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Il 27 gennaio è ormai diventato, nel calendario civile del nostro Paese, una sorta di festa patronale della coscienza collettiva. Si tirano fuori dai cassetti i discorsi d’ordinanza, si spolverano i gonfaloni e ci si abbandona a una liturgia che ha tutto il sapore dell’auto-assoluzione. Era il 1945 quando le avanguardie dell’Armata Rossa varcarono i cancelli di Auschwitz, rivelando al mondo fin dove può spingersi il genio del male quando si fa burocrazia e catena di montaggio. Da allora, l’Italia ricorda: le vittime, le leggi razziali, i Giusti. Tutto giusto, tutto doveroso. Se non fosse che, spenti i riflettori delle cerimonie, la realtà bussa alla porta con il volto sgradevole di un antisemitismo che non è mai morto, ma ha solo cambiato d’abito.
Le Schizofrenie del Presente
C’è qualcosa di profondamente grottesco nel vedere certe amministrazioni comunali sfilare in prima fila alle commemorazioni della Shoah e, il giorno dopo, concedere cittadinanze onorarie a figure come Francesca Albanese o tollerare che nei propri cortei “pacifisti” campeggino cartelli che nulla hanno da invidiare alla propaganda antisemita nazi-fascista. È la schizofrenia di una politica che onora l’ebreo morto per lavarsi la coscienza di ciò che permette all’ebreo vivo di subire.
Con gli amici del Partito Liberaldemocratico di Bologna abbiamo preferito saltare la messa cantata. Ci siamo chiesti, insieme a Emanuele Ottolenghi – vice presidente della Comunità Ebraica di Bologna – Carmen Dal Monte – presidentessa di Or’Ammim – e Cecilia Nizza – saggista e responsabile culturale del Comires – se la “Memoria” serva ancora a qualcosa o se non sia diventata un anestetico.
I dati dell’Osservatorio del CDEC non lasciano spazio a illusioni: l’odio per l’ebreo è in crescita costante dagli anni Ottanta, con una fiammata rabbiosa dopo il massacro del 7 ottobre 2023. Ogni volta che il conflitto arabo-israeliano si riaccende, in Europa si torna a dare la caccia all’israelita di passaggio. È una correlazione quasi meccanica, eppure ci ostiniamo a leggerla come una sorpresa.
La professoressa Nizza suggerisce di usare il termine “anti-ebraismo”. Non è una sottigliezza accademica. Il termine “antisemitismo” ha un vago sapore scientifico che quasi nobilita il pregiudizio; “anti-ebraismo” restituisce invece la carnalità del rifiuto verso un popolo e la sua storia, un rifiuto che non ha mai avuto bisogno di tessere di partito per manifestarsi.
La svista del dopoguerra: l’odio non nacque a Berlino
Per decenni ci siamo cullati in un equivoco consolatorio. Abbiamo voluto credere che l’antisemitismo fosse un’esclusiva licenza dei regimi totalitari del Novecento, una follia collettiva nata nelle birrerie di Monaco o tra i fumi della propaganda fascista. Finita la guerra, impiccati i gerarchi e abbattute le svastiche, l’Europa si è guardata allo specchio e si è detta guarita. Abbiamo ridotto il sentimento antigiudaico alla sua versione più cruenta e sguaiata – quella nazi-fascista – pensando che, una volta condannata quella, il problema fosse risolto per sempre.
Niente di più falso. L’anti-ebraismo non è un’invenzione di Hitler; è un fiume carsico che attraversa la storia del Vecchio Continente da duemila anni. È un odio colto e popolare, teologico e finanziario, che ha abitato le corti dei re, le sagrestie e le piazze del mercato ben prima che i treni partissero per la Polonia. Riducendolo a una parentesi dittatoriale, gli abbiamo permesso di sopravvivere in forme più subdole. Tolta la camicia bruna, il pregiudizio si è rimesso in borghese, mimetizzandosi tra le pieghe della rispettabilità democratica.
Questa narrazione monca ha permesso a una versione strisciante di antiebraismo di crescere trasversalmente, a destra come a sinistra. Perché se l’odio è solo quello delle SS, allora chiunque si professi antifascista si sente automaticamente immune, autorizzato a sputare veleno sugli ebrei purché lo faccia in nome di una “causa superiore”. È l’equivoco della buona coscienza che oggi ci presenta il conto.
