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24 Marzo 2026L’editorialista e vicedirettore del Corriere della Sera Massimo Gramellini, in occasione della morte del fondatore della Lega Nord Umberto Bossi, ha scritto in prima pagina un breve corsivo in cui rimarca, in positivo, le differenze tra lui e Matteo Salvini che di quel partito, senza più il nord, ora è l’indiscusso leader. Lo fa evidenziando la distanza tra il sovranismo sposato in pieno da Salvini e il federalismo settentrionalista di Bossi. Che da quel pezzo esce bene. Volutamente nelle intenzioni dello scrivente. Nella stessa giornata successiva al decesso è stato amplissimo il coro di condoglianze accompagnate da lodi per la statura e per il lascito politico. Nella destra e nella lega, ovvio, ma anche molto nel variegato mondo della sinistra. Persino la pasionaria che a Venezia esponeva il tricolore che lui voleva nel cesso gli ha riconosciuto, con rispetto, una sua grandezza.
Tutto bene e tutto probabilmente sincero, non di maniera o non solo di maniera, anche a sinistra. Tuttavia, è doveroso ricordare che Bossi per una lunga fase, fino a quando è stato in sella si può dire, non tanto dai politici ma soprattutto dal mondo che socialmente e culturalmente fa riferimento alla sinistra democratica nel suo insieme è stato visto con un certo malcelato disprezzo e come il portatore di un messaggio antisolidaristico e vagamente razzista oltre che antipatriottico (la sinistra è brava a diventare patriottica quando viene buono esserlo).
Devo dire senza infingimenti che anch’io a suo tempo e per un certo periodo (e in buona parte ancor oggi) ho provato sentimenti non dissimili e per le stesse ragioni, anche se all’interno di un ragionamento più complesso e meno liquidatorio. Sarei portato adesso che è morto a non rinnegare quella sensazione ragionata di pesante fastidio e sospetto verso la cultura che Bossi portava con sé, per quanto innovativa (ma pericolosamente innovativa). Certo è sin troppo facile vedere oggi le differenze tra la sua Lega e la Lega attuale, non fosse altro nel rapporto con l’Europa, disprezzata da Salvini e che Bossi non sottovalutava, quantomeno come contenitore delle tante patrie regionali. È vero però che molte ragioni che vedevano trent’anni fa nella Lega della prima ora un movimento con aspetti truci, grossolani, politicamente pericolosi e non privi di ambiguità non erano infondati.
L’unico vero, se si può dire, merito che va riconosciuto a Bossi è stato quello di aver sollevato per primo, per quanto in modo scomposto, la questione settentrionale, del centralismo burocratico e inefficiente e vessatorio dello Stato italiano, e l’arretratezza dell’assistenzialismo nazionale verso il centro sud della Prima Repubblica, unitamente alla richiesta pressante del bilanciamento verso un nord produttivo. Questo merito, che forse a suo tempo, questo è vero, si stentava ad attribuirgli, era però coperto e reso ridicolo da tutta la convinta e non solo strumentale messa in scena culturale a base etnica (ampolle, sorgenti e laguna, corna celtiche, quadrifogli), che Bossi in persona aveva a suo tempo allestito. Se allora quella rappresentazione ci sembrava una boiata pazzesca, a me continua a sembrare, anche oggi che è stemperata, una boiata non so se pazzesca, ma notevole.
La nazionalità padana era una pura invenzione insostenibile, a cominciare dal nome. L’italianità del nord Italia era ed è fuori discussione dai tempi di Alessandro Manzoni ( o, se si vuole stracciarla, fin dai tempi della cittadinanza romana estesa da Giulio Cesare al nord italia con oltre due secoli di anticipo rispetto al resto dell’impero). Anche se concordo che l’idea stessa di nazione ha in sé una certa arbitrarietà, compresa quella italiana. Ma c’è grado e grado. La secessione che Bossi in persona ad un certo punto ha evocato con forza avrebbe potuto essere un’accelerazione coerente ma, di nuovo, non su base etnica ma più pragmaticamente socioeconomica per i motivi già detti. Non l’avrei mai condivisa sia ben chiaro, ma stava in piedi se le ragioni si fossero basate sulla mera convenienza data dalla distanza tra il sud parassita e il nord produttivo e potenzialmente competitivo con il resto d’Europa, frenato dall’appartenenza all’Italia. Semmai su base etnica e storica reggeva meglio il progetto venetista di Beggiato e soprattutto di Franco Rocchetta, anacronistico quanto si vuole, ma con qualche fondatezza in più (e per questo da Bossi tenuto a distanza).
