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12 Febbraio 2026Oltre il riformismo: a Venezia servono riformatori (“immoderati”)
Il riformismo, come prassi politica, nasce nel rifiuto della rivoluzione e per la convinzione che l’azione politica dovesse avere luogo nelle istituzioni democratiche. Centoquattro anni fa fu un tema dirimente all’interno delle forze socialiste, tanto da spingere Turati e Matteotti ad uscire del Partito Socialista, in polemica con l’area massimalista, e fondare il Partito Socialista Unitario. L’anno di fondazione del PSU, il 1922, è quello della marcia su Roma. Non mi dilungherò sulla critica di Salvemini rispetto alle divisioni del fronte socialista, è sufficiente richiamare il suo capolavoro “Le Origini del Fascismo in Italia – Lezioni di Harvard”. Lo storico e deputato lamentava l’atteggiamento tetragono e ideologico del massimalismo, in particolare il rifiuto di partecipare efficacemente ai lavori parlamentari, fino ad identificare in questo una delle cause dell’immobilismo istituzionale che condusse Mussolini al governo. Arriviamo però alla contemporaneità. Credo di poter affermare con un buon grado di certezza che il riformismo sia patrimonio comune di tutto l’arco parlamentare, tutte le forze politiche si adoperano nelle Camere per legiferare. Non vedo all’orizzonte forze parlamentari che invochino la rivoluzione. Il motivo di questa breve digressione è presto detto: al riformismo servono riformatori; all’Italia, e alla nostra città, servono riformatori. In questa categoria credo che rientrino anche i radicali, protagonisti di importanti riforme, non solo nel campo dei diritti civili. Le riforme però non sono necessariamente moderate, non rigettano gli eccessi in quanto tali. Per gestire il turismo servono misure non per forza “contenute”, l’emergenza abitativa necessita di risposte sicuramente poco “sobrie”, l’istituzione di piattaforme civiche per la democrazia partecipativa non è una idea “temperata”, il progetto di dotare la Città d’acqua di un sistema fognario – degno di un Paese economicamente sviluppato – non è “frugale”. Le riforme necessitano di tutte le misure utili a raggiungere un determinato obiettivo, essere riformisti non basta, è il punto di partenza. Suggerisco un orizzonte diverso: bisogna invocare cambiamenti in Città che derivino da politiche misurate in base alla razionalità economica, all’efficienza ed efficacia, in altre parole all’analisi costi e benefici, compresi quelli sociali e ambientali. Bisogna fare esattamente quanto di necessario per ottenere gli obiettivi voluti e deliberati democraticamente, nel rispetto del pluralismo e della libertà. I radicali spesso si definiscono “estremisti di centro”, non semplicemente liberali ma libertari e spesso liberisti, sicuramente immoderati. I fratelli Rosselli erano sicuramente riformatori, liberali e socialisti, non moderati. Gobetti*, una delle prime vittime della peste fascista, invocò la Rivoluzione Liberale, non intesa come un piano di rovesciamento del potere politico, bensì un cambio di paradigma. Matteotti non era un moderato, tantomeno Pannella. Fiorentino Sullo, importante ministro democratico-cristiano, non fu moderato quando propose un piano regolatore per l’edilizia urbana: avanzò l’idea di espropriare a prezzi calmierati per favorire l’edilizia pubblica. Alcide De Gasperi attuò la riforma agraria e la progressività fiscale, idee certamente immoderate al tempo. Gettiamo il cuore oltre all’ostacolo, Venezia ha disperatamente bisogno di riforme che vadano alla radice degli enormi problemi sociali, economici e ambientali che viviamo ogni giorno. La partecipazione delle forze laiche, ovvero quelle scevre da condizionamenti ideologici, morali o religiosi, sarà imprescindibile… le forze laiche appunto, non moderate. Non percorriamo la strada per una “Unione delle forze laiche”, cioè una mera sommatoria, bensì quella per una “Unione laica delle forze”, qualcosa che, prescindendo dai diversi posizionamenti, offra proposte unitarie, concrete. Samuele Vianello, segretario dei Radicali di Venezia.
*La fotografia di copertina è di Piero Gobetti, morto 100 anni fa (Parigi, 15 febbraio 1926) per i postumi delle percosse fasciste



