vittoria schiacciante, scritta sulla pietra, del brand “Zaia”.
Con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.
Al Sud le cose non vanno tanto meglio nel cosiddetto “Campo largo” con De Luca che non molla di un punto sui contenuti programmatici che mettono in grande difficoltà la coalizione che si caratterizza per due elementi di grande debolezza: la vaghezza e la contraddittorietà delle proposte populiste sostenute dal M5S di un Conte sempre più spavaldo e aggressivo nei confronti di un PD che invece pare aver assunto le sembianze dell’agnello sacrificale, e la conseguente nomina a candidato presidente della Campania di Fico, quel grande personaggio della politica italiana catapultato dal nulla sulla poltrona più alta di Montecitorio nella tragica stagione dell’exploit grillino.
In quel della Puglia invece Decaro, da soli due anni eletto al Parlamento Europeo (che poi non ci vengano a spiegare che sono europeisti tutti quelli che quel ruolo lo hanno usato come una sliding door ad ogni occasione utile), che non è disposto ad accettare che nelle liste che compongono la coalizione CL (Campo Largo) siano presenti candidati che hanno già ricoperto la carica di presidente, ancorché in anni lontani: gli fanno ombra o meglio, come dice lui, lo condizionerebbero troppo. Hai visto mai la caratura politica del candidato!
In questa situazione il compito di rintracciare programmi e proposte per una politica regionale lo lasciamo al popolare programma televisivo “Chi l’ha visto?”.
Ma in realtà ormai le Regioni sono diventate questa cosa qui.
L’invocata autonomia regionale si è ridotta a una greppia di prebende politiche, un coacervo di normative burocratico-amministrative buone solo ad autolegittimare un personale politico di non eccelso livello, a garantire un assetto impiegatizio largamente improduttivo e eccessivamente dispendioso quanto pochi altri nell’Italia contemporanea che è inserita in un mondo in cui i Paesi che determinano le scelte e trainano l’economia rifuggono da modelli come il nostro.
Un pensiero va a quei costituzionalisti che avevano pensato che le Regioni potessero essere di aiuto allo sviluppo del Paese: RIP
Abolirle, altro che!
Venezia la luna e tu
Prima ci sono stati i fasti mondiali e il gossip internazionale portati da Jeff Bezos con il suo matrimonio stellare a proposito del quale va detto come, ancora una volta, il partito del NO abbia centrato il suo obiettivo: tenere le luci accese su se stesso non avendo prodotto nulla se non il chiacchiericcio mediatico, un classico della protesta fine a se stessa.
Adesso è arrivato l’annuale appuntamento della Mostra del Cinema che, come ogni anno, riproduce i suoi valori, le sue proposte culturali, il suo rituale e il suo red carpet sul quale vengono misurate le performance di tutti quelli che ci camminano sopra: l’abbigliamento e tutto il cucuzzaro che gli gira attorno valgono, mediaticamente, rispetto alle interpretazioni artistiche di ciascuno di loro, quanto le dimensioni della galassia di Andromeda rispetto al nostro sistema solare.
E’ il prezzo di una società schiavizzata dall’invasione dei social che ha rinunciato a guardare dietro lo specchio.
Tant’è.
La Mostra, a seconda di come butta il termometro politico, si offre anche come una straordinaria vetrina per manifestare idee, non necessariamente artistiche.
Quest’anno tocca alla situazione palestinese, con tutto il portato di morti civili e altrettante incommensurabili sofferenze.
Situazione tragica in cui a prevalere sono gli estremismi e il terrorismo; irrisolvibile alla luce di ottant’anni di politica Mediorientale caratterizzata da una lunga sequela di “nulla di fatto”; diventata occasione per esprimersi pubblicamente e qui alla Mostra sfruttando una visibilità mondiale.
Anche se poi si trascende e si scade nell’ostracismo nei confronti di due attori a quali viene imputato un appoggio acritico e indimostrato alle attuali tragiche scelte di un ormai screditato governo israeliano, a cui progressivamente sono venuti a mancare moltissimi qualificati e rilevanti appoggi internazionali.
Quello che rileva però, anche in questa occasione veneziana, è che valgono solo le partigianerie e quindi ognuno continuerà a tifare per la sua curva, Israele o Palestina.
In questo tempo sbandato nessuno può far cambiare idea a nessuno.
Ma la luna continua a brillare sulla Laguna.



