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Il voto va rispettato, sempre, ma rispettarlo non obbliga a raccontarsela. Nel Referendum Costituzionale sulla Giustizia del 22-23 marzo 2026 ha vinto il No con circa il 54% dei voti contro il 46% del Sì su un’affluenza insolitamente alta, attorno al 59%. Ridurre tutto a un plebiscito contro Giorgia Meloni è la lettura più facile e quindi la più scontata, è la scorciatoia preferita di un Paese che ama le etichette politiche perché teme le domande di sostanza.
La domanda seria invece è un’altra: che cosa ci dice questo voto sul nostro rapporto con il cambiamento? La mia impressione è semplice, in Italia il problema non è soltanto ideologico è quasi cognitivo. Facciamo fatica a mettere in fila cause ed effetti, vogliamo gli esiti senza accettarne i presupposti. Pretendiamo investimenti, crescita, salari migliori, servizi efficienti, energia abbordabile, ma bocciamo con zelo quasi liturgico tutto ciò che potrebbe spostare gli equilibri esistenti.
Il primo esempio è la Giustizia. Da anni la Commissione Europea continua a segnalare che l’efficienza del sistema giudiziario italiano resta un nodo strutturale non un dettaglio per tecnici del diritto, e non è un capriccio di Bruxelles. La Banca d’Italia ha mostrato che una Giustizia più efficiente riduce il costo del credito, ne aumenta la disponibilità e sostiene investimenti e incentiva soprattutto per le Imprese più innovative. Il concetto tradotto in parole semplici è che la giustizia non è un santuario simbolico, è un pezzo di infrastruttura economica.
Un investitore straniero, ma anche un imprenditore italiano con un minimo di raziocinio non guarda solo il costo del lavoro o l’aliquota fiscale, guarda se i contratti si fanno rispettare in tempi ragionevoli, guarda se una controversia resta una controversia o diventa un’incombenza da lasciare in eredità ai nipoti. In un’economia moderna il capitale va dove trova prevedibilità e la prevedibilità non nasce dagli editoriali sulla “Costituzione più bella del mondo”, ma da Istituzioni che funzionano.
Lo stesso vale per l’energia. È perfettamente legittimo ricordare che i Referendum sul nucleare del 1987 e del 2011 rispondevano a paure reali e a climi politici precisi, ma è altrettanto legittimo osservare che quelle scelte hanno ristretto il ventaglio delle opzioni energetiche nazionali. Non sono la causa unica della bolletta cara che devono pagare le Imprese e i cittadini italiani ovviamente, però hanno contribuito a lasciare l’Italia più esposta alla dipendenza da fonti energetiche importate, in un continente come l’Europa che ancora dipende in massima parte da energia non rinnovabile e in proposito l’IEA ricorda che per l’Italia le importazioni di combustibili fossili restano una componente importante dell’approvvigionamento. Nel frattempo anche sulle rinnovabili il problema europeo e italiano resta quello dei permessi lenti, delle opposizioni locali e della difficoltà di trasformare gli obiettivi in cantieri. Poi però ci si stupisce se la manifattura arretra o comunque fatica più dei concorrenti, quando il costo dell’energia diventa una variabile strategica e non un accidente meteorologico.
Qui sta il punto, non è il nucleare in sé, non sono neppure le rinnovabili in sé, è il riflesso nazionale del no a tutto. No agli impianti perché impattano sul territorio, no alle infrastrutture perché disturbano il paesaggio, no alle riforme perché alterano equilibri consolidati, no alla concorrenza perché mette a disagio, no al mercato quando seleziona.
Intanto gli indicatori non sono esattamente promettenti. L’ISTAT prevede per l’Italia una crescita del PIL dello 0,5% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026. La popolazione residente al 1° gennaio 2025 è scesa a 58.934 milioni. Nel 2024 i nati sono stati circa 370 mila, e i dati provvisori mostrano che il calo è proseguito anche nel 2025. Nello stesso anno sono emigrati all’estero 156 mila cittadini italiani con un aumento del 36,5% rispetto all’anno precedente. Non serve essere catastrofisti per capire che un Paese con poca crescita, pochi nati e molti partenti dovrebbe avere un rapporto meno isterico e più adulto con il tema delle riforme.
E’ un sintomo di un Paese bloccato quando i giovani votano in massa per mantenere l’esistente e rifiutano il cambiamento, non è un caso che i giovani laureati, i più dinamici e promettenti, vadano all’estero.
In compenso la politica economica continua spesso a parlare il linguaggio del sollievo immediato: bonus, detrazioni, incentivi, micro-protezioni, eccezioni, regimi speciali. Il Rapporto annuale sulle spese fiscali del MEF quantifica per il 2025 oltre 108 miliardi di euro di tax expenditures; una stima della Commissione Europea porta la cifra fino a 119 miliardi. Non tutte sono irrazionali, certo, ma il quadro culturale è chiaro: preferiamo distribuire compensazioni ex post piuttosto che rimuovere ostacoli ex ante. È il trionfo del cerotto sulla chirurgia istituzionale.
E così scopriamo persino una presunta “vocazione naturale” al turismo, come se un Paese avanzato potesse serenamente sostituire una strategia produttiva con l’affitto breve della casa della nonna. Anche qui il rapporto di causa ed effetto viene capovolto: non è che diventiamo turistici perché abbiamo scoperto la nostra essenza mediterranea; spesso ci rifugiamo nella rendita, immobiliare o regolatoria, perché crescere davvero è più difficile, più conflittuale, più esigente.
Per questo il voto va rispettato, ma non santificato. Non ogni vittoria del No è una prova di maturità democratica. A volte è solo la prova di una società che chiama prudenza la propria paura e del cambiamento. E poi, a distanza di qualche mese o qualche anno, piange sugli effetti: pochi investimenti, energia cara, produttività anemica, giovani che se ne vanno, capitale che scappa, salari che ristagnano.
Il punto non è insultare chi ha votato in un modo o nell’altro, il punto è chiedersi se l’Italia abbia ancora voglia di vivere in un mondo di realtà, dove le scelte hanno conseguenze, oppure se preferisca restare nel suo comodo infantilismo civile, dove si può dire no a tutto e poi lamentarsi di tutto. Nel primo caso servono riforme, infrastrutture, energia, concorrenza, Giustizia che funzioni. Nel secondo bastano le trombe da stadio, i cori identitari e l’eterna autoassoluzione nazionale.
Ecco perché non basta dire che il voto va rispettato, certo che va rispettato, ma va anche capito, e capirlo significa riconoscere che l’Italia non è bloccata perché qualcuno osa toccare l’intoccabile, è bloccata perché continua a rifiutare, con metodo quasi scientifico, le condizioni necessarie per evitare il declino, poi festeggia sulle macerie, ma con impeccabile compostezza costituzionale.



