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28 Gennaio 2026Editore Supernova, una dedica con quattro libri di quattro amici
Esiste da trentotto anni a Venezia una casa editrice, la Supernova, che ha svolto e svolge tuttora un ruolo di costante ricerca di informazione storica e territoriale su Venezia e la laguna, senza trascurare la terraferma. Ma non è solo questo l’ambito. Supernova nel tempo persegue l’obiettivo, riuscendovi, della valorizzazione di competenze e talenti che ambiscono a cimentarsi nella scrittura, sia saggistica che narrativa, o l’uno e l’altro insieme. E lì trovano ascolto e spazio. Bisogna perciò rendere merito al fondatore e al mentore della casa editrice, Giovanni Di Stefano, perché con costanza mantiene questo impegno, che non accenna a fermarsi.
Con sede in una bella villa liberty del Lido di Venezia, presente sulla scena dal 1987, la casa editrice si è distinta per un’incessante produzione, oltre che sui citati temi locali, anche spaziando in letteratura (in poesia soprattutto), arte, cinema, narrativa e molto altro. Tra questo ‘molto altro’ la città d’origine dell’autore, la siciliana Ragusa, che con la dirimpettaia Modica costituisce un binomio notevolissimo sul piano urbanistico e architettonico. Soprattutto Venezia, come già detto, è stata visitata e rivisitata da Supernova sotto molti aspetti e, cosa rara, il Lido, un territorio e un litorale poco trattato, di cui è stata fornita una documentazione preziosa di fatti e luoghi, persino ordinati cronologicamente.
Nessun tema in realtà è stato precluso, per la consapevolezza che la comunicazione attraverso la scrittura, se è rigorosa nella forma, nei contenuti e nella competenza (e i libri di Supernova credo lo siano), lascia una traccia insostituibile, costituisce un mattone del sapere e dell’esperienza artistica. In trentotto anni sono usciti a spanne settecento titoli, ma potrei sbagliarmi per difetto, con una valorizzazione certosina di persone e autori del nostro territorio, come pochi hanno saputo o voluto fare. Un’intellighenzia sommersa, carsica, su cui è stato proiettato un cono di luce. Scorro i nomi degli autori e trovo molte conoscenze personali (tra questi i mai dimenticati Nane Paladini e Guido Sartorelli), persone e autori che si affiancano senza falso pudore a grandi della letteratura regionale assurti al livello nazionale come Luigi Meneghello e Andrea Zanzotto.
Dedico per questo all’editore alcune brevi notazioni su quattro persone, quattro autori, non recensioni vere e proprie, persone non qualsiasi, bensì amici accomunati, senza conoscersi tra di loro, se non di recente in un caso, dall’aver prodotto pubblicazioni nell’anno appena trascorso, il 2025 e perché dimostrano nel loro insieme tutta l’attitudine della casa editrice. Si tratta di lavori completamente diversi tra di loro e questo la dice lunga sull’ecletticità della produzione editoriale, espressa in questo caso con quattro formule ben distinte. In comune hanno l’inclinazione a non farsi vivere ma a condurre con passione la propria esistenza dandole senso con l’applicazione mentale, con l’impegno non al fare per fare, se no ce la si cava con le parole crociate o con i solitari a video, ma al fare per testimoniare di esserci stati e di depositare un lascito, di apporre una firma, la cifra della propria esistenza. Ho detto quattro amici e intendo la lora amicizia nel senso che la intende Primo Levi nella poesia che si intitola proprio “Agli amici” in cui scrive” …dico amici nel senso vasto della parola, persone viste una volta sola o praticate tutta la vita” e più avanti” …di noi ciascuno reca l’impronta dell’amico incontrato per via” .
