
LA FAGLIA DEMOGRAFICA 1
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2 Luglio 2026Molto si discute in questi giorni della richiesta al Governo del neosindaco Venturini di poter innalzare fino a un massimo di 50 € il ticket (termine invero molto infelice che si è imposto nel dibattito corrente. Ci torneremo) di accesso a Venezia. Venturini lo aveva detto in campagna elettorale e dunque mantiene, correttamente, quello che aveva annunciato. La questione, come è noto, è molto divisiva: da parte degli oppositori c’è un rifiuto di principio, quasi ideologico della sola idea (con argomentazioni anche in parte ragionevoli in linea di principio) e da parte dei sostenitori un’accettazione forse un po’ superficiale, che necessiterebbe di una più accurata riflessione sul senso e gli obiettivi della misura.
Chi scrive ha fatto parte del think tank I Futuri di Venezia il cui programma per la città vedeva un Contributo di accesso obbligatorio come una delle idee fondanti e quindi certamente si iscrive, senza esitazione, tra i sostenitori. E proprio per questo penso che sia utile tentare di focalizzare con pacatezza la ratio e le caratteristiche che dovrebbe avere questa disposizione. Mi scuso anticipatamente se in parte ripeterò concetti già espressi (https://www.luminosigiorni.it/politica-3/venezia-il-nodo-delle-risorse/) ma talvolta repetita iuvant.
Il Contributo d’accesso ha DUE obiettivi fondamentali: 1) garantire all’Amministrazione un flusso di risorse ragionevolmente certe; 2) essere un deterrente per l’incremento dei visitatori. Vediamole nel dettaglio separatamente.
Le risorse: sul fatto che Venezia necessiti di risorse straordinarie rispetto a quelle ordinariamente attribuite a un Comune delle stesse dimensioni, sia per la delicatezza del tessuto urbano, sia per gli enormi extracosti provocati dal turismo, credo sia inutile interrogarsi. Le strade sono sostanzialmente due: o chiedere allo Stato risorse a fondo perduto che, parlando chiaro, costituiscono comunque dei privilegi (siano essi il costante e certo rifinanziamento della Legge Speciale o la concessione di un improbabile Statuto Speciale con la possibilità di trattenere parti dell’incasso fiscale prodotto) o chiedere allo Stato, semplicemente, la possibilità di arrangiarci da soli. In questo secondo caso, il trade off di fondo con lo Stato è precisamente: “non chiediamo denari, Statuti Speciali, privilegi particolari, chiediamo solo di essere autorizzati a.. cavarcela da soli attingendo dal turismo le risorse e i mezzi per contenere e contrastare i danni devastanti che esso provoca all’economia, alla vivibilità, all’identità, all’unica e irripetibile quidditas della città”. La prima opzione si fa forza della famosa previsione della Legge Speciale originaria che definiva interesse nazionale non solo la salvaguardia fisica della città, ma anche la tutela della sua vitalità socioeconomica, da cui si evincerebbe che lo Stato DEVE provvedere a tutte le necessità. Dal punto di vista concettuale, è sostenibile. Ma, nella pratica, è solo un auspicio illusorio. Per due motivi. Il primo: la consolidata esperienza di questi anni dimostra che la Legge Speciale è al massimo un’elargizione che viene concessa ma senza alcuna certezza di continuità e quantità (se va bene, arrivano i denari – già molti – per l’esercizio del MOSE). Il secondo: siamo comunque fuori scala. I famosi 150 ml all’anno enunciati da Brugnaro (su cui concordano più o meno tutti) sono comunque il minimo per una gestione ordinaria. Ovvero sono la compensazione per i sovraccosti. Ma se si volesse ragionare in grande, se il Comune volesse istituire un fondo di garanzia per i proprietari che affittano a residenti (anziché locare ai turisti), o azzerare l’IMU per gli stessi proprietari, mettere in piedi un piano straordinario di ristrutturazioni per azzerare il patrimonio residenziale pubblico oggi inutilizzato, completare la rete fognaria nel centro