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3 Novembre 2025“Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono…”. Sono le parole di una canzone di Giorgio Gaber. Mi sono venute in mente ascoltando giorni fa un discorso di Pedro Sanchez, il presidente del consiglio spagnolo. Parole che, mio malgrado, ho fatto mie quando ho constatato per l’ennesima volta la pacatezza, l’aplomb istituzionale, l’asciuttezza priva di rancore dei toni con cui Sanchez si rivolgeva al suo popolo. E ho provato invidia. Era evidente che il presidente non si rivolgesse solo ai suoi elettori. Nelle vesti del capo del governo, quando annunciava alcuni provvedimenti presi a favore di categorie deboli della società spagnola, era il presidente di tutti, anche di quella fetta importante di elettorato che si trova dall’altra parte.
Quando parlo di asciuttezza, voglio dire che non c’era retorica propagandistica nelle sue parole, così come non c’era alcuna rivendicazione nei confronti di avversari incapaci e imbelli. C’era la responsabile posizione di chi, detenendo un potere importante, deve agire, fare delle cose, senza perdersi in polemiche che hanno il solo effetto di nascondere colpevoli inerzie. Torno a dire che ho provato una sincera invidia per gli spagnoli in generale ma soprattutto per quegli spagnoli che non lo hanno votato e che comunque possono contare su un approccio equanime, per nulla animato da risentimenti o da brame di riscatto. E mi son detta: “Ci aveva visto bene quel genio di Gaber”. Sì, perché la nostra presidente del consiglio, e dico nostra perché è la presidente di tutti, anche di quelli che non l’hanno votata, non abbandona mai la sua vis di capopopolo. Quando fa i suoi annunci, sono due i principi ispiratori dai quali non riesce a prescindere: l’odio e il vittimismo. C’è sempre tanta ruggine nelle sue parole. Sembrerebbe la puerile reazione di chi è a digiuno di politica e si fa governare dagli istinti piuttosto che costruire ponderati ragionamenti quando scende nell’agone del pubblico confronto. In realtà Meloni è un animale politico che è in grado di prevedere le reazioni dei suoi avversari, stuzzicandoli fino all’esasperazione e, di contro, a rimpolpare consensi presso il suo elettorato.
Espressioni quali “la sinistra è più estremista di Hamas” non sono sintomo di impulsività. Nel caso di questa infelice uscita, Meloni sapeva che dall’altra parte avrebbe scatenato gli istinti più bellicosi, che puntualmente si sono fatti sentire, offrendo quella caciara in più che dà colore al dibattito politico, ma che allontana ancora una volta dalla risoluzione dei problemi del paese. Analogamente, il vittimismo, il piangersi addosso sulle ingiustizie subite e sull’accanimento dei poteri forti che osteggiano il lavoro del governo, oltre che essere armi di distrazione di massa, sono ottimi dispositivi di cui la presidente si serve per ricordare ai propri elettori da che parte sta il bene.
Un piglio preciso e autoritario, da donna con i cosiddetti (e a mio avviso imbarazzanti) “attributi” piace, rassicura, invita a consegnarsi soprattutto se si rischia ogni giorno di annegare in un oceano di incertezze e di paure. Si è disposti a passar sopra a una classe dirigente inqualificabile, a una mancanza assoluta di provvedimenti utili al paese e a una politica che non è minimamente dalla parte del popolo se non quando si tratta di elargire umilianti mancette. Tutto si accetta: perentoria arroganza, scarsa attitudine interlocutoria, allergia alle conferenze stampa, inutili spese faraoniche come i centri di accoglienza in Albania o il ponte sullo stretto; tutto si accetta a condizione che ci sia qualcuno che fa la voce grossa e ostenta sicurezze corroborate da una martellante propaganda.
Quella di Giorgia Meloni è una moderna strategia della tensione che, esasperando i suoi avversari, li riduce all’immobilismo perché è una strategia che inquina il terreno di scontro. Uno scontro che anestetizza gli animi e rende nebulosi anche i provvedimenti più impopolari. Non ci si confronta sui temi, ma si litiga a distanza offrendo al popolo uno spettacolo che offende la dignità delle persone. E che dire dell’antico vizio, tipico dei regimi autoritari, di rifiutare il contraddittorio? Meloni accetta interviste solo da giornalisti compiacenti, è ostile al potere giudiziario se questo rileva irregolarità nelle decisioni dell’esecutivo, non fa accordi con i sindacati e durante le interrogazioni parlamentari irride i suoi avversari con faccette, sbuffi e ghigni.
La sua è una strategia muscolare che ben si attaglia ai militanti di destra e che trova in Donald Trump e Javier Milei autorevoli esponenti. E Meloni rimane pur sempre una militante di destra che sceglie di dimenticare l’urbanità politica che il suo ruolo istituzionale le impone. Ma è evidente che questo piace e, grazie a un’opposizione debole e divisa, le offre ottime garanzie per una rielezione alla prossima tornata elettorale. Cavallo vincente non si cambia e, di questo passo, potremmo trovarcela tra qualche anno al Quirinale. Già qualcuno dei suoi cortigiani (al maschile si può dire, mi pare) ha ipotizzato una Meloni presidente della Repubblica. Non voglio pensarci ma, in un Paese che ha visto guitti, nani e ballerine occupare gli scranni più alti dello Stato, in un Paese che ha dimenticato quanto tragico sia stato il ventennio fascista, in un paese che sembra non cogliere in una prassi politica così inappellabile i germi della deriva autoritaria, mi aspetterei di tutto.
Per il momento, auguriamoci che Dio ci preservi Mattarella. Quanto agli anni che verranno, prima o poi, si spera, l’Italia si desterà, come diceva il vecchio adagio, avremo il presidente di tutti, e non di una sparuta minoranza di elettori, rettificheremo il testo di Gaber e ci sentiremo tutti orgogliosamente italiani. Chissà mai che sia la volta buona che qualcuno provi invidia per la nostra democrazia?