ENRICO FORTUNI, Fregole de pan *
Enrico Fortuni, ottantasette anni ben portati, ha fatto tutt’altro nella vita che lo scrittore, ma un elemento scopri in comune con chi invece questa attività la fa per professione o come esperienza costante: la curiosità per ciò che lo circonda. Una curiosità, quella di Enrico, ben disposta verso i suoi simili e verso i mille particolari che la realtà sociale e materiale manifesta nelle sue pieghe e nella sempre sua cangiante articolazione. Per questo ‘Fregole de pan’ è il titolo del libro, che forse vuole alludere alla apparente irrilevanza degli oggetti di cui parla, alla loro fragilità che diventa tuttavia nelle sue pagine il perno della narrazione, condotta con tono semi serio, come già dichiarato nell’introduzione. Lo scenario privilegiato è la Venezia storica, con qualche incursione in terraferma, ma dopo un po’ che si avanza nella lettura ci si rende conto che l’osservazione dei mille particolari della città (iscrizioni, fregi, oggetti…) sono quasi la metafora di qualcosa d’altro, oppure l’occasione per mettere al centro il vero protagonista, lo stile dell’opera, che il titolo volutamente minimalista oscura, o se si vuole, emerge per contrasto.
È nello stile che riconosci qualcosa di originale e l’autore mi scuserà al riguardo gli accostamenti con personaggi e modalità letterarie, germinate nel pensiero, assicuro, spontaneamente. A volte c’è un andamento da filastrocca, a volte da novella boccaccesca, altre volte ancora, azzardo, da manifesto futurista, non tanto nel contenuto quanto nelle dissonanze, mi pare volute, dell’esposizione. C’è lo stralunamento dei personaggi che ricordavamo, per esempio in un Enzo Jannacci, non casualmente forse citato, sempre nell’introduzione, e poi a volte le storielle sembrano un gag surrealista tipo Seiunozero, l’irresistibile trasmissione radiofonica condotta dal duo Lillo e Greg. C’è poi infine il gusto della divagazione, non così facile letterariamente da sostenere, e che in certe novelle diventano dopo un po’ il soggetto principale, facendoti dimenticare da dove si era partiti, salvo poi ritornarci per chiudere, quasi incidentalmente, qualcosa di cui avevi perso le tracce. Insomma, una divagazione che può ricordare l’opera di Jerome Jerome, Tre uomini in barca, vattelapesca com’era cominciata per lo scrittore inglese la vicenda nata da una delle tante soste dei tre lungo il Tamigi. In ‘Fregole de pan’, alla fine, non sai mai se quello che leggi è realtà o fantasia, ma non indagare troppo sull’una e sull’altra aiuta a mantenere questo senso del mistero leggero e un po’ beffardo. Lo stile, dunque, sembra essere lo sbocco di un’osservazione empatica con la realtà, qualcosa di cui tutti noi, esacerbati da un contesto contemporaneo non proprio rilassante nelle relazioni sociali e politiche dell’Italia e del mondo, di tanto in tanto sentiamo il bisogno, in definitiva una boccata d’aria. I temi delle ‘Fregole’, scorrendo l’indice, si sommano senza un’apparente logica, dal gioco della tria ad una porticina nascosta, da un pranzo di pesce e dai formaggi alla neve. Ma mentre ci si appresta a fare questa osservazione, almeno una, da maestrina dalla penna rossa, decretando questa illogicità come una debolezza, ci si dà una pacchetta sulla fronte con il palmo della mano nell’accorgersi all’improvviso che invece è la forza narrativa che dà vigore al testo.
*I diritti d’autore di questo libro vanno per finanziare un’opera di solidarietà umanitaria per un orfanatrofio kenyota
MIRCO ROSSI, L’ultimo fanganèo
Di Mirco Rossi e del suo libro, “ L’ultimo fanganèo” ho già parlato in un articolo su questa rivista e a quello rimando per un approfondimento (https://www.luminosigiorni.it/cultura/lultimo-fanganeo-una-storia-vera/) e qui mi dilungherò di meno.
Anche per lui si tratta dello stesso protagonista unificante di “Fregoe de pan”, lo stile, stile semplice e diretto per riuscire a rendere la profondità dei sentimenti, a volte esplicita a volte meno, all’interno di un racconto largamente autobiografico. È la vicenda umana di un uomo, l’io narrante, che percorre un lasso temporale di quasi ottant’anni. Si vede l’esigenza di fare un bilancio della vita e in questo Mirco chiede soccorso al lettore, senza accampare scuse, mostrandosi con nudità e piuttosto sembra dire: io sono stato questo, prendere o lasciare.
