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4 Febbraio 2026
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6 Febbraio 2026Tempo di elezioni. More solito, la maggioranza degli elettori voterà sulla base dell’appartenenza e/o considerando l’attrattività personale del candidato. Tutte le liste ne sono perfettamente consapevoli e punteranno dunque soprattutto sulla mobilitazione dei propri sostenitori e sulla valorizzazione dei punti di forza del proprio aspirante sindaco. La redazione di un programma è vissuta soprattutto dalle coalizioni coi maggiori partiti (le liste civiche autonome mediamente producono programmi assai più curati) quasi come un fastidio, sapendo bene che la competizione non si gioca sul programma. Che, conseguentemente, si colloca spesso a metà tra un libro dei sogni e l’elencazione di auspici, di promesse di particolare attenzione, conditi in una melassa di “paroline magiche” quali sviluppo, sicurezza, residenzialità, partecipazione, sostenibilità, inclusione ecc. Anche perché le coalizioni tanto più larghe sono tanto più devono mettere d’accordo sensibilità diverse – questo vale per la verità soprattutto nel campo del centrosinistra – e quindi il programma deve essere il meno possibile chiaro, per poter appunto contenere tutto (la famigerata pratica che in politichese viene nobilitata con la formula trovare una sintesi).
Premesso questo bagno di realismo, va detto però che Venezia si trova in uno snodo epocale della sua esistenza. Si trova di fronte a sfide e a scelte dirimenti per il suo futuro come forse mai in passato, in bilico tra il rischio concreto di un declino irreversibile e d’altra parte grandi potenziali opportunità di rinascita. Detto in altre parole, mai come ora un (finto) programma che prospetti solo una gestione business as usual sarebbe inadeguato. E, forse perché in questa testata siamo incorreggibilmente ottimisti, osiamo pensare che la necessità di scelte radicali, in una certa misura visionarie e soprattutto concrete sia percepita anche da almeno una parte di cittadini. E di conseguenza che, almeno questa volta, le forze politiche – e segnatamente i candidati – siano portati a davvero mettere in campo e a chiedere il consenso sulla loro visione di futuro, dire quale ruolo deve giocare Venezia nei prossimi decenni. Questo contributo non pretende neutralità: assume come criterio di valutazione la sostenibilità finanziaria delle politiche urbane e giudica le proposte politiche alla luce di questo parametro. Un criterio forse meno evocativo, ma decisivo, soprattutto in una fase storica in cui Venezia si trova davanti a scelte che possono incidere in modo strutturale sul suo futuro. Data la complessità dell’argomento, lo scritto sarà articolato, a partire da questo punto, in sottosezioni numerate, così da agevolare la comprensione del filo logico in cui si sviluppa.
- Le fonti di finanziamento
Tutte le forze politiche, senza eccezione, sostengono il diritto di Venezia di avere risorse straordinarie e aggiuntive (rispetto a quanto riconosciuto agli altri Comuni) in forza della famosa previsione della Legge Speciale originaria che definiva interesse nazionale non solo la salvaguardia fisica della città, ma anche la tutela della sua vitalità socioeconomica. Così è stato per decenni in effetti ma da tempo, complice il MOSE, le risorse sono state drenate interamente nella salvaguardia fisica (appunto il MOSE) lasciando le briciole al resto o, quantomeno, si è persa la certezza e la regolarità dei finanziamenti aggiuntivi. Considerando gli enormi costi di esercizio del MOSE, è facilmente prevedibile che questo e solo questo rimarrà il contributo dallo Stato. E, in ogni caso, ove si riuscisse a elemosinare qualche finanziamento extra, non ci sarebbe alcuna certezza né garanzia di stabilità nell’erogazione delle risorse. Aggiungo di mio (argomento il perché qui https://www.luminosigiorni.it/politica-3/lo-statuto-speciale-non-serve-come-dare-un-futuro-a-venezia/) che è assai discutibile che, Legge Speciale o meno, si possa ragionevolmente pretendere denari come se fosse un diritto. Ne consegue che un ipotetico programma elettorale che assumesse che ci sarà un rifinanziamento della Legge Speciale come ai bei tempi andati, senza prevedere alternative, sarebbe un programma magari bellissimo ma gravato da una riserva sostanziale. Si tratterebbe, in concreto, di un programma condizionato da fattori non controllabili dall’amministrazione comunale e, per questo, strutturalmente esposto al rischio di non essere realizzato.
