
25 aprile. Violenza fascista a Treviso, anni ‘20
27 Aprile 2026Si avvicinano le elezioni a Venezia, la campagna elettorale si accende e nei programmi presentati dai diversi candidati constato che risulta assente un tema che invece aleggiava nella tornata precedente: la divisione del Comune di Venezia in due comuni. Nell’autunno del 2020 quando ci furono le ultime elezioni per la consiliatura che sta scadendo in questi giorni era trascorso solo un anno dal quinto referendum sulla separazione, bocciata per il non perseguimento del quorum necessario. L’eco era ancora forte e molti dei protagonisti erano scesi in campo. Su questo tema la l’anno precedente la linea di terzietà di questa testata aveva fatto un’eccezione. Eravamo fortemente contrari a quell’ennesimo tentativo, il quinto, e lo abbiamo scritto e ripetuto più volte. Bisogna dare atto che, tra i molti deficit di questa Giunta, uscente con un bilancio non esaltante dopo undici anni ininterrotti (deficit sul turismo, sulla residenza e sulla sicurezza in primis), c’è il merito di essersi opposta con vigore al SI al referendum al termine della prima consiliatura e di aver favorito il non raggiungimento del quorum, oltre ad aver contrastato l’iter per indirlo.
Ripeto. Questo tema in modo esplicito nei programmi elettorali sembra assente; anzi: tutti hanno una prospettiva e una visione unitaria per la ovvia considerazione che la realtà dei fatti si impone e la maggior parte dei problemi necessita di un approccio globale (a volte addirittura oltre la prospettiva del solo Comune di Venezia attuale). E tuttavia non si può non notare, scorrendo le liste presentate qualche giorno fa, una vasta rappresentanza di protagonisti, allora, dei movimenti separatisti. In particolare, tali persone sono presenti nelle liste che fanno parte dell’alleanza che sostiene Martella come candidato. Personalmente non li ho mai considerati dei nemici, ma semplicemente degli avversari, e come tali li abbiamo appunto avversati. Hanno sempre portato avanti le loro idee con coerenza e trasparenza, ma le abbiamo contrastate in modo totale. Perché avevano un progetto che consideravamo letale, la pietra tombale per la città.
Non enumero le ragioni di questo giudizio netto e rimando ad alcuni articoli apparsi allora (qui uno di questi articoli https://www.luminosigiorni.it/politica-3/10-ragioni-per-me-posson-bastare-n4-conflitto-di-interesse/ ). La presenza nelle liste di queste persone, per quanto ci riguarda, si presta in ogni caso a delle riflessioni, anche ascoltando le prime dichiarazioni pubbliche. Da una parte sembra che anche per loro la questione separazione nei termini in cui per cinque volte era stata progettata sia messa da parte. Capiscono che quella strada continuerebbe ad essere impercorribile. Abbiano preso atto che de iure il destino del Comune di Venezia è e resterà unitario.
Nasce il dubbio sul ‘de facto’ su cui apro una digressione.
Noi abbiamo sempre sostenuto l’unità proprio perché ‘de facto’ la storia di questi ultimi cent’anni (tali saranno quest’anno dall’annessione del 1926) ha costituito una realtà civile, identitaria, sociale ed economica e urbana interconnessa strettamente, che, per quanto obiettivamente scomposta in parti non del tutto aggregate in continuità urbana, costituisce una sola città. Nel senso letterale della parola città, di civitas, comunità, qualcosa che esiste a prescindere dalla continuità edificata urbana. L’assetto de iure corrisponde veramente cioè alla realtà de facto, questo il nostro punto di vista. “Una e Unica’ era il nome del Comitato che nel ’19 sosteneva l’unità nel referendum. E se c’è una sola città (de facto) questa va governata con un solo comune. Punto. Ma la nostra convinzione è ancora più radicale: siamo persuasi che il ‘fatto’ città unica debba semmai ancora ricevere un compimento definitivo, sul piano della mobilità interna, su quello della permeabilità tra le parti e in definitiva su quello dell’identità comune, già presente e viva ma, a intermittenza, anche confusa. Solo questa unitarietà sarebbe in grado di ricostituire quella massa critica che ha fatto nel passato di Venezia un capoluogo. Al contrario c’è il potenziale rischio che tra gli eletti nel nuovo consiglio comunale ci sia chi spinga più o meno volontariamente l’amministrazione e la giunta comunale verso scelte strutturali e soprattutto simboliche di segno contrario, disaggreganti. Provando cioè ad organizzare ‘de facto’ due contesti urbani separati, come quei famosi coniugi a cui non conviene cercarsi due case diverse anche se hanno vite separate e convivono organizzandosi in due individualità.
È plausibile in definitiva che le spinte separatistiche non sopite vadano in questa direzione, tentando di condizionare in questo senso Martella nel caso venisse eletto. In questo senso, è pure significativa l’accento, con tratti enfatici, che viene posto sul potenziamento delle Municipalità (di fatto azzerate da Brugnaro). Se è certamente opportuno ridare a queste entità un ruolo e un profilo operativo, si consideri anche il rischio che, proprio in considerazione della necessaria visione olistica che deve guidare l’Amministrazione, questa loro quasi esaltazione vada nella direzione di creare “parrocchie” impenetrabili e autoreferenziali. Non solo, tutta la costruzione teorica del programma di Martella si basa sull’assunto che le risorse per l’attuazione dei molti programmi di spesa ivi contenuti derivino dalla concessione dello Statuto Speciale e dei privilegi fiscali che questo comporterebbe. Chi ha buona memoria ricorderà certamente che la prospettiva di uno Statuto Speciale era un cavallo di battaglia dei separatisti veneziani perché sostenevano, non senza ragione, che tale prospettiva sarebbe stata assai più realistica per la sola città d’acqua, per l’evidente circostanza che sottende una specialità lagunare della città ovviamente molto meno applicabile alla terraferma. E ancor oggi, se c’è un barlume di possibilità che il governo centrale conceda questo Statuto Speciale è chiaro che si ripropone il fatto di applicarlo ad un comune solo lagunare. È un modo surrettizio per riproporre la divisione? La poniamo come domanda aperta. Con una chiosa. Se mai dovesse essere concesso questo Statuto sarebbe allora necessario che mantenesse la stessa logica con cui è stata concepita anni fa la Legge Speciale per Venezia, sempre assegnata all’intero Comune, peraltro con evidenti benefici anche per la terraferma.
Come andrà questa consiliatura è un’incognita. I temi di grande impatto in città non sono pochi e tutti necessitano di cure urgenti che diano una svolta. L’incognita nasce dal fatto che su questi temi tutti i programmi degli otto candidati sindaci sono nebulosi e troppo generici, anche se è sempre possibile che, interpretando il non detto, il sindaco eletto sia in grado di mettere in atto una svolta riempiendo il vuoto programmatico e ce lo auguriamo vivamente. Quello che è certo è che la gestione unitaria del Comune ne è condizione imprescindibile. La gestione delle infrastrutture, la portualità, le riconversioni e soprattutto la mobilità dei cittadini e particolarmente dei flussi turistici lo richiedono come base di partenza. Andare in senso contrario per scelte identitarie ed escludenti simbolicamente e fattivamente sarebbe la premessa ad un declino definitivo. Speriamo che Martella ne sia assolutamente consapevole.



