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20 Marzo 2026In Arsenale, al primo piano delle Sale d’Armi, quest’anno il padiglione della Repubblica del Sud Africa rimarrà vuoto. Al contrario, quello della Federazione Russa, chiuso dal 2022, potrebbe essere riaperto. La commissaria del padiglione, Anastasia Karneeva, attraverso la sua società Smart Art — specializzata in produzione di mostre — ha infatti inviato richiesta formale di partecipazione e la Biennale ha accettato il progetto.
Apriti cielo! Ventidue Paesi europei protestano veementemente contro la presenza russa e la Commissione europea minaccia la Biennale di tagliare i fondi. Questo accade pochi giorni dopo le Paralimpiadi, che vedono degli atleti russi non solo partecipare alle gare ma anche vincere degli ori e salire sul podio al suono dell’inno nazionale.
Il progetto del padiglione russo, L’albero radicato nel cielo, coinvolge una quarantina di giovani musicisti, poeti e filosofi ed è ispirato alla filosofa francese Simone Weil. Apparentemente nelle corde della mostra In Minor Keys di Koyo Kouoh, che attraversa temi domestici, spirituali e di collaborazione.
Eppure, dicono i ventidue insieme alla Commissione, si teme che tanta filosofia nasconda in realtà una natura politica, vista la presenza – verificata – di personaggi legati alla cerchia di Putin. Il pericolo è, insomma, che l’arte venga usata come soft power per condizionare il visitatore affievolendo lo spirito di solidarietà verso l’Ucraina.
Questo tipo di seduzione culturale è un’arma che gli Stati Uniti, ad esempio, conoscono bene, avendola consapevolmente usata negli anni Cinquanta per supportare l’Espressionismo astratto e l’arte Pop: in contrapposizione all’arte sociale sovietica, certo, ma anche per conquistare un mercato ancora dominato dagli artisti europei.
La domanda è se sia solo la Russia, oggi, ad allungare l’artiglio del controllo e della strumentalizzazione politica sull’arte. E qui sorgono molti dubbi.
Se torniamo al padiglione del Sud Africa, la storia è alquanto ingarbugliata. L’artista Gabrielle Goliath, scelta all’unanimità da una commissione indipendente con procedura validata da uno studio legale, vede la sua partecipazione cancellata per intervento diretto del governo. Il suo progetto Elegy, che affronta il femminicidio in Sud Africa, il genocidio degli Herero e dei Nama in Namibia e la morte di una poetessa palestinese sotto le bombe israeliane, viene contestato dal ministro dello Sport, Arti e Cultura McKenzie con la motivazione di essere divisivo.
Non ritenendo sufficiente l’affondo, McKenzie accusa l’artista persino di aver ricevuto fondi dal Qatar per il suo progetto – accuse poi smentite. Il ricorso in tribunale di Goliath viene respinto e l’artista condannata a pagare le spese processuali. Gabrielle Goliath viene quindi censurata e calunniata. Se ci sono state voci di indignazione, non hanno raggiunto le istituzioni europee. Non se ne trova quasi traccia nei giornali, se non nelle riviste d’arte.
È andata meglio a Khaled Sabsabi, artista australiano di origine libanese, anche lui scelto da una commissione indipendente. Tutto nasce dall’articolo di un giornale che prende di mira un video del 2007, You, con la ripresa di un leader Hezbollah davanti a una folla. La polemica monta, il Parlamento fa pressione sull’ente finanziatore, Creative Australia, che cede e cancella la partecipazione dell’artista alla Biennale. In Australia, però, il mondo dell’arte si muove a supporto di Sabsabi, e dopo molte proteste e qualche dimissione, l’artista viene reintegrato nel programma.
Nel frattempo il video è stato trasmesso su tutti i media. L’aspetto più tragicomico è che lo sdegno dei politici riguardava un video di vent’anni prima e non l’opera – meditativa e spirituale – progettata per la Biennale.