- La proposta dei Futuri di Venezia
Nei giorni scorsi l’avvocato Alessio Vianello ha meritoriamente riportato al centro del dibattito una delle proposte più caratterizzanti del lavoro portato avanti dal think tank Futuri di Venezia, da lui pensato e animato: l’applicazione del principio di tourism taxation for sustainability secondo cui il visitatore di una meta turistica contribuisce in modo diretto al mantenimento della sua vitalità. Il turista verserebbe un contributo di scopo, di valore dinamico crescente nei giorni di picco della domanda, di valore medio indicativamente di 25 €, a fronte della fornitura di una serie di servizi, tra cui ingresso ai musei e trasporti gratis. Un principio già applicato in altre città europee, che mira a creare una sorta di patto di fiducia col visitatore, riconoscendogli idealmente la membership di un “club” di amici di Venezia nel mondo. La proposta dei Futuri avrebbe due vantaggi enormi: 1) sarebbe effettivamente un deterrente forte contro l’esecrato overtourism; 2) anche considerando una diminuzione del numero di visitatori e le spese di esercizio, i mancati incassi di musei e trasporti, della tassa di soggiorno – che sarebbe ovviamente assorbita dal nuovo contributo – e quant’altro, alla città rimarrebbe un gettito netto tra i 250 e i 300 ml di €, stabili e prevedibili ogni anno. Risorse che renderebbero concretamente realizzabili anche i programmi più ambiziosi e sfidanti. La proposta ha, anch’essa, la controindicazione che è necessario un intervento del Governo che autorizzi ad imporre un contributo d’accesso più alto del massimo ad oggi consentito (10 €) per Venezia, in virtù della sua specialità, con vincolo di destinazione, servizi pubblici incorporati etc etc. Ma è evidente la differenza tra chiedere allo Stato trasferimenti a fondo perduto sulla base di un presunto diritto superiore e chiedere, invece, allo Stato semplicemente il permesso di poter contare sulle proprie forze.
- Le risposte della politica
La proposta di Vianello è talmente dirompente e innovativa che prevedibilmente (e auspicabilmente) sarà uno dei temi centrali del dibattito preelettorale. Vale la pena, dunque, di capire come le due principali coalizioni (una delle quali certamente esprimerà il futuro Sindaco) si approcciano alla questione.
Dal lato centrodestra, le reazioni immediate sono state di apertura e interesse. Dubito, invero, che sia stata colta la differenza, anche concettuale, tra il raffinato meccanismo del contributo di scopo di Vianello e il ticket applicato in questi anni, misura certamente più rozza. Ma resta che la proposta dei Futuri è in fondo un (clamoroso) upgrade dell’esperimento di applicazione del contributo di accesso introdotto due anni fa. Quindi non stupisce l’interesse dello schieramento cui appartiene l’attuale Amministrazione.
Più articolata e meno univoca appare la posizione del centrosinistra. Dove emerge una diffidenza di fondo verso l’idea di un contributo di accesso strutturale, diffidenza che affonda le sue radici in una concezione della città come spazio aperto e universalmente accessibile. In questa cornice si collocano prese di posizione come quelle di Bettin, che all’indomani dell’intervento dell’avv. Vianello ha liquidato la questione con un giudizio tranchant: “pagare per entrare in una città è aberrante e non risolve il problema della programmazione dei flussi” (un giudizio che sembra, per la verità, non cogliere la ratio della proposta). Si tratta di una lettura che privilegia una visione redistributiva del problema: Venezia, in quanto bene di interesse nazionale, dovrebbe continuare a essere sostenuta prevalentemente attraverso trasferimenti statali, in coerenza con lo spirito originario della Legge Speciale. Da questa impostazione discende la scelta di esplorare una strada alternativa al rifinanziamento diretto: la proposta di riconoscere a Venezia uno Statuto Speciale.
Tecnicamente: una modifica dell’art. 114 della Costituzione che attribuisca a Venezia particolari condizioni di autonomia in analogia a quelle che il DDL su Roma Capitale riconosce a questa città (e su cui c’è un consenso piuttosto ampio). In tal senso è in pista un DDL a firma del sen. Martella – ovvero proprio il candidato Sindaco di csx – che, non a caso, tra le prime prese di posizione dopo la formalizzazione della sua candidatura, ha esplicitamente richiamato il tema dello Statuto Speciale. Le perplessità su questo percorso sono note e riguardano sia i tempi sia la complessità dell’iter costituzionale. È tuttavia corretto osservare che un eventuale coordinamento con la riforma su Roma Capitale potrebbe, almeno in teoria, rendere l’operazione più praticabile. Resta il fatto che si tratta di una strategia di medio-lungo periodo, i cui effetti difficilmente sarebbero immediati. Ma immaginiamo, anche solo come ipotesi di scuola, che si tratti di una possibilità concreta e proviamo allora a esaminare quale sarebbe il contenuto di questo Statuto Speciale.