Sia come sia con tutto ciò Bossi si è buttato a capofitto, per necessità più che per affinità, in braccio alla destra e in quel momento ha cominciato a reclutare, senza forse volerlo, quel personale marcatamente razzista, e fascistoide dentro, che troverà una casa più agevole nella attuale Lega di Salvini (su tutti un Borghezio per esempio). Non era scontato questo slittamento a destra per un movimento autonomista. Ci sono stati movimenti autonomisti in giro per l’Europa per nulla di destra, ma di sinistra o comunque democratici di non-destra (Baschi, Catalogna perfino Scozia e Corsica). Non era scontato neppure per la sua, si fa per dire, formazione e il suo credo antifascista non era formale.
Ma le venature a modo suo razziste lo spingevano verso destra. Un razzismo stravagante. Le battute dell’esordio leghista che evocavano Etna e Vesuvio erano in linea con il suo pensiero perché ce l’aveva con i meridionali, con un atteggiamento molto simile all’antimeridionalismo contro i terroni della Lombardia e del Piemonte in pieno sviluppo anni ’60. Ma ce l’aveva con loro più per il loro parassitismo che su basi razziali e invece non sembrava un assatanato antimigranti, anche perché negli anni della sua consacrazione non erano ancora diventati un problema. Razzismo popolare e l’antifascismo della sua formazione erano entrambi sicuramente autentici e convivevano beatamente, ma alla fine una certa convenienza a far crescere e affermare la sua creatura l’ha spinto per attrazione fatale verso destra in braccia ad uno come Silvio Berlusconi che più distante da lui come postura sociale non si poteva (canottiera da muratore versus pomposo doppio petto). Ciò non ha impedito, per eterogenesi dei fini, il far formare nel tempo una classe politica anche di buoni amministratori, nel lombardo veneto soprattutto, che di necessità ha dovuto stemperare il linguaggio estremo, aiutati dall’eredità democristiana a cui certo leghismo si è sovrapposto come base elettorale.
È vero, infine, che il populismo sovranista di Salvini, non distante da quello schifosetto, deteriore e sovversivo che si vede in giro per l’Europa, è oggi cosa diversa dal populismo bossiano. Perché a me pare che ce ne siano due di letture del populismo. C’è quello antipolitico che elimina il fardello dei corpi intermedi e delle istituzioni e pretende un rapporto diretto tra popolo e una leadership, come sotto sotto lo pensa Salvini e come lo ha praticato, mi scuserà Salvini, Benito Mussolini. E c’è un altro populismo di segno diverso, che forse è ugualmente antipolitico, ma che soprattutto assegna al popolo tutte le virtù. Il popolo come valore in sé anche per la sua cultura semplice, direi elementare, popolare appunto. Ed è quello di Bossi. Che, con questa valorizzazione popolare, forse senza neanche saperlo, si è avvicinato al populismo storico della sinistra che, ricordiamocelo, ha avuto a lungo questo mito, e a cui lo stesso classismo operaio non era estraneo (la falce e il martello non sono simboli populistici?).
A me pare che la casalinga di Voghera, snobisticamente delineata per la prima volta da Umberto Eco, fosse il riferimento virtuoso di Bossi, anche o, meglio, soprattutto nella versione maschile. E devo dire che quando questo popolo invadeva Venezia per versare le ampolle con le bandiere verdi (e purtroppo con i miei gonfaloni marciani) provavo un fastidio di pelle proprio per il livello culturale che continuo a ritenere, oggi come allora, di una volgarità pericolosa. Si dirà che questo è un ragionamento elitario e snobistico, tipico di una sinistra intellettuale, alla Eco appunto. Elitario si, rivendico anche questo, senza però snobbare nulla. Perché nei miei sogni vorrei che quel modo di essere si evolvesse in qualità come crescita dell’etica sociale collettiva. Lasciato com’è e come piaceva a Bossi resta un sentimento popolare che vive di istinti quasi ferini, di emotività miope, persino gloriandosi dell’ignoranza. E continuo a ritenere che siano questi gli elementi antropologici che da sempre non fanno progredire nulla, neppure sul piano della democrazia e dello stato di diritto.
Tutto ciò a me pare si sintetizzasse nella figura di Umberto Bossi, con una grandezza a modo suo, ma piena zeppa di contraddizioni, anche negative, nel senso che ho cercato di delineare. Riconosciamoli allora l’una e le altre. Onorare una persona deceduta dicendo, anche con crudezza, la verità sulla sua figura è il modo migliore per rendergli omaggio. Vale per tutti.



