
Il provincialismo italiano di fronte a una sfida globale
19 Aprile 2026Per T.S. Eliot “aprile è il mese più crudele” e a giudicare da quello che sta accadendo all’Europa in queste ultime settimane la definizione sembra appropriata.
Le questioni più attuali, dalla politica estera a quella di difesa passando per le complesse e delicate questioni energetiche, riaccendono il dibattito sulla necessità di una nuova Unione Europea possibilmente disancorata dal metodo intergovernativo che oggi caratterizza il funzionamento dell’Istituzione principale vale a dire il Consiglio Europeo.
Iniziamo dal problema.
Non appena i temi di cui sopra si affacciano sul Vecchio Continente è la paralisi.
Ciò essenzialmente perché, materie non più gestibili in corsa solitaria da ciascun Stato membro, sono rimaste invece di competenza nazionale.
Cosa fare. E’ abbastanza chiaro vale a dire cercare, almeno in alcune materie, ricordiamole (esteri difesa, energia, immigrazione) che il potere decisionale passi a un livello europeo senza così dover rimanere appesi al prossimo Orban di turno (“S’ode a destra uno squillo di tromba; A sinistra risponde uno squillo”, ci tornerò magari in un prossimo articolo ma qualche speranza si intravede in Europa).
Come fare per raggiungere il risultato descritto?
Qui lo scenario, o meglio gli scenari si complicano perché potrebbe iniziare la caccia a un modello di federalismo.
Dunque, restaurare un modello “per unione”? Con il rafforzamento delle istituzioni a livello centrale oppure ripiegare su un modello “per devoluzione”?
Il rischio è che nessuno di questi modelli si adatti alle particolarità dell’Unione nella quale il Consiglio composto dai rappresentanti degli Stati membri non deve rendere conto a nessuno, e così i problemi di cui sopra resterebbero immutati.
Meglio potrebbe fare, forse, un Governo Europeo come già proposto nel 2023 dal rapporto della Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo che prevedeva di trasformare la Commissione europea in un “Esecutivo Europeo”, cambiandone anche la composizione.
La proposta, che rientrava in un più ampio quadro di revisione dei Trattati istitutivi dell’Unione europea, è presto entrata in fase di stallo anche a causa di opinioni molto divergenti tra gli Stati membri (ma guarda un po!).
A tutto ciò si deve aggiungere il fatto che l’allargamento dell’Europa non sembra finito (specie se vogliamo lo sguardo a Est) e ciò, in prospettiva, potrebbe davvero porre la parola fine a qualsiasi modello federale che voglia davvero funzionare.
Ma allora serve un miracolo per far progredire l’Unione?
No, a ben guardare, per ritrovare l’anima dell’Europa, scolpita in quel “mai più’” proclamato da De Gasperi, Adenauer e Schuman nel 1950, esiste una soluzione alternativa, la propone da tempo il Prof. Sergio Fabbrini (anche nel saggio: “A Federalist Alternative for European Governance”) e assomiglia a un sistema a più cerchi.
In questo modello dentro un cerchio esterno si collocherebbe la Confederazione che includerebbe oltre agli Stati membri gli Stati candidati e gli Stati vicini all’Unione (Regno Unito).
In un secondo cerchio gli attuali 27 rimarrebbero uniti almeno riguardo alle regole sul mercato comune e infine ad alimentare l’anima europea il terzo cerchio all’interno del quale si collocherebbe la Federazione europea, creata dagli Stati che vorranno farne parte condividendo valori, obiettivi e relativi strumenti per raggiungerli.
La soluzione non è priva di criticità ma ha il pregio di riportare al centro dell’Europa la forza delle idee che l’hanno creata, indispensabili per scaldare le menti e i cuori dei cittadini oltre che per fronteggiare nazionalismi, guerre e imperialismi oggi



