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24 Luglio 2026Un Atlante per navigare nel mondo complesso con Enrico Cerni
Ero incuriosito dal titolo del libro “Atlante della Complessità” di Enrico Cerni. L’ho letto cercando conferme o ulteriori stimoli per le mie riflessioni che sto conducendo da un po’ di tempo sullo stesso tema. Mi sono detto che forse la lettura del libro mi avrebbe aiutato a sciogliere dubbi e a rafforzare la convinzione che la complessità, per come la vedo io, è una realtà ineliminabile, un Kaos calmo in quanto contesto della vita.
Nell’impianto complessivo di Cerni ci sono differenze con la mia chiave di lettura. Vediamo lui, prima di tutto, per me una sorpresa.
Cerni prende atto della complessità della vita e delle relazioni, non solo tra persone, ma anche tra elementi, cose, pensieri e azioni, per destrutturarla e offrire soluzioni possibili, non definitive ma in chiave metodologica. La destruttura per osservare i suoi elementi in modo olistico, per avvalorarla, per non poterne fare a meno. Offre mappe di navigazione per chi vuole o deve organizzare una rotta e raggiungere un obiettivo o, fatto complesso in sé, più obiettivi. In un’azienda, in un gruppo, in una delle tante cellule sociali dove si sta insieme, affrontando un insieme. A tal fine utilizza in abbondanza l’analisi testuale di lemmi, parole, etimologie, soprattutto per svelarne la molteplicità e la stratificazione, fin dall’origine. Da questo punto di vista è un lavoro realmente completo. Con questa lettura mi sono effettivamente imbattuto in un’ampia gamma di termini con matrice in diverse lingue, snocciolati con invidiabile competenza e con meticolosa ricerca fin dalla radice.
Sfoglio il libro e trovo, per esempio, l’origine della parola “organizzare”, che molto dice di una delle esplicite finalità del libro, vale a dire l’agire individuale o di gruppo verso uno scopo, nel mondo complesso. In “organizzare”, oltre al latino organum, c’è il greco ergon, lavoro, assimilato all’inglese work, all’olandese werk e al tedesco das Werk, tutti figli della stessa paternità, l’onnicomprensivo — è il caso di dirlo — indoeuropeo. Questa catena di parenti (li chiama spesso proprio così) sarà frequente, ma non mancheranno altre più lontane famiglie linguistiche.
In un’altra pagina più avanti c’è la scomposizione e ricomposizione del termine “diversità”, che è evidentemente connaturata a complessità. Da divertere, dis-vertere, cioè procedere in altra direzione. Il mondo con le differenze è definito da Cerni “affascinante”. E, ancora, la complessità è nella gamma semantica di alcune parole, logos, oikos, che danno “ecologia”. Oppure “transizione”, da trans ire, complessità del termine per “andare oltre” e “cambiare”. Sono solo esempi di una ricca antologia di complessità linguistiche, per la evidente constatazione che è la lingua la prima e più immediata articolazione del molteplice che ci circonda. Chi ha un orizzonte di vita ridotto emette, al contrario, suoni semplici, ma noi no, siamo umani. E abbiamo visione larga, vediamo un elemento diverso dall’altro, e lo diciamo. Da questo punto di vista il lavoro di Cerni è veramente un campionario importante. Le molte citazioni, a decine, da Dante Alighieri a Pierangelo Bertoli, da Oscar Wilde a Mercedes Sosa e tanti altri, lo sorreggono nell’impresa.
Il mio accostamento alla complessità è, tuttavia, come già premesso, parzialmente diverso, non alternativo. Diciamo che potrebbe essere complementare, tanto per stare in tema. Leggendo il suo libro in effetti aspettavo l’autore al varco per vedere se ci arrivava anche lui, al mio punto.
La mia complessità di partenza riguarda, sì, l’agire o le scelte per l’agire, ma non durante l’azione, quanto piuttosto a monte, sul piano dell’etica, nell’eterno binomio bene/male, basata sul giudizio su cos’è l’uno e su cos’è l’altro. E si sa che questo binomio non si identifica tra ciò che è a mio favore e ciò che mi è contro, altrimenti tutto ciò che è a mio favore sarebbe bene e viceversa, e non è proprio così. L’etica ricerca fondamenti oggettivi su bene e male. Sul piano individuale e anche sul piano collettivo, pubblico, che chiamiamo politica. In fondo la politica è la branca collettiva, pubblica, sociale, dell’etica.
Il primo fondamento oggettivo riguarda i fatti da cui si parte, la loro critica, la loro evoluzione in meglio (o anche in peggio) che ogni giudizio sottende. Già sui fatti di partenza interviene il livello della complessità, perché i fatti non sono mai isolati: si integrano, a volte si contraddicono, ma sono fatti, non opinioni, e bisogna tener conto di tutte le loro connessioni. Poi dovrebbe scattare il giudizio che precede la scelta, basato primariamente sulla complessità dei fatti. Come del resto fa, o dovrebbe fare, su un altro piano, la scienza.
