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25 Marzo 2026Dal risultato del Referendum confermativo della legge costituzionale sulla riforma della Giustizia emergono alcuni fattori degni di essere sottolineati e considerati.
La partecipazione al voto si è avvicinata al 60%, non la si vedeva così da molto tempo: solo qualche punto percentuale in meno delle politiche 2022, ma molto al di sopra delle ultime due tornate europee.
La vittoria del NO ha superato il 53% dei voti espressi.
Già su questi due fatti la prima considerazione da fare è che i sondaggisti, gli editorialisti più quotati, non ci avevano capito molto prima del voto: prevedevano una partecipazione che a mala pena avrebbe toccato il 40% con la conseguente vittoria del NO, mai netta però, e se la percentuale fosse salita oltre il 47% la vittoria del SI’ sarebbe stata inevitabile.
Bucate malamente tutte e due le previsioni.
Il secondo fattore da considerare è la distribuzione del voto con un predominio del NO in 17 regioni, lasciando al solo “Lombardo Veneto” la consolazione di una vittoria del SI’.
Con i principali 20 capoluoghi di provincia tutti schierati per il NO, anche Milano città, in controtendenza rispetto al suo voto provinciale e ancor più a quello della sua Regione.
Il Sud si è schierato massicciamente a favore del NO, con un tasso di astensione però più alto rispetto al resto d’Italia.
Il voto giovanile si è manifestato in percentuali ragguardevoli a smentire il refrain “ai giovani non interessa la politica…”.
Il NO ha registrato adesioni non marginali all’interno dei partiti della coalizione governativa (Forza Italia 18% – Lega 15%) che aveva presentato la riforma e che aveva visto tutti i suoi leader battagliare a voce alta e spesso sguaiata per ottenere l’approvazione popolare.
Il voto per il NO di Forza Italia riveste un carattere del tutto particolare se pensiamo che “la Giustizia” è sempre stato un cavallo di battaglia del suo fondatore e che in suo nome gli attuali dirigenti avevano fatto appello per un SI’ convinto.
Fatto il riassunto vengono le considerazioni politiche o meglio la lettura tutta politica di questo risultato.
C’è chi sostiene che la vittoria del NO abbia le caratteristiche di un atteggiamento puramente conservativo e di paura del “nuovo” da parte del cittadino italiano.
Che il Paese sia avviluppato su sé stesso è un dato di fatto, che il Paese fatichi ad innestare una spinta propulsiva che lo faccia uscire dalle secche di una perenne mancata crescita (con un PIL che da vent’anni – parentesi post COVID a parte – marcia sempre al di sotto del 1%) è una realtà incontrovertibile, che il Paese tema una politica liberale che sappia sprigionare energie positive e trattenere i troppi “cervelli in fuga” è un dato di fatto.
Ma leggere il risultato di questo referendum solo con questa chiave sembra non tener conto di alcuni fattori politici altrettanto importanti.
La difesa della Costituzione come elemento di ancoraggio sicuro per una vita democratica garantita nei suoi pilastri fondamentali: la separazione dei poteri.
Questa è stata la ragione principale che ha mobilitato lo schieramento per il NO, lo dicono gli analisti.
Il pericolo che una vittoria del SI’ avrebbe portato ad ulteriori “riforme” di stampo autocratico è stato avvertito come reale dalla maggioranza dell’elettorato ed ha rappresentato la seconda ragione di questo risultato.
E poi, da ultimo ma non ultimo, la luna di miele con Giorgia Meloni si è interrotta per ragioni materiali, le promesse elettorali non sono state mantenute.
Possiamo fare l’elenco? Il costo della vita, la sicurezza, il livello della tassazione, la sua adesione alle politiche distruttive del suo mentore Trump, con le conseguenze infauste dei dazi, delle guerre mediorientali con la conseguente ricaduta sui prezzi dell’energia e dei carburanti (delle accise vogliamo parlarne?).
E allora il voto è stato un voto politico a tutto tondo, altro che sofismi sulle tecnicalità e sui contenuti giuridici – che l’elettore medio faceva fatica a comprendere – di una riforma che di fondo tale non sarebbe stata e che nel suo impianto costituzionale ancora una volta era stata imposta da una sola coalizione senza confronto, discussione, possibilità di emendamenti migliorativi.
E che sia stato un voto politico che ha voluto mandare un segnale molto forte alla coalizione di governo e alla sua leder è testimoniato dall’immediata ricaduta con le dimissioni di due fra i principali collaboratori del Ministero della Giustizia e della Ministra del Turismo che di strascichi giudiziari ne ha un bel mazzo.
Col che viene spontanea una domanda: e se avesse vinto il SI’ invece non sarebbe successo niente di tutto questo? Il sospetto è fondato.
L’altro dato che campeggia è che la Giustizia, prima e ancor più dopo l’esito di questo referendum, ha la innegabile necessità di una riforma vera che accorci i tempi, che renda più trasparenti le procedure, che responsabilizzi i suoi attori, che ne separi, nella piena autonomia dalla politica, le sue diverse carriere e non solo le sue funzioni.
Serve che tutte le forze politiche si esprimano con un atto di responsabilità e provino consensualmente a riformare la Giustizia avendo come faro l’assunto che sta scritto nelle aule dei tribunali italiani: la giustizia è uguale per tutti.



