
Il “MA” che blocca l’Europa
24 Settembre 2026
IN CORO PER L’EUROPA
28 Settembre 2026Esiste un sottile e profondo filo rosso che unisce la geopolitica globale, l’idea di Europa, la storia di un’antica capitale di mare e la potenza trascinante di duecento voci che cantano all’unisono. Questo legame ha preso forma il 24 settembre scorso al Teatro Toniolo di Mestre con “In coro per l’Europa”, lo spettacolo ideato, messo in scena ed eseguito dalla Big Vocal Orchestra per celebrare i primi dieci anni di Fondaco Europa. Nata nel 2016 nel territorio veneziano, l’associazione culturale ha compiuto un decennio di attività intensa e appassionata. Lo ha sottolineato con forza nel discorso introduttivo alla serata (che prossimamente ci piacerebbe riportare integralmente in questa stessa pagina) il Presidente e fondatore di Fondaco, Arcangelo Boldrin: l’evento non vuole solo festeggiare un traguardo temporale, ma è anche e soprattutto l’occasione per ribadire la necessità di un’Europa unita, coesa e consapevole delle sfide del proprio tempo. La serata, a cui ho personalmente presenziato, non ha tradito, devo dire, le attese: in un momento storico segnato da incertezze e spinte sovraniste, celebrare un decennio di impegni attraverso la musica ha significato trasformare la riflessione civile in un’esperienza emotiva collettiva.
Per comprendere il senso della celebrazione, occorre guardare alla natura identitaria di Fondaco Europa.
Come si legge nel suo sito, l’associazione si configura fin dalla sua genesi “come luogo aperto di discussione sui temi della politica internazionale, affronta e analizza con spirito critico anche gli aspetti più controversi e spinosi del processo di integrazione europea“. Il suo raggio d’azione si è sviluppato promuovendo convegni di studio e partecipando attivamente a diverse iniziative territoriali, con particolare attenzione ai giovani e agli studenti, alla cui formazione ha dedicato specifici percorsi in sinergia con le Università del Triveneto. L’ambizione profonda è sempre stata quella di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica attorno a un’idea portante: la concretizzazione non più procrastinabile di una reale federazione europea. C’è perciò sintonia tra l’orizzonte di Fondaco e la nostra testata, Luminosi Giorni, che fin dalla sua fondazione nel 2011, condivide e coltiva questa stessa idea, per la quale continuerà a fare la sua parte, con una convinzione: per raggiungere un traguardo così ambizioso e urgente è necessario incessantemente rianimare la coscienza civile e mobilitare le energie migliori, cercandole e trovandole. E’ stato e sarà il nostro mestiere.
C’è poi un ulteriore aspetto fondamentale dell’associazione da rimarcare: la scelta di fondarla dieci anni fa a Venezia risponde a una precisa vocazione simbolica. Venezia è la città che incarna l’accoglienza di culture diverse, luogo di incontro tra Occidente e Oriente. Il nome “Fondaco” richiama gli antichi edifici della Serenissima destinati ai mercanti stranieri, dove lo scambio di merci si trasformava in un continuo scambio di idee e prospettive. Fondaco Europa ha inteso riportare l’area metropolitana veneta al centro di questi processi, valorizzandone le potenzialità a beneficio dell’intero Paese.
Il passaggio dal dibattito saggistico alla dimensione dello spettacolo musicale con cui il decennale è stato celebrato al Toniolo ha rappresentato un’evoluzione naturale. L’associazione si è perciò affidata alla Big Vocal Orchestra, diretta dal Maestro Marco Toso Borella. Attiva dal 2012 e riconosciuta di fatto come voce istituzionale della città di Venezia, la grande formazione corale racconta storie e veicola messaggi sociali e culturali attraverso la forza dell’arte, della musica e della vocalità.