storico, intraprendere un piano di rigenerazione urbana al Rione Pertini, ripensare l’area degli impianti sportivi di via Olimpia, sviluppare e nobilitare il waterfront di Marghera, o il sistema dei Forti (in generale: la rigenerazione urbana in terraferma), potenziare la rete di sostegno alle fragilità, il controllo urbano e così via.. siamo chiaramente su un’altra scala. E, del resto, non è nemmeno concettualmente ragionevole che lo Stato eroghi al Comune di Venezia (e solo a questo) fondi per perseguire politiche che approcciano problemi diffusi e comuni. Forse che gli altri comuni non hanno problemi di rigenerazione urbana, forse che la piaga del sottoutilizzo dell’edilizia pubblica non è presente ovunque, forse che il contrasto alla conversione dell’edilizia privata alla locazione turistica non è un tema sensibilissimo in molte altre città? La realtà è evidente: se si vuole un reale cambio di passo (e io ritengo che il cambio di passo in questa città, in tutte le sue parti, sia necessario) non vi è altra strada realmente praticabile che ricavare le risorse dal turismo. Che, potrebbero – stima prudenziale – garantire 300 ml all’anno. Per brevità non mi dilungo sul calcolo del risultato netto ma è un dato molto solido (ipotizzando un costo medio di 25 €).
La deterrenza. Vi è, come noto, una generalizzata condivisione sull’eccesso (già oggi!) di visitatori con tutte le negatività correlate che ben conosciamo. Ma, sorprendentemente, passa sottotraccia la circostanza che, se non si attuano misure preventive, il trend mondiale del turismo prospetta un futuro davvero insostenibile. Il UNWTO (United Nations World Tourist Organization) nel suo studio Tourism Towards 2030 stima che, per l’Europa, nel ventennio ’10-’30 si sarà registrato un incremento annuo composto del 2,3% (pur considerando il “buco” degli anni del Covid). Anche considerando conservativamente la stessa tendenza per gli anni successivi e applicandola a Venezia, i 23 milioni circa di oggi (mi tengo basso) diventano, per esempio nel 2040, quasi 32. Un incubo. Si possono certamente fare ipotesi diverse, più prudenti o più “dinamiche”, ma un fatto è certo: la tendenza all’aumento dei visitatori è strutturale. Esattamente come siamo certi che il livello medio del mare si alzerà, sappiamo che il cosiddetto overtourism è destinato ad aggravarsi. E, dunque, così come per l’innalzamento del mare si è realizzato il MOSE, anche per l’overtourism si deve pensare a un MOSE, ovvero a misure drastiche da attuare qui ed ora. Quali? Una delle proposte dibattute è fissare la famosa soglia insuperabile. Fissare un numero raggiunto il quale nec unum amplius, nemmeno uno in più. Che ha il fondamentale difetto che non è attuabile perché è vero che il Sindaco o il Prefetto possono emettere Ordinanze che bloccano l’accesso in città ma lo possono fare solo per motivi di sicurezza e ordine pubblico, e sono intrinsecamente misure eccezionali e una tantum. La soglia, dunque, nonostante il fascino che esercita su molte anime candide, non è la soluzione. Altra suggestione gettonatissima è la prenotazione obbligatoria (anche per i giornalieri, essendo implicita quella per i pernottanti, ovviamente). Ma anche questa è una non soluzione. Perché può avere qualche positiva valenza organizzativa ma non è uno strumento di contenimento. Al contrario, la prospettiva di pagare per entrare in città una cifra non irrilevante, di importo dinamico ovvero variabile in base al numero previsto dei presenti e inversamente proporzionale all’anticipo con cui viene prenotato l’ingresso, costituisce eccome un deterrente. Per completezza, va segnalato che una delle obiezioni dei detrattori del contributo di ingresso è che questo ad oggi si è dimostrato inefficace. Vero, ma si è dimostrato tale proprio perché limitato al massimo a 10 €. È evidente che la deterrenza aumenta sensibilmente con l’aumento dell’importo. Quindi, direi, l’obiezione è inconsistente.