La suggestione del racconto è forte e non escludo che ciò dipenda anche dal fatto che fin dall’inizio lo scenario del protagonista è la Venezia vasta di terra e di acqua che privilegio come concreta realtà della mia città, soffro la Venezia presuntuosamente solo acquea e mi mette a disagio la terraferma quando le volta le spalle. Mirco, nella sua vita che ci racconta, attraversa il ponte della Libertà con la scioltezza di chi scavalca il Ponte sul rio Nuovo vicino a casa mia. Per lavoro, scuola, amicizie e affetti, tutti a scavalco di qua e di là dell’acqua, la maggioranza nella parte di terra ovviamente, perché le origini e molte relazioni sono lì, ma con esperienze umane di qualità anche in quello che, a ragione, lui chiama ‘centro storico’. In ogni caso è un punto a favore per me, una cosa che di suo mi dispone bene perché mantengo la medesima identità, la sua città, anzi la sua comunità, ha le stesse dimensioni della mia.
Si parte dalla Gazzera (Quartiere? Paese? Località? cos’altro?) bozzolo di origine di Mirco, e anche questo mi avvicina perché nutro un particolare affetto per questa borgata agreste, in seguito anche operaia, ormai da tempo inglobata nello sviluppo urbano ma, e affetto fosse solo per questo, tenacemente ignorata dagli abitanti di Mestre, che è a un passo, e della terraferma in generale, figuriamoci poi dai lagunari.
C’è nella vicenda di Mirco una storia di una profonda relazione affettiva e amorosa, per altro non finita bene, che, pur cominciando da metà libro in avanti, avevo individuato nel mio articolo precedente come la vicenda centrale che informava di sé tutto il lavoro, che dava il disvelamento dei sentimenti. Mirco si è un po’ sorpreso della mia predilezione, ben conscio che quella vicenda aveva importanza, ma riportandomi anche ad altre peculiarità che si augurava emergessero dalla fitta trama per il lettore. Come tutto l’impegno politico e sindacale che lo vede da una data in poi protagonista con la moglie e di cui si percepisce certamente la portata. Rileggendolo, ciò è vero, e questo scenario si somma ad un altro ancora, quell’ascensore sociale, anche per lui, che viene effettuato con tenacia assecondando lo sviluppo economico e sociale dell’Italia del tempo. In effetti quell’impegno politico successivo è un’esperienza rilevante più di quanto me ne fossi accorto in prima battuta e devo dire che la mia rimozione parziale nasce anche dal fatto che nel tempo ho maturato una severa critica storica su quella fase. Che ha visto anche me in buona parte giovane protagonista o, meglio, aspirante ad esserlo (quindi anche severa auto-critica storica).
Si tratta, per essere espliciti, di quello che io – e non solo io – ho chiamato sessantotto lungo, più di un ventennio di profondo sommovimento sociale e culturale, iniziato, per stare molto larghi, alla fine degli anni ’50, per concludersi o esaurirsi, sempre per stare larghi, all’inizio degli anni ’80. Un periodo che anche per me ha segnato la vita e di cui recupero totalmente la prima parte, libertaria, liberale, molto socioculturale, persino artistica, e soprattutto non etichettata a sinistra. A posteriori do al contrario una lettura, con tutt’altri occhi rispetto ad allora, della seconda parte di quel ventennio, la più lunga, iniziata secondo me già alla fine del ’67, essendosi nell’anno successivo, il famosissimo, imboccata la strada del conflitto permanente, con l’utopia che diventava un truce marxismo leninismo militante – non per tutti o non per molti, ma accondiscendenti tutti o molti – ; e non dimentico il silenzio poco utopico di quella militanza dogmatica per un altro’68 contemporaneo, quello di Praga e dalla sua Primavera. Ed è detto tutto, se si pensa a ciò che ne è seguito.