La convergenza tra le due realtà nasce da una profonda condivisione di valori. L’allestimento di “In coro per l’Europa” rompe la barriera tra palcoscenico e platea: duecento cantori occupano gli spazi del teatro, avvolgendo il pubblico in un grande abbraccio sonoro. Questa disposizione immersiva assume una forte carica simbolica: alzare il volume delle voci significa riaffermare il sogno dei padri fondatori dell’Europa. Il messaggio, e lo dico da testimone, è risultato evidente: come in una comunità democratica, dove ogni voce mantiene la propria identità, è solo nell’unione degli intenti che le individualità si trasformano in un canto collettivo. Non è retorica, è ciò che è stato comunicato al pubblico, che lo ha accolto con emozione e consapevolezza.
Il repertorio dello spettacolo è stato una drammaturgia sonora pensata per intrecciare i temi della libertà, della solidarietà e della fratellanza in chiave europea e globale. Un percorso di impronta identitaria classicamente europeo occidentale: le atmosfere epiche dei musical Les Misérables e The Greatest Showman, i grandi classici del pop-rock — dai Beatles a David Bowie, dai Depeche Mode ai Coldplay, fino a Bronski Beat, Tears for Fears e Cyndi Lauper — ripercorrono la colonna sonora di un continente che ha fatto della contaminazione culturale un terreno comune. A questi si affiancano “La cura” di Franco Battiato — metafora della responsabilità verso l’altro — e “Carmina Nirvana”, originale fusione tra Carl Orff e i Nirvana. Con il sigillo, e non poteva mancare, dell’esecuzione dell’Inno alla Gioia di Beethoven, inno ufficiale dell’Unione.
Alcune note a margine.
Le esecuzioni musicali sono state intervallate da brevi letture, ottimamente eseguite, di riflessioni e testimonianze di tutti questi temi, mentre scorrevano le immagini e le parole dei padri fondatori dell’Europa: Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer (ricordarli ancora una volta male non fa). Un posto di rilievo è stato riservato a Winston Churchill, tra i primi a invocare gli “Stati Uniti d’Europa” subito dopo la guerra, come ricordato dalla lettura della sua storica dichiarazione del 19 settembre 1946.
Ascoltare quella dichiarazione, mentre scorreva la sua immagine, portava inevitabilmente a riflettere sul fatto che il suo popolo, i suoi concittadini esattamente dieci anni fa, abbiano scelto di uscire dall’Unione, seppur con una risicata maggioranza (e minoranza, ben meno del 40% è bene ricordarlo, dei votanti di diritto). L’accostamento tra quella visione pionieristica di Churchill e la Brexit stride fortemente, ancor più stridente considerando che la Big Vocal Orchestra cantava al Toniolo per la maggior parte in inglese, attingendo al repertorio di artisti in grande prevalenza britannici. L’inglese è infine la lingua trasversale di gran lunga più utilizzata come lingua procedureale di lavoro nelle istituzioni dell’Unione Europea. Non mi resta che la speranza di veder sanata presto questa ferita e che i cittadini del Regno Unito possano in futuro invertire la rotta. Questa volta in maggioranza vera, per far cambiare il vento.
Sullo schermo si sono poi succedute le figure di altri grandi europei: Simone Veil, prima presidente del Parlamento eletto, e personalità di rilievo italiane come Claudio Magris e Carlo Azeglio Ciampi. Tra loro anche David Sassoli, di cui è stato riproposto un passaggio del discorso di insediamento a Presidente del Parlamento Europeo a Strasburgo il 3 luglio 2019:
«Se siamo europei è anche perché siamo innamorati dei nostri Paesi. Ma il nazionalismo che diventa ideologia e idolatria produce virus che stimolano istinti di superiorità e producono conflitti distruttivi».
Rileggere e risenjtire queste parole mi ha commosso e ho pensato che non ci sia sintesi migliore per condensare la sostanza della missione che, come europeisti, possiamo e dobbiamo compiere. In sua memoria e per il futuro nostro, dei nostri figli e dei loro figli.