Ma c’è ancora un caso. Negli Stati Uniti, il governo ha chiesto esplicitamente di escludere proposte con contenuti DEI (diversità, eguaglianza, inclusione). Lo scultore newyorkese Robert Lazzarini trova però il modo di superare lo scoglio: le sue deformazioni matematiche applicate ai simboli nazionali – l’aquila, la bandiera, Washington – vengono approvate dal Dipartimento di Stato. L’università della Florida del Sud, partner istituzionale, non raggiunge però il budget necessario. Al posto di Lazzarini viene scelto Alma Allen, uno scultore di figure biomorfe astratte, destinate a non provocare nessun attrito tra il pubblico.
Anche altri paesi hanno operato scelte di artisti considerati “sicuri”, che non dovrebbero dare sorprese – ma molti amanti della Biennale, come me, sperano nell’austriaca Florentina Holzinger, una delle più irridenti e imprevedibili coreografe e performer della scena contemporanea.
Quello che colpisce, in questo convulso desiderio di controllo sull’arte da parte della politica, è la profonda incompetenza in materia – per non parlare della scarsa conoscenza di cosa sia davvero la Biennale. I padiglioni nazionali, a pochi passi l’uno dall’altro, permettono di passare da un continente all’altro: la Corea accanto alla Germania e al Canada; in Arsenale, Filippine, Libano, Nigeria in spazi contigui. E le frizioni, le affinità, gli elementi incomprensibili accanto a quelli didascalici generano associazioni visive e sensoriali, significati e riflessioni assolutamente imprevedibili.
L’esempio di Sabsabi è eloquente: il suo video presentava l’iconografia del potere nel suo aspetto più ambiguo. Visto vent’anni dopo, fuori contesto, senza competenze e attraverso una lente ideologica, il suo significato è stato deformato. E se non si è capaci di comprendere un’opera di vent’anni fa, come si può pretendere di sentenziare su quello che è propaganda e non lo è? Il messaggio “non ti faccio vedere quello che a me non aggrada e quello che tu non sei capace di capire” non sembra appartenere a questo momento storico, dove le notizie in rete sono globali e simultanee.
Un altro episodio che vale la pena ricordare riguarda direttamente Venezia. Nel 2009, per la prima volta, la Palestina è presente alla Biennale come evento collaterale: Palestine c/o Venice – a tutt’oggi la Palestina non ha un suo padiglione nazionale, nonostante sia riconosciuta da quasi 160 stati. Tra gli artisti partecipanti, Emily Jacir presenta un progetto che evoca i secolari rapporti tra Venezia e il mondo arabo. Con stazione traduce in arabo i nomi delle fermate della linea 1 del vaporetto lungo il Canal Grande. L’ACTV è “entusiasta” del progetto, che è persino disposta a finanziare. Invece, “qualcuno della municipalità” – vi invito a leggere l’intervista all’artista al link sotto – si presenta in direzione dicendo che a Venezia “questa cosa non si può fare.”
Jacir fa allora solo una mappa cartacea del progetto. È la stessa artista che alla Biennale di due anni prima, nel 2007, vince il Leone d’Oro.
Fin dalle sue origini la Biennale è stata uno strumento geopolitico, che offre ai paesi un palco dove usare l’arte come propaganda, ma nessuno potrà mai dire se questo uso sia stato efficace o meno. Perché l’arte travalica le intenzioni delle istituzioni politiche.
L’arte non è riducibile all’oggetto: può rimanere la tela, la creta, il video, ma non si possono ridurre le emozioni, le sensazioni, la felicità o i disturbi che ha generato. L’arte persiste. È una frase banale, ma conviene ripeterla, per tutti quelli che credono di poterla aggirare con sanzioni o regolamenti.
Per tornare alla Biennale che inaugurerà tra meno di due mesi, mi chiedo quanto vedremo; se saremo colpiti dalle opere in mostra o piuttosto dalla mancanza di temi di cui sentiamo l’urgenza e avremmo voluto trovare.
Sarà una Biennale del non detto?
Emily Jacir, intervista 2015



