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14 Luglio 2026Biennale ’26. Agnosco stylum regiminis Cremlini. Il martirio di Semyon Skrepetsky e il silenzio di Venezia.
Biała Podlaska, Polonia. Ore 10:00 del 15 giugno. Tre proiettili calibro 9 millimetri Luger, esplosi in rapida successione, colpiscono Semyon Skrepetsky. Altri due, di cui uno al volto, lo finiscono mentre è già a terra. Un’esecuzione spietata, in pieno giorno, nella città in cui l’artista viveva da quattro anni insieme alla moglie e ai loro cinque figli.
Dietro lo pseudonimo di Semyon Skrepetsky si celava Robert Kuzovkov, un prolifico artista e caricaturista di origini baschire. Con la forza della sua opera, Kuzovkov denunciava senza sosta Vladimir Putin e il suo apparato di potere: il terrore, la censura di Stato, l’aggressione criminale all’Ucraina e il fanatismo religioso dei miliziani ceceni di Kadyrov… ma, soprattutto, combatteva l’oppressione coloniale di Mosca nei confronti del suo e dei molti altri popoli sottomessi nei secoli dallo Zar, dai sovietici e, infine, dalla Federazione.
Nel 2021 aveva bruciato il proprio passaporto russo prima di riparare in Polonia come rifugiato politico. Un artista in esilio che temeva razionalmente per la propria vita, una preoccupazione che ridimensionava con amara ironia: «Meglio scherzare su questi argomenti pesanti, piuttosto che farsi schiacciare da essi». Nonostante la costante minaccia di ritorsioni, ha continuato a sfidare il regime attraverso un’arte dissacrante ribattezzata “Skreprealism”.
Lo stesso nome d’arte, Skrepetsky, derivava ironicamente dalla parola russa skrepy (“legami” o “fari spirituali”), il termine feticcio utilizzato dalla propaganda del Cremlino per giustificare l’invasione in nome di una presunta superiorità morale. Le sue opere prendevano di mira il Patriarcato di Mosca – braccio religioso del controllo statale –, la corruzione politica e la cultura imperialista neozarista. Semyon ne mutuava la retorica patriottica, decostruendola fino a evidenziarne la ridicola assurdità.
Sul suo canale YouTube commentava le notizie della Federazione con uno stile parodistico inconfondibile. Imitando la postura e i toni della televisione di Stato, l’artista si lanciava in flussi di coscienza surreali, contraddistinti dal sarcasmo caustico e dalle freddure taglienti. Costruiva allegorie capaci di disarmare la narrazione russa, dando vita a un immaginario crudo fatto di idoli violati e miti ridicolizzati.
Kuzovkov coniugava la pittura all’arte performativa. A Berlino, aveva inscenato una provocatoria processione davanti all’ambasciata russa: vestito con un’uniforme grottesca, ricoperta di paccottiglia in guisa di decorazioni verosimili, sfilava con una bandiera russa infilata letteralmente nel culo – sfidando provocatoriamente chiunque a sottrargliela.
Tra le mani reggeva un’icona atipica, la “Natività di Putin”. Nel dipinto, un Vladimir infante viene cullato affettuosamente da Stalin; entrambi perdono sangue dalla bocca, con i volti corrugati incorniciati da aureole di filo spinato. I potenti però hanno piedi di argilla, e i sudditi vivono in condizioni degradanti, e così Semyon aveva abbinato delle calzature di paglia all’uniforme improbabile e al colbacco dal sapore sovietico, indossando anche i portyanki, dei pezzi di stoffa rettangolari da avvolgere attorno ai piedi – un surrogato delle calze – indumento che ha accompagnato l’armata rossa e l’esercito russo fino al 2013, forze armate dai piedi scoperti.
A maggio, l’artista aveva scelto di manifestare a Venezia con i radicali contro l’apertura del padiglione ufficiale della Federazione Russa alla Biennale. Una riapertura che, per stessa ammissione di Mikhail Shvydkoy (rappresentante del Cremlino per la cooperazione culturale internazionale), avrebbe ospitato una “rappresentazione artistica dell’operazione militare speciale”.
Soltanto il giorno precedente, Skrepetsky aveva esposto i suoi lavori in un padiglione alternativo organizzato da Memorial Italia e Arts Against Aggression, nato per dare voce agli artisti perseguitati e ai popoli oppressi da Mosca, inclusi i Baschiri.
Semyon era venuto a Venezia per denunciare la scelta degradante del presidente Pietrangelo Buttafuoco di concedere a Putin un palcoscenico mondiale, decisione che ha leso la dignità della città, trasformata in una vetrina di prestigio a uso e consumo del tiranno, con il beneplacito del sindaco Luigi Brugnaro e il presidente Stefani – entrambi nel Cda della Biennale in quel periodo – e nel silenzio tombale del centrosinistra locale.
Per aver organizzato quella manifestazione, chi l’ha fatto è stato etichettato come nemico della cultura, guerrafondaio, russofobo e censore. Niente ha aizzato i finti intellettuali veneziani – epigoni involontari della propaganda di Mosca – quanto la scelta della Commissione Europea di minacciare il blocco dei finanziamenti alla Biennale per la presenza di un ospite così compromettente.
Il 12 luglio l’annuncio della sospensione ha provocato i piagnistei della politica regionale che ha gridato alla “censura”. D’altronde, la contiguità di parte della politica leghista e zaiana con il regime di Putin non è una novità. Gli esempi abbondano: dal consigliere Stefano Valdegamberi, primo firmatario della mozione che nel 2016 riconobbe la Crimea russa, a Luciano Sandonà, ex consigliere regionale da sempre schierato contro le sanzioni e a favore delle ragioni di Mosca.
Dopo l’assassinio di Semyon, però, è calato il silenzio.
La Biennale tace, la politica veneziana di ogni colore si barrica dietro il silenzio, mentre il caso diventa un tema politico transnazionale. La vicepresidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno, ha definito la passerella concessa alla Russia una “figuraccia che l’Italia avrebbe potuto evitare”, proponendo una rete europea di protezione per i dissidenti.
In Polonia, il premier Donald Tusk ha definito l’omicidio di Skrepetsky come di un atto di terrorismo di Stato. Il 18 giugno le autorità polacche hanno arrestato il presunto sicario alle porte di Varsavia. L’uomo è stato trovato in possesso di un passaporto georgiano intestato a un trentaseienne: una probabile identità di copertura per l’esecutore materiale, sospettato dagli inquirenti di essere un ceceno inquadrato in una rete internazionale di spionaggio ed eliminazione mirata. Mentre le indagini polacche proseguono, torna alla mente la celebre frase che Paolo Sarpi pronunciò dopo essere sopravvissuto a un agguato ordito dalla Curia romana. Sostituendo i protagonisti, oggi possiamo dire: Agnosco stylum regiminis Cremlini – riconosco lo stile del regime del Cremlino.
Noi continueremo a gridare che la partecipazione della Federazione Russa alla Biennale è uno scempio immondo. Faremo in modo che il sacrificio di Semyon non venga dimenticato.
Aveva scelto Venezia per levare il suo grido di libertà, ma le istituzioni politiche e culturali della città hanno tradito se stesse, i popoli oppressi, la democrazia e la libertà.
Venezia si scopre drammaticamente provinciale, prostrata ai piedi degli imperi, nell’attesa di raccogliere qualche tozzo di pane con cui banchettare nella sua servile decadenza.