Tutto ciò premesso, se dunque Venturini ha fatto molto bene a porre il tema con il Governo, mi permetto alcuni classici consigli non richiesti.
Il primo è sulla comunicazione, ad oggi disastrosa. In primis, per l’enfasi sui 50 €. Che invece sono da intendersi come valore massimo (sostanzialmente teorico) di contributo da richiedere quando le presenze toccano valori vicini alla soglia del nec unum amplius di cui sopra. E poi perché si continua a parlare di ticket e non di contributo. È una questione né vuotamente nominalistica né ipocrita. Lo spirito del Contributo di Accesso è quello della tourism taxation for sustainability secondo cui il visitatore di una meta turistica contribuisce in modo diretto a far sì che la sua visita sia, appunto, sostenibile. Al visitatore non si espunge denaro come fosse una gabella medioevale ma lo si arruola idealmente tra gli amici di Venezia nel mondo riconoscendogli in parallelo al versamento del Contributo, tutta una serie di servizi tra cui l’ingresso ai Musei e l’uso del trasporto pubblico. È un “patto” con il visitatore: io ti offro la migliore esperienza possibile e tu mi aiuti a dartela.
E, proprio in base allo spirito del patto, tutti i proventi netti del Contributo e la loro destinazione devono essere rigorosamente rendicontati ed essere investiti in attività di sostegno alla famosa vitalità socio economica di cui alla Legge Speciale del 1973. Deve essere a tutti gli effetti una tassa di scopo.
Infine, last but not least, il Contributo deve essere applicato a TUTTI i visitatori, anche ai pernottanti (ovviamente in sostituzione della tassa di soggiorno). E a questo proposito si deve sgombrare il campo dall’ipocrisia. Si dice spesso che il visitatore che pernotta e quindi spende, verosimilmente va al ristorante, vive la città ecc. è più pregiato del visitatore mordi e fuggi che viene e va in giornata (appunto il destinatario dell’attuale contributo di accesso). Vero. Ma resta il fatto che agire sui day trippers non basta. Prendo a riferimento i dati del progetto Ri-pensare Venezia della Fondazione Pellicani che calcola che mediamente ogni giorno i giornalieri sono 20.000 e i pernottanti 43.000.

© Ri-pensare Venezia
43000 al giorno medi corrispondono a circa 16 ml l’anno e lo ritengo un numero attendibile (e sono pure pochi, considerando la cifra monstre di 88.000 posti letto in tutto il Comune) perché in linea con i dati della Regione Veneto (vedasi figura)

@ Dario Bertocchi
Considero dunque attendibili anche i 20.000 pendolari al giorno (corrispondenti a 7,3 ml anno). Quindi, se parliamo di affollamento e di mera occupazione dello spazio non basta agire su meno di un terzo del totale. Anche se, certamente, in certi giorni di picco è verosimile che l’impatto dei giornalieri sia particolarmente incisivo. Per questo, se si vuole affrontare seriamente il problema dell’eccessiva concentrazione di visitatori e prevenirne l’ulteriore crescita, una politica efficace deve necessariamente considerare entrambe le componenti dei flussi turistici. Tanto più che appare irrealistico – e probabilmente nemmeno auspicabile – pensare di azzerare i visitatori in giornata:. Detto altrimenti: se il problema è la pressione antropica complessiva, il contributo non può distinguere tra buoni e cattivi turisti; deve riguardare chiunque contribuisca a quella pressione, differenziando eventualmente l’importo, ma non il principio.
Questo purtroppo non pare – se ho capito bene – l’intendimento di questa Amministrazione.
Immagine di copertina © Corriere del Veneto