- Lo Statuto Speciale
L’obiettivo dello Statuto è duplice: la governance e i finanziamenti. Riporto (in corsivo) alcuni passaggi dalla relazione illustrativa: “conferire al Comune poteri adeguati a contrastare, anzitutto, l’emergenza abitativa e il dominio della rendita immobiliare (..) riconoscendo al Comune di Venezia la potestà legislativa nella materia del governo del territorio e dell’edilizia residenziale pubblica. (..) dotare il Comune di Venezia di competenza legislativa su tutte le materie che possono orientarne la rigenerazione…”. Palesemente si chiedono poteri di regolamentazione delle locazioni turistiche e in generale spazi di manovra in vari campi della gestione cittadina. E i finanziamenti? L’art. 1 recita in chiusura “La legge dello Stato, approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, attribuisce al Comune di Venezia condizioni peculiari di autonomia finanziaria nel rispetto dell’articolo 119.” Ora, quali potranno mai essere queste “condizioni peculiari di autonomia finanziaria?”. Ci viene in aiuto questa scheda tecnica della Camera dei Deputati https://share.google/Om9U2GQoOyTX50RT1 sul Disegno di Legge di Roma Capitale (dal quale Martella ha “gemmato” quello di Venezia) che spiega che “il vigente articolo 119 prevede sostanzialmente che gli enti locali hanno autonomia finanziaria di entrata (primo comma) e di spesa, stabilendo ed applicando tributi ed entrate propri secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, e dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio (secondo comma).”. Tradotto: il Comune potrà imporre propri tributi (ipotesi che certo non avrebbe il consenso degli elettori..) ma soprattutto trattenere parte del gettito erariale (di fatto, una fonte di finanziamento sostitutiva della Legge Speciale). Infine, un’interpretazione estesa di questa autonomia può pure intendersi la facoltà di applicare il contributo di accesso della proposta dei Futuri con qualsivoglia importo. Va infine detto, per completezza, che il testo del DDL Martella (incipit articolo 1) recita: “La Repubblica garantisce la salvaguardia dell’ambiente naturale, storico, archeologico e artistico di Venezia e della sua laguna. A tal fine, il Comune di Venezia è ente autonomo dotato di un proprio statuto ed esercita la potestà legislativa..”. Incomprensibilmente non viene citato l’ambiente socio-economico, altresì così ben attenzionato nella relazione illustrativa. È un vulnus pericoloso da correggere tempestivamente perché, per esempio, potrebbe giustificare il trattenimento di imposte per rifare le fognature ma non per restaurare appartamenti di edilizia pubblica. Sarebbe paradossale che, ove mai si riuscisse a percorrere l’impervio iter di approvazione dello Statuto Speciale, questo nascesse con una tale limitazione.
- Recap e considerazioni finali
Ricapitolando, chi volesse proporre seriamente un programma di interventi radicali di rigenerazione urbana e di rivitalizzazione socio-economica della città non può eludere il nodo centrale delle risorse finanziarie. Le entrate ordinarie di un comune non sono sufficienti ad affrontare sfide di questa portata; occorre quindi interrogarsi su quali strumenti straordinari siano realisticamente attivabili.
Affidarsi a un rifinanziamento stabile e consistente della Legge Speciale appare oggi un’ipotesi incerta. Puntare sullo Statuto Speciale apre scenari interessanti sul piano istituzionale, ma implica tempi lunghi e un percorso complesso, con effetti non immediatamente disponibili. Una terza possibilità è l’opzione proposta dai Futuri di Venezia che in sostanza si può riassumere parafrasando la celebre massima cinese: “a Roma non chiediamo pesci ma una canna per pescare”. Si tratta di strada più rapida (che comunque dovrebbe passare per un voto del Parlamento, mai banale), più direttamente controllabile a livello locale, ma certamente più politicamente e simbolicamente impegnativa.
Una cosa appare certa: è auspicabile che il tema dei finanziamenti diventi centrale nel dibattito preelettorale e che su questo punto le forze politiche si esprimano con chiarezza. Se così sarà il confronto potrà forse spostarsi dalle enunciazioni di principio a una discussione più matura sul futuro concreto della città.
NdR: ringrazio l’avv. Francesco Versace per il prezioso supporto nell’analisi e l’interpretazione del DDL Martella
Immagine di copertina © La Repubblica