Mirco però nelle presentazioni pubbliche già svolte confessa che durante gli anni ’60 era troppo impegnato nell’ascensore sociale per dedicarsi all’impegno politico a cui invece si dedica nel decennio successivo. Forse senza essersi reso conto che ascensore sociale e fase che precede il ’68, quella che io amo, erano facce della stessa medaglia, stavano insieme, perché, anche quando veniva contestata, la crescita economica era in realtà il motore occulto dell’aspirazione libertaria, solo in seguito mortificata dalla pesante deriva ideologica.
Anche tutto ciò è quindi rilevante nella sua contraddizione, se riesce a provocare il lettore che è in me, con qualcosa che emerge a sbalzi e si intreccia in una vita vera, vissuta (“Confesso che ho vissuto”, per richiamarsi a Pablo Neruda). E siamo grati a lui per la trasparente sincerità con cui si mostra a chi legge.
GIACOMO DALLA PIETÀ, Cento sonetti
Con Giacomo Dalla Pietà continua la collezione per il 2025 di Supernova di opere che in comune hanno l’essere fuori dal consueto, come le precedenti di cui ho già parlato, in qualche modo trasgressive nell’essere imprevedibili, da non potersi incasellare. Lui è un giovane adulto, nel senso molto ampio che si dà oggi a un cinquantenne, molto ampio. È figlio di persone che mi sono care, ma parlarne con profondità mi è meno facile perché con il suo libro Giacomo fa il poeta, adottando una neo-sperimentazione che mi trova nello stesso tempo ammirato e moderatamente impreparato: la classicità in lirica, hai visto mai, una cosa antica nel cuore del primo secolo del secondo millennio. Però mi trovo ad essere sufficientemente attento per rendermi conto che l’autore in questo libro antologico (“Cento sonetti” il titolo) ha avuto coraggio. Non si può definire che così la decisione con cui va in controtendenza, proponendo un tipo di composizione poetica, il sonetto, la formula classica della lirica italiana, sostituito dal ‘900, e un po’ avvilito, da decenni di verso libero, privo totalmente di vincoli strutturali, il prezzo, comunque non disprezzabile, della modernità.
La sua formula lirica calza bene, tuttavia, con la personalità dell’autore e, conoscendolo anche solo indirettamente, so del rigore formale con cui si esprime, anche in musica e anche nella lingua latina, un altro suo importante campo d’azione, forse il più importante. Del resto, la classicità, come detto, è il filo conduttore anche di questa raccolta. Si sente, per esempio, nel lessico la formazione, appunto, latina, ma il richiamo più diretto è ai classici italiani, quelli approcciati da tutti noi ai tempi del liceo. Se leggo un verso come questo:
Fine d’ottobre lascio Roma, quanti
Ricordi ognor mi affollano la mente
Il richiamo immediato, d’istinto, anche se non saprei dire perché, è a Foscolo, nonostante l’incipt prosaico quasi montaliano. Pensiero mio, forse sbaglio.
Di Foscolo, e lo ricordo bene, Giacomo mantiene anche quell’attitudine o il vezzo del richiamo autobiografico e di diario poetico, come il caso citato che non è l’unico, oppure lo scopo celebrativo di eventi rilevanti, passati e presenti. E poi nei “Cento sonetti” non ha pudore dei sentimenti, anche qui come i più grandi, espliciti o celati nel riferimento allusivo o dalla parola desueta. Emerge in alcuni passi il moto dell’anima che esprime implicitamente la riconoscenza verso i suoi genitori, l’amore tenero per loro, con cui condivide ancora oggi molta parte della sua esistenza.
Giacomo non fa mistero della sua inclinazione profondamente religiosa, che esprime sia con riferimenti evangelici, con predilezione per il mistero, anche miracolistico, sia con chiari e netti richiami alla tradizione cattolica e ai suoi ministri più alti, i papi, o potenziali papi, dedicando alcune poesie, come un gioco, ad alcune figure di cardinali, per l’appunto ‘papabili’. Questi accostamenti non sono sorprendenti in un cultore della classicità, perché è noto come essa sia transitata nella tradizione religiosa, che ne ha assunto la cultura anche come forma di mantenimento del potere, .