Il miraggio del “buon compagno” e l’ossessione del complotto
A sinistra, il veleno è stato travasato nelle ampolle dell’antimperialismo. Dalla metà degli anni Cinquanta, l’Unione Sovietica decise che Israele era il nemico. Mentre all’interno si procedeva alle purghe contro i dirigenti ebrei, l’appoggio di Mosca ai paesi arabi offriva una copertura ideologica formidabile. Non si odia l’ebreo in quanto tale – ci dicono – ma in quanto “sionista”, “oppressore”, “avamposto dell’imperialismo”. È un trucco semantico che permette di compilare liste di proscrizione con la coscienza pulita del rivoluzionario, trasformando l’odio razziale in “critica politica”.
A destra, l’antiebraismo ha abbandonato lo stivale delle squadracce per indossare il doppiopetto delle teorie del complotto. I “Protocolli dei Savi di Sion” sono stati aggiornati per l’era digitale. Oggi non si parla più di banchieri col naso adunco, ma di “lobby finanziarie internazionali” e “poteri forti” che attentano alla sovranità nazionale. Il nome di Rothschild è stato sostituito da quello di Soros, ma il canovaccio è lo stesso: l’ebreo che nell’ombra manovra i fili del mondo. È il mito della “sostituzione etnica”, una storiella buona per chi ha bisogno di un colpevole esterno per spiegare la complessità del mondo moderno.
In mezzo ci finisce la scuola, dove la cultura dei popoli europei viene staccata dalle sue radici ebraiche e la storia dello Stato di Israele viene ignorata o distorta. Si ignora che Israele è l’unico esempio di democrazia in quell’area, pur con le sue lacerazioni interne ben descritte da Valentina Furlanetto in “Fondato sulla Sabbia”. Si preferisce l’equazione rozza: governo israeliano uguale popolo israeliano uguale ebrei di tutto il mondo. Un sillogismo che è la base di ogni razzismo.
Il pasticcio delle leggi e il monito tradito
La politica italiana, accortasi tardi del fumo che usciva dalle cantine, ha deciso di correre ai ripari con la consueta foga legislativa. In Commissione giacciono quattro disegni di legge: due del PD, uno di Fratelli d’Italia e uno della Lega. Tutti invocano la definizione di antisemitismo dell’IHRA, ma ognuno la tira per la giacchetta.
Il senatore Delrio punta sulla prevenzione e sul controllo del web, cercando di non indispettire troppo il mondo accademico. Ma la sinistra radicale ha già urlato al bavaglio contro le proteste pro-Pal. Risultato? Il senatore Boccia ha dovuto presentare una versione “ammorbidita” per salvare capra e cavoli. Dall’altra parte, Gasparri e Romeo chiedono manette e rigore, più preoccupati dell’ordine pubblico che della radice culturale del male.
Il rischio è quello di partorire un “Testo Unificato” che sia l’ennesimo mostro burocratico. Un reato d’opinione che non convincerà nessuno e non fermerà nessuno. L’UCEI chiede una presa di posizione netta, ed è difficile dar loro torto. Ma la conclusione del nostro incontro bolognese non è stata ottimistica. Un decreto legge può dare un segnale, ma se l’applicazione è resa impossibile dai compromessi o dal timore di scontentare questa o quella piazza, rimarrà lettera morta.
Conclusione: un monito per i vivi
La Giornata della Memoria sta diventando un’isola deserta. Se continuiamo a considerarla una sorta di “dono” o di risarcimento morale che lo Stato concede alla comunità ebraica, abbiamo perso in partenza. La Shoah non è stata una sciagura capitata a “loro”; è stata l’eclissi della ragione di “noi” europei.
Dobbiamo smetterla di guardare al 27 gennaio come a un anniversario polveroso. La Memoria deve trasformarsi in un monito universale e perenne contro ogni forma di totalitarismo e autoritarismo. Deve ricordarci a quali atrocità può arrivare una nazione quando rinuncia al pensiero critico e accetta la logica del capro espiatorio.
Oggi l’odio non ha bisogno di camere a gas per avvelenare la società; gli bastano i social media, le aule universitarie compiacenti e l’opportunismo di una politica che preferisce il consenso della piazza alla verità dei fatti. Se la Giornata della Memoria non ci serve a riconoscere questi segnali nel presente, allora tanto vale smettere di celebrare. La memoria è un impegno civile verso i vivi, non un mazzo di fiori deposto su una tomba per tacitare la propria coscienza.



