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27 Aprile 202625 aprile. Violenza fascista a Treviso, anni ‘20
Non amo le cerimonie di commemorazione, pur necessarie a volte per celebrare eventi importanti della nostra storia passata ma che spesso inevitabilmente scivolano nella retorica Preferisco tentare di capire i fenomeni storici e risalire alle cause che li hanno originati.
Vale la pena, in occasione dell’anniversario della Liberazione, fare mente locale alle origini del fascismo, che trovò – diciamolo francamente – il consenso o magari anche soltanto l’accettazione di gran parte degli italiani.
Alla tanto decantata vittoria della prima guerra mondiale, seguì un forte disagio sociale. Pesante è stato il costo in termini di vite umane: circa 650.000 militari morti e 600.000 feriti gravi o mutilati; tra i 500.000 e 600.000 civili morti (soprattutto per fame, malattie e conseguenze indirette della guerra. I dati sono alti, anche se possono essere influenzati dall’epidemia dell’influenza “spagnola” del 1918. Nel campo militare, le tecniche nuove costituite dalla collocazione delle truppe in trincea, poi costrette agli assalti e ad essere falciate dalle mitragliatrici inesistenti prima di questa guerra, sono state la causa principale dei militari morti o feriti.
I reduci tornarono pieni di aspettative: avevano conquistato Trento e Trieste. L’economia era in pezzi. L’industria si era convertita alla produzione bellica e abbisognava di tempi per una ripresa della normalità. Non c’era abbastanza lavoro e nel novembre 2019 si raggiunsero i 2 milioni di disoccupati. La borsa era in caduta libera, così come la lira, il cui valore rispetto al dollaro USA si attestò nel 2020 a un terzo di quello precedente il conflitto. Gaetano Salvemini nei suoi Scritti sul fascismo (pag. 314, Feltrinelli, 1961 )così descrive la situazione del dopoguerra: La prima guerra mondiale…produsse profondi mutamenti nella vita economica. Rami della produzione che prima della guerra erano ad uno stadio rudimentale raggiunsero proporzioni enormi, mentre altri che erano stati fiorenti cessarono di esistere. Industrie che si erano trasformate per adattarsi ai bisogni della guerra dovevano, a guerra finita, essere riconvertite per i bisogni del tempo di pace.
Scoppiarono tanti rancori: i reduci con la vittoria tradita, i socialisti e anarchici anche usciti dalle prigioni perché contrari alla guerra. I turbamenti sociali, poi la nascita del Partito Comunista il 21 gennaio 1921 a Livorno, preoccupavano la borghesia, specie quella imprenditoriale che salvo rare eccezioni vide nel fascismo la via del ripristino dell’ordine e della tutela dei propri interessi.
La nascita del Partito Fascista è del novembre 1921, ma prima erano attivi i fasci di combattimento, che vessavano i nuclei avversari, anche con metodi violenti e con uso delle armi.
Uno di questi episodi che non ho visto mai ricordare nemmeno dai media locali del Veneto è l’assalto a Treviso da parte di squadristi alla sede del Partito Popolare in Piazza Filodrammatici e a quella de La Riscossa – giornale locale del Partito Repubblicano – e alla sede del Partito Repubblicano in via Manin 30.
L’evento risale ai giorni dal 12 al 14 luglio 2021 ed è approfondito in un volume scritto da Lucio De Bortoli e Amerigo Manesso, dal titolo Squadristi veneti all’assalto di Treviso – 12 – 14 luglio 1921, ISTRESCO 2021.
Leggo nella prefazione: A Treviso nella notte tra il 12 e il 13 luglio 1921, millecinquecento fascisti provenienti dal Veneto e dalle regioni limitrofe, assaltarono le sedi delle associazioni repubblicane e cattoliche. Alle prime luci del 14 luglio, un gruppo di squadristi rimasti in città, lanciò un attacco contro la Cooperativa sociale del quartiere Fiera, ma venne respinto a fucilate dagli operai e dalla popolazione che vegliava in armi dietro alle barricate e ai trinceramenti predisposti in previsione dell’aggressione.
L’episodio ebbe notevole eco nella stampa nazionale perché ha segnato una crescita notevole della violenza fascista e la militarizzazione della stessa. A Treviso allora erano forti i sindacati, specie le leghe bianche con 150.000 iscritti. E forti erano anche i repubblicani (10.000 iscritti e rappresentati dall’On. Bergamo, titolare di una clinica a Montebelluna, e i socialisti di Tonello (con 7.000 iscritti). Queste associazioni – scrivono gli autori citati – nella primavera del 1920 aprirono una lunga vertenza con i proprietari terrieri e la loro associazione per il rinnovo dei patti agrari.
La reazione fascista fu violenta e punitiva. La sera del 13 luglio si raggrupparono a La Frescada, alle porte di Treviso sul Terraglio con una cinquantina di automezzi etra i 1000 e i 1500 uomini provenienti in particolare da Venezia ma anche da Udine, Verona, Padova, Rovigo e Belluno. La mattina entrarono in città. Il primo assalto fu contro la sede dei cattolici in piazza Filodrammatici, approfittando della totale assenza dei carabinieri di guardia. Distrussero completamente la tipografia de “Il Piave” e de “La Vita del Popolo” che lì avevano sede. Un gruppo nutrito si rivolse poi verso via Manin assaltando le sedi dei repubblicani e del loro giornale La Riscossa. La battaglia fu cruenta, accompagnata anche da sparatorie con feriti. Da parte repubblicana ricordo Azzoni, del quale ho conosciuto la vedova, negli anni ’50, che teneva aperta la sede del PRI in via Indipendenza. Altri manipoli si sparsero in città assaltando negozi e uffici di chi notoriamente non respirava aria di fascismo.
Negli anni successivi la violenza fascista segnò altri eventi, anche dopo la salita al potere del Cav. Benito e in particolare dopo il delitto Matteotti (10 giugno 1924) che segnò il passaggio ad un regime di rigida dittatura. Gaetano. Salvemini, ancora nei suoi Scritti sul fascismo, cita sempre a Treviso: nel 1926 i fascisti distrussero i locali di proprietà del chimico Fanoli (che aveva una farmacia in Piazza Duomo), gli studi degli avvocati Grollo e Visentini (in realtà Grollo era un chirurgo proprietario di una clinica fuori porta San Tomaso), l’officina industriale dei fratelli Ronfini e la clinica del dottor Bergamo, deputato al Parlamento. Prima di appiccare il fuoco a quest’ultimo edificio, i fascisti trasferirono a forza i 40 pazienti all’ospedale cittadino: per la strada tre ammalati morirono. I fratelli Ronfini furono trascinati per le vie con delle corde intorno al collo, sputacchiati e frustati tra le grida e insulti più nauseanti; condotti fuori città, furono messi sotto una forca e fustigati un’ultima volta (pagg. 124 – 125).
A Venezia furono devastati locali de Il Gazzettino. Poi episodi violenti colpirono tutto il Veneto.
Concludendo: le commemorazioni a volte oltre ad essere ripetitive spesso sono stancanti e interessano meno i giovani. Vale la pena, a mio avviso, ricordare episodi veramente successi.
Immagine di copertina @ Foto Archivio Storico Trevigiano