Teniamoci dunque stretta questa leggiadra raccolta, teniamoci l’ironia, il gusto di qualche parodia, e persino il divertissement che l’accompagna quasi sempre, con bersagli mobili e parole mai dure e mai utilizzate per far male. Anche questa una controtendenza, da bene accogliere in tempi di social.
FRANCO VIANELLO MORO, Venezia, pietre curiose de citra e de ultra
Tengo per ultimo una pubblicazione del 2025 di Franco Vianello Moro che riguarda l’osservazione con molto materiale fotografico di una notevole quantità di particolari iconografici in pietra, disseminati per la città storica di Venezia, curiosi, inediti, nascosti e riguardanti un universo di messaggi da comunicare o dimostrare. Lo dice il titolo del libro, scritto anche con la collaborazione dello stesso editore Di Stefano e di quell’Enrico Fortuni che è poi l’autore di “Fregole de pan”. L’attitudine alla curiosità per le cose minime è la stessa.
Franco è una persona che da qualche anno ha impugnato con maggior decisione la macchina fotografica, una passione che per la verità ha sempre coltivato, e attorno alle foto ha intrapreso narrazioni sulla città storica o sulla città d’acqua, come a volte l’ho sentito chiamarla. Le fotografie hanno cucito i diversi percorsi tematici, industria, campielli, insegne antiche, fregi di ogni tipo elevati sulle pareti degli edifici, luoghi iconici e luoghi del silenzio durante il contagio. Non sono la persona più indicata per giudicare tecnicamente le fotografie, sue e di chiunque, ma quel che posso dire è che gli oggetti vengono resi efficacemente, a volte meglio di quel che sono nella realtà.
Fa piacere ricordare che tutto nasce da una collaborazione in cui ho scritto i testi sull’archeo industria e in generale sul Novecento a Venezia, rappresentati per immagini attraverso le fotografie di Franco. È stata l’opera prima, con una pubblicazione ambiziosa la cui copertina esprime bene il contenuto, con il Cotonificio tardo ottocentesco visto e fotografato da Giudecca. Viene regolarmente ricordato da lui quando se ne parla anche in pubblico, e lo ringrazio, che quel lavoro gli è stato ispirato dal mio libro “la grande Venezia nel secolo breve” una guida del Novecento, che per la verità è ormai datata e che non mi decido a rivisitare come si dovrebbe, perché mi manca il coraggio di intraprendere un nuovo lavoro. Ci vorrebbe qualcuno che mi aiuta e magari lo chiederò proprio a lui, chissà.
Quel sodalizio ha avviato il contatto con Supernova che ha poi prodotto almeno altre sei sette pubblicazioni in pochi anni, non male. Ne emerge un affetto per la città che Franco non riesce a celare. Lui conosce anche Mestre e la terraferma, è unionista come visione di città oltre che di fede calcistica, ma per i suoi lavori con difficoltà attraversa il ponte della Libertà. Ha messo in stand by un lavoro su Porto Marghera perché, e lo capisco, non gli è congeniale. Del resto, è giusto che ognuno sia quel che sia e quello che si sente di essere. I buoni prodotti emergono solo così.
Non si fermerà, credo di conoscerlo un po’, c’ha preso gusto, la città è una miniera inesauribile. Chiudendo con lui e riportandomi alla casa editrice posso dire che le ultime pubblicazioni, sue come quelle di Giacomo ed Enrico, sono quello che si dice dei ‘libretti’ in formato ridotto, tascabili, su cui nutrivo qualche perplessità per l’immagine complessiva, pensavo, non troppo attrattiva. Mi devo ricredere e, se le copertine si presentano bene come in effetti si presentano, e se la carta è di qualità, la pubblicazione esprime una sua importanza. Le foto del lavoro di Franco sono piccole, ma ben impaginate e ben incistate nel teso. ‘Posso dire?’ (tipico intercalare franchesco): rendono bene e meglio.