E qui, nella mia riflessione, devo stare nel presente e si fa strada la preoccupazione per una deriva, non so se solo contemporanea, sicuramente non solo italiana, che va in senso opposto alla complessità dei fatti: verso una voluta semplificazione, che inevitabilmente radicalizza lo scontro con parole d’ordine di parte, frutto di posizionamenti sostanzialmente faziosi. In definitiva la complessità è calpestata dalla propaganda politica, non trovo altra definizione. E questo metodo riduttivo lo ritroviamo immutato anche in diatribe apparentemente non politiche, di vita sociale e quotidiana, e lì c’è la propaganda personale, la cellula, quella che ti fa sempre semplificare le cose a tuo favore. Diciamo che la – si fa per dire – dialettica politica sublima e rende paradigmatiche le diatribe personali. Avendo io già una certa età, e sempre in nome della complessità, posso interrogarmi sul fatto che questa tendenza non sia solo del presente, ma risulti una costante storica, in cui cambiano solo le forme, anche molto, e ovviamente cambiano gli attori. Lasciando però sostanzialmente immutata la dinamica semplificatoria, di solito messa in campo a favore di chi deve sostenere qualcosa, qualsiasi cosa. In politica in primis, ma, dicevo, non solo.
Anche questo mio giudizio su tale costante storica lo esprimo in omaggio alla complessità, per evitare di guardare sempre l’ombelico del presente (si tende sempre a vedere il picco di ciò che non va nel presente). Di fatto, temo, sia nella natura umana la semplificazione propagandistica. Forse già anche Achei e Troiani facevano propaganda semplificando e vedendo solo le loro ragioni. L’Ulisse che ho visto al cinema pochi giorni fa era forse l’unico eroe di quella epica saga che si rendeva conto della complessità e delle contraddizioni, anche se poi sceglieva, roso dal dubbio, tra costi e benefici. Ogni ideologia che è passata per questa terra si nutre della propaganda semplificatoria. E, per contrario, ogni pensiero complesso non è ideologico: è, appunto, pensiero. Non per caso la politica è irretita da oltre due secoli nella morsa sinistra-destra, la tenaglia ideologica, semplificatoria e menzognera, che uccide le differenze, le cose complesse, riducendole a due insiemi irreali e astratti, a un letale sistema bipolare che umilia le individualità dei soggetti, il pensiero critico, la pragmaticità delle scelte. La ragione, che ha portato alla democrazia, con le sue stesse mani ha costruito la gabbia ideologica da cui non riesce ancora ad uscire; e ci vorrà la sua pazienza per ritrovare la strada giusta, ripercorrendo a ritroso il percorso e provare ad imboccare quello più adeguato ad esplorare la foresta del mondo complesso.
Ebbene, durante la lettura, con pazienza attendevo di vedere se Cerni nel suo libro prima o poi andava a parare anche verso il contesto etico (e di riflesso etico-politico) della complessità, collocata a monte dell’agire. Con questo filtro ho capito però che, in effetti, questo mio tipo di ricerca non è l’obiettivo del suo libro. E tuttavia in alcuni ben evidenziati punti, quasi dei tocchi, ci arriva anche lui, seppure mi paiano passaggi accessori al discorso principale, quasi dei commenti incidentali. Che per congiunzioni astrali finiscono per venire dalla mia stessa parte.
Lo fa quando, a proposito dell’indole umana verso la semplificazione, cita Dostoevskij: “L’uomo ha una tale passione per il sistema e la deduzione logica, che è disposto ad alterare la verità per non vedere il vedibile, a non udire l’udibile pur di legittimare la propria logica”. E ancora: “Più diventiamo adulti (tanto più anziani) e più fatichiamo a staccarci realmente da sentieri che già abbiamo percorso, dal comfort del confortante noto…”, evidenziando, in modo illuminante, come l’essere adulti maturi aggravi, chi l’avrebbe mai detto, la tendenza alla semplificazione.
Più avanti chiosa: “L’equilibrio è uno stato d’animo: reggi il bilanciere e con quello procedi sulla fune ben tesa: cerchi di rifuggire gli estremi per non cedere alle lusinghe degli eccessi”. E devo dire che una frase del genere sembra quasi un balsamo se si pensa al dibattito politico con opposte tifoserie di questi giorni. Nei quali non è facile andare controcorrente, come Cerni osserva in un altro passaggio constatando: “…quanto più assistiamo a un comune sentire da parte di più soggetti, tanto più è difficile esprimere un’opinione contraria”. Contraria al pensiero dominante, sembrerebbe, mai foriero del “est modus in rebus” che lui invoca ad un certo punto nel finale.
E anche sui fatti mi dà in qualche modo ragione: “Nel ragionare il giudizio viene dopo: prima si conta, prima si leggono i dati, prima vengono i fatti, le cose che si toccano, i pezzi”.
Sono sì, tocchi, i suoi, ma forse non casuali come a prima vista si potrebbe ritenere, se è vero che il finale, l’ultima pagina, ne fa in qualche modo sintesi: “La complessità significa accettare che non esiste un solo punto di vista, che ogni sguardo è parziale, che ogni verità è situata; significa imparare a convivere con l’incertezza, a riconoscere la sensibilità di altre persone, a danzare con il dubbio, costruire senso insieme agli altri.”
In definitiva la complessità si nutre di connessioni e di cose che non si escludono, ma si possono sommare virtuosamente, come la congiunzione copulativa che, con onestà intellettuale, Cerni a più riprese fissa, raddoppiandola, sulle pagine del suo “Atlante”: “et… et”. Congiunzione doppia, emblematica del mondo complesso che, con questa semplice formula, si contrappone — e questo lo dico io — al suo opposto di sempre, l’attentatore velenoso presente in ogni ideologia: la congiunzione disgiuntiva raddoppiata “aut… aut”. Mai nominata ma sempre implicitamente presente come uno spettro della semplificazione che si aggira tra le righe. Da sconfiggere.
Buona lettura
Enrico Cerni, Atlante della complessità, edizioni il Sole 24 ore



