
L’Europa a cerchi
21 Aprile 2026Il rinnovo del Comune di Venezia del 24 e 25 maggio entra nel vivo, e la città è immersa nel consueto clima elettorale: incontri, strette di mano, visite nei luoghi di lavoro, presenze costanti sui social. Un copione che conosciamo bene, che si ripete, con qualche variazione, ma sempre dentro schemi molto riconoscibili.
E dentro questo scenario c’è un dato semplice, quasi banale, ma che più lo si guarda più fa riflettere: i candidati sindaci sono sette. Tutti uomini.
Non è una provocazione, è un fatto. E qualche domanda la pone.
Perché è vero che per decenni la politica è stata un terreno quasi esclusivamente maschile. È vero che alle donne è stato concesso, non senza fatica, prima il diritto di voto e poi uno spazio crescente nella vita pubblica. Oggi quella partecipazione è reale, concreta, fatta di competenze, presenza, lavoro quotidiano nei territori.
Eppure, quando si arriva al vertice, qualcosa si ferma.
Venezia non ha mai avuto un sindaco donna. Non perché manchino figure all’altezza, ma forse perché continuiamo a muoverci dentro schemi culturali profondi, che facciamo fatica a superare davvero. Come se, al momento decisivo, scattasse un automatismo che riporta sempre nella stessa direzione.
Poi certo, i segnali ci sono. Ci sono donne impegnate, presenti, capaci. E in questa tornata emergono anche candidature interessanti a livello territoriale, come quella di Anna Forte alla Municipalità di Mestre Carpenedo, quella di Alessandra Trentin alla Municipalità di Venezia CS Murano e Burano e quella di Marina Faraguna alla Municipalità di Lido Pellestrina. Scelte che fanno piacere, che danno l’idea di un movimento.
Ma resta un fatto: al livello più alto, quello che decide, quello che guida, continuano ad arrivare sempre gli uomini.
E allora la domanda è inevitabile: siamo davvero pronti a dire che è solo un caso? O forse, sotto sotto, c’è ancora qualcosa che non siamo riusciti a cambiare fino in fondo?
Nel frattempo la campagna elettorale scorre, e lo fa seguendo dinamiche molto riconoscibili. Si aprono sedi elettorali in tutta la città, si moltiplicano gli incontri, si promette ascolto, presenza, disponibilità. Poi, finita la campagna, spesso quei luoghi spariscono, e con loro anche quella vicinanza così dichiarata.
Non sarebbe più utile avere spazi veri, permanenti, dove il confronto con i cittadini possa continuare anche fuori dal tempo elettorale?
Si parla molto, si promette molto. C’è chi punta sui giovani, chi prova a intercettare il voto femminile, chi si presenta come “uomo del fare”. C’è chi insiste sulla sicurezza, come se non fosse evidente che molte delle leve stanno altrove, a livello nazionale. C’è chi richiama grandi temi, come la cultura, che però troppo spesso restano parole più che pratiche.
E qui vale forse la pena dirlo in modo semplice: la cultura non è solo una delega, non è solo un assessorato. È la vita quotidiana di una città. È quello che succede nei teatri, nelle biblioteche, nei quartieri, nelle associazioni, nei luoghi dove le persone si incontrano.
Ridurre tutto a una questione formale, o al contrario ignorare la necessità di una direzione, significa lasciare che tutto proceda per inerzia. E infatti la sensazione, per molti, è proprio questa: che si vada avanti più per somma di iniziative che per un disegno complessivo.
Intanto la campagna continua, e il rischio è sempre lo stesso: che alla fine resti più la superficie che la sostanza. Più la presenza che il contenuto. Più il racconto che la visione.
E dentro questo quadro, la questione delle donne resta lì, sospesa. Riconosciuta, valorizzata a parole, ma ancora lontana dai ruoli decisivi.
Eppure basterebbe poco, almeno all’inizio: iniziare a considerare normale ciò che oggi viene ancora visto come eccezione.
Perché alla fine il punto non è solo chi si candida, ma cosa siamo disposti a immaginare come possibile.
E forse, prima ancora del voto, è proprio questa la domanda che una città dovrebbe avere il coraggio di farsi.



