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21 Marzo 2026Mala tempora currunt. Tempi difficili i nostri. Tensioni, ingiustizie palesi e in crescita, non ottemperanza e negazione di diritti già sanciti a livello internazionale, guerre, tutti fattori che portano ad atteggiamenti sempre più radicali, che contrappongono al bene il male, come se tutto il bene e tutto il male fossero da una parte in opposizione all’altra. Amos Oz, che ha vissuto tutta la sua vita tra tensioni e guerre dentro il territorio israeliano, mi aiuta a riflettere sul che fare oggi per uscire da questo senso di impotenza che ci ammutolisce e paralizza. Possiamo attraverso manifestazioni, dibattiti, prese di posizioni pubbliche premere sui nostri governi per indirizzarli verso soluzioni praticabili? Ma quali? Quali slogan, quali parole chiave mettere in pratica? “È l’eterno dilemma di cosa fare quando si vive fianco a fianco con la sofferenza e l’ingiustizia e l’oppressione e la violenza e la demagogia e lo sciovinismo e il fondamentalismo religioso e il fanatismo. Che fare? Ebbene, la mia in proposito è una risposta che vale per molte cose: compromesso. Sono un gran fautore del compromesso. So che questa parola gode di una pessima reputazione nei circoli idealistici di Europa, in particolare fra i giovani. Il compromesso è considerato come una mancanza di integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà.” (Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli, 2025) Ecco una parola chiave.
Ma come si arriva al compromesso? Nel linguaggio corrente e nel vocabolario ha un’accezione negativa, qualcosa di danneggiato, “salute compromessa, reputazione compromessa” Il compromesso sottintende una rinuncia, quindi non esistono compromessi felici. Un compromesso felice è un ossimoro. Quindi bisogna essere consapevoli e disponibili a non volere tutto e subito, piuttosto ci si può convincere che si possono ottenere delle conquiste realizzabili nell’immediato e soprattutto che si evitano guai peggiori senza soluzioni, se non in scontri bellici in cui tutti perdono. Al contrario l’integralista, il fanatico, colui che non si arrende al compromesso perché pensa di essere l’unico portatore di verità, prima vuole convincerti che le sue sono “giuste ragioni” quindi indiscutibili, poi passa spesso ad azione violente sempre giustificate dal fatto che il suo avversario diventa anche un nemico che impedisce la realizzazione delle “giuste ragioni”. Tre sono gli elementi valoriali che vengono a mancare al fanatico: l’empatia, la speranza e la considerazione che la vita umana è un fine e non può essere “usata” come mezzo. L’empatia è quell’atteggiamento che permette di mettersi nei panni dell’altro, di far tacere i motivi che portano ad assumere certe posizioni, cercando piuttosto di capire i motivi che muovono le convinzioni e gli atteggiamenti di chi ci sta difronte. Non è una posizione facile, perché occorre spogliarsi della veste dell’infallibile giudice e del giustiziere, per capire le motivazioni altrui. Ci vuole un po’ di umiltà, di sano realismo, del capire di poter sbagliare. Poi la seconda qualità che manca è la perdita di speranza, di poter arrivare a soluzioni possibili con mezzi quali la parola, la diplomazia, le manifestazioni pacifiche. A sostegno di tutto questo poi occorre considera la vita un valore intangibile, da non poter scambiare con altro. Speranza, affermazione del valore dell’esistenza umana, capacità di leggere la realtà storica, smascherando le informazioni parziali o addirittura false, mancano del tutto in questa lettera di una giovane brigatista: “Cari genitori – scriveva Mara Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse con Renato Curcio che aveva sposato nel santuario di San Romedio, prima di morire in un conflitto armato con i carabinieri nel 1975 durante il rapimento dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia – vi scrivo per dirvi che non vi dovete preoccupare troppo per me. […] Non pensate per favore che io sia incosciente. Grazie a voi sono cresciuta istruita, intelligente e soprattutto forte. E questa forza in questo momento me la sento tutta. È giusto e sacrosanto quello che sto facendo, la storia mi dà ragione come l’ha data alla Resistenza nel ’45. Ma voi direte, sono questi i mezzi da usare? Credetemi non ce ne sono altri. Questo Stato di polizia si regge sulla forza delle armi e chi lo vuol combattere si deve mettere sul suo stesso piano. È questo il risultato della “ricostruzione”, di tanti anni di lavoro dal ’45 ad oggi? Sì, è questo sperpero, parassitismo, lusso sprecato, da una parte, e incertezze, sfruttamento e miserie dall’altra.”
Tutto questo fanatismo non ha costruito alcuna alternativa, piuttosto ha portato lutti, dolore, sofferenze insanabili, lasciando una scia di sangue versato inutilmente. E arrivando a questi giorni sembra che una forma di fanatismo sia anche praticato da persone potenti che cercano di giustificare azioni violente, come le guerre, con motivazioni dichiarate “legittime” quanto fumose, agendo con prepotenza. Mi viene in mente la favola di Fedro “Superior stabat lupus, inferior agnus” in cui il lupo cercava di legittimare il suo desiderio malvagio di mangiare l’agnello con il fatto che il povero agnello inquinasse l’acqua del ruscello a cui si abbeveravano, pur essendo in una posizione impossibile. Contro la prepotenza, questo sì, risulta lecito opporsi con determinazione e anche con le armi se necessario, ma occorre prevenire tutto questo attraverso l’uso della mediazione che si può costruire attraverso uno studio serio e approfondito della realtà e un grande investimento in intelligenza e creatività per soluzioni che, senza umiliare nessuno, prospettino soluzioni praticabili. Per promuovere una pace vera. “Non è la pace come semplice assenza di guerra che può portare alla crescita. Deve essere una pace che passa attraverso la realizzazione e il consolidamento dei valori di giustizia sociale, di benessere per la collettività, di rispetto per i diritti umani, di lotta alle diseguaglianze. La pace intesa semplicemente come cessazione delle ostilità non è una pace che convince. Interrogarci sul senso vero di una pace che può consentirci di migliorare la condizione di esseri umani: credo che quella sia una sfida, anche intellettuale, molto più interessante.” (Enza Pellecchia, La lettura, 18 gennaio 2026)



