
Alberoni e la duna. Il rischio di perdere una storia gloriosa
17 Agosto 2026E’ fermo alla Camera, dopo essere stato approvato in Senato il 23 giugno scorso con 80 voti favorevoli, 56 contrari e 2 astenuti, il Disegno di Legge 1552 recante titolo “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”. La fauna selvatica “omeoterma” è quella composta dagli animali a sangue caldo relativamente stabile e cioè i mammiferi e gli uccelli; “prelievo venatorio” è il tecnicismo con cui si intende la caccia.
Si tratta di un DL che va a modificare in modo sostanziale la Legge 157 del 1992 che per oltre trent’anni ha regolato la caccia agli animali a sangue caldo.
L’esigenza di modificare le norme precedenti derivava dalle mutate condizioni della fauna nel nostro Paese: alcune specie si sono espanse in maniera significativa, in particolare il cinghiale, con danni notevoli in agricoltura, incidenti stradali, e problemi sanitari dovuti alla diffusione della peste suina. A ciò si aggiunge la presenza di specie invasive, di cui non è facile valutare l’impatto a lungo termine sui nostri ecosistemi.
Il testo si spinge a definire la caccia come “attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi”, e i cacciatori come “bioregolatori”.
Le voci critiche, scientifiche e ambientaliste, contestano questa impostazione sostenendo che la gestione faunistica efficace richiede invece un monitoraggio basato su dati oggettivi e misure preventive, che non si ottengono certo lasciando ai singoli cacciatori il prelevamento a caso di quello che riescono a cacciare.
Le novità più rilevanti contenute nel DL 1552, sono:
– le aree di caccia sono estese alle zone demaniali, quindi anche a spiagge e riserve naturali, lasciando l’ultima parola in merito alle Regioni;
– viene introdotto il divieto di ostacolare (con qualsiasi mezzo, ad es. il disturbo sonoro) l’attività dei cacciatori (multe fino a 900 euro);
– libertà alle Regioni di estendere i calendari venatori, anche oltre i primi 10 giorni di febbraio, un periodo critico per la migrazione e la nidificazione degli uccelli; le Regioni potranno anche aumentare le giornate settimanali di caccia consentite;
– aumento delle specie cacciabili: aggiunte l’oca selvatica, il colombaccio e il piccione di città (anche ai piccioni, quindi, si potrà sparare direttamente);
– il lupo viene declassato da “rigorosamente protetto” a “protetto”, qui recependo una direttiva europea, aprendo a “piani di contenimento” decisi in ambito regionale;
– strumenti utilizzabili: consentito l’uso di visori notturni ottici e termici per la caccia agli ungulati, e liberalizzata, anche se parzialmente, la pratica dei richiami vivi;
– consente agli agricoltori di partecipare al controllo del cinghiale e di trattenere gli animali abbattuti (per cibarsene, ovviamente);
– l’ISPRA (Istituto superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) viene declassato: i suoi pareri, attualmente vincolanti, diventano semplicemente consultivi.
È il caso di considerare, che la futura legge non obbligherebbe certo tutte le Regioni ad applicare le nuove norme: appare chiaro che si tratta più di un favore alle Regioni “amiche” che potranno applicarle industurbate.
Il DL ha avuto iter travagliato, durato un anno esatto, ed in Parlamento è stato convintamente osteggiato dalle opposizioni. Fuori del Palazzo, le associazioni ambientaliste e animaliste (le maggiori: WWF, Legambiente, LAV, LAC, Enpa e Lipu) hanno definito il provvedimanto “legge sparatutto” e organizzato proteste e manifestazioni in tutta Italia, raccogliendo centinaia di migliaia di firme e coinvolgendo in appelli pubblici la comunità scientifica.
I punti considerati più negativamente sono il rischio per la biodiversità (si spara a quasi tutto, senza criterio) la sicurezza pubblica nelle aree aperte (vedremo cacciatori con fucile e giberna avanzare sulle nostre spiagge sotto il caldo torrido?), e la possibilità che norme così permissive favoriscano il bracconaggio.
Anche la Commissione europea ha trovato da ridire, inviando una serie di riscontri negativi e di rilievi su diversi punti specifici del DL: il rischio evidente, per Stato italiano, è una procedura di infrazione .
Altro rilievo a carico del DL è l’aspetto costituzionale, con l’art. 9 che ha assunto l’ambiente a soggetto esplicito di protezione.
Molti si chiedono il perché di questo accanimento, da parte dell’attuale maggioranza di governo, nello spingere contro ogni buon senso verso l’approvazione di una legge volta a favorire un’esigua minoranza di cittadini (meno dell’1%), di cui si fatica a comprendere il peso politico e di lobby che dimostra di avere. D’altra parte non ci vuole molto a capire che un’altra grande beneficiaria di questa Legge sarà l’industria delle armi e delle munizioni, il cui incremento è diventato così pressante nell’agenda politica degli ultimi tempi.
In effetti i cacciatori in Italia sono sempre meno: la cifra si assesta a 588.000 licenze attive (dati 2024, Ministero dell’Interno), tenendo conto che negli anni ‘80 e ‘90 le licenze superavano agevolmente il milione e mezzo. È interessante notare che il calo è dovuto anche al mancato ricambio generazionale: se negli anni ‘90 “più del 60% dei cacciatori italiani si collocava nella fascia d’età 30-49 anni, cui si aggiungeva un 20% di cacciatori fino ai 29 anni”, “attualmente la maggior parte dei cacciatori ha un’età compresa tra i 65 e i 78 anni” (Wikipedia), con evidente ricaduta sulle capacità fisiche, la lucidità mentale, la prontezza dei riflessi di chi imbraccia un fucile a quell’età. Ogni anno, infatti, si registrano in ambito ventorio reati contro la proprietà e il patrimonio, oltre a incidenti con morti e feriti tra gli stessi cacciatori vittime di se stessi (33 nell’ultima stagione) e 13 vittime totalmente estranee all’attività venatoria (La Stampa, 4 febbraio 2026, che cita l’Osservatorio Avc, Associazione vittime della caccia).
In questo momento sono attive due proposte di referendum riguardanti la caccia: la prima chiede di abrogare l’art. 842 del Codice civile, che attualmente consente l’ingresso dei cacciatori nelle proprietà private, anche senza l’approvazione del legittimo proprietario del fondo; la seconda interviene sulle norme applicabili all’uccisione e al maltrattamento degli animali, ottenendo, secondo i promotori, di rendere illegale la caccia in Italia.
Si firma entrando nel sito del Ministero della Giustizia, muniti di SPID o CIE; i due quesiti sono indicati con Id iniziativa 7300000 e 7300001. C’è tempo fino al 30 settembre 2026.
Mentre scrivo, a Prima pagina, su Radio 3, gli italiani favorevoli all’abolizione della caccia risultano essere oltre il 70%.



