
LA SFIDA DEL RIFORMISMO Oltre il ricatto del voto utile c’è un riformismo radicale
28 Ottobre 2026Putin Khan e la dezinformatzija
Gli Stati non nascono nel vuoto, incarnano una memoria storica che si tramanda in modo darwiniano. Per oltre due secoli i principati russi hanno vissuto sottomessi all’Orda d’Oro. In quell’ecosistema spietato, chi combatteva a viso aperto moriva. Mosca era solo un piccolo avamposto secondario in mezzo alle foreste, ma ha vinto la lotta per la sopravvivenza assimilando nel proprio DNA istituzionale la cultura strategica dei suoi dominatori. E quando oltre novant’anni fa l’Unione Sovietica ha industrializzato la propaganda e la disinformazione globale, lo ha fatto innestandola su un riflesso condizionato vecchio di sette secoli, vincere nella mente del nemico prima ancora che la battaglia abbia inizio, perché uno scontro frontale e prolungato rivelerebbe tutta la propria fragilità interna.
Durante l’espansione dell’Impero Mongolo, Gengis Khan e i suoi successori hanno trasformato l’informazione, la paura e la percezione in armi di distruzione di massa per piegare civiltà molto più ricche, popolate e tecnologicamente avanzate.
Usavano prima di tutto l’inganno visivo per mascherare la propria debolezza strutturale. I Mongoli erano quasi sempre in netta inferiorità numerica ed economica rispetto agli imperi che attaccavano. Per compensare, legavano rami secchi dietro i cavalli sollevando immense nuvole di polvere all’orizzonte e montavano fantocci di feltro, donne e bambini sui cavalli di riserva per gonfiare artificialmente l’esercito agli occhi degli esploratori nemici.
È lo stesso identico paradosso della Russia contemporanea, un Paese che si estende su undici fusi orari e possiede risorse naturali sconfinate, ma che a causa di un modello estrattivo e oligarchico ha un PIL nominale paragonabile a quello della sola Italia. Per nascondere un’economia sottodimensionata rispetto alle proprie ambizioni imperiali, Mosca usa i fantocci a cavallo del ventunesimo secolo, come le bot farm, le reti di disinformazione e i propagandisti all’estero, incaricati di alzare polvere digitale per far credere all’Occidente di avere di fronte una superpotenza monolitica e invincibile.
I Mongoli diffondevano poi deliberatamente il mito della propria invincibilità attraverso il terrore. Lasciavano fuggire a bella posta i superstiti delle città rase al suolo affinché i racconti dell’orrore precedessero l’esercito. L’obiettivo era convincere il bersaglio successivo che resistere era inutile e suicida. Eppure la storia dimostra che quel mito era un bluff, quando gli avversari non si sono fatti paralizzare dal panico, i Mongoli sono stati sconfitti sul campo, dai Mamelucchi ad Ain Jalut fino ai tentativi falliti in Giappone e a Giava, finendo poi per disintegrarsi da soli in lotte intestine. Allo stesso modo, la propaganda russa oggi agita a giorni alterni lo spettro dell’apocalisse nucleare e dell’inevitabile vittoria di Mosca per spingere l’Europa alla resa preventiva, cercando di far dimenticare un dato storico elementare, l’impero russo e sovietico non è affatto invincibile. È stato sconfitto in Crimea nel 1856, umiliato dal Giappone nel 1905, battuto dalla Polonia nel 1920, logorato in Afghanistan negli anni Ottanta, ed è crollato su se stesso per ben due volte in meno di un secolo, nel 1917 e nel 1991, sotto il peso delle proprie contraddizioni economiche e politiche.
Infine, c’è l’arma più subdola: infiltrare il nemico e travestire l’aggressione da liberazione. Gengis Khan usava reti di mercanti e spie (come Hasan Hajji o Ja’far Khwajah) per mappare le fratture politiche, etniche e religiose degli Stati bersaglio. Quando nel 1218 il generale mongolo Jebe invase il vasto impero del Qara Khitai con appena ventimila uomini, sfruttò il malcontento religioso interno per presentarsi non come un conquistatore, ma come il liberatore delle minoranze oppresse da un’élite tirannica. Le città gli aprirono le porte dall’interno.
Questo copione del dodicesimo secolo è stato replicato da Mosca con precisione chirurgica per quasi cent’anni …
Quando l’Armata Rossa invade il Paese da est sostenendo di non essere in guerra, ma di intervenire unicamente per “proteggere le minoranze ucraine e bielorusse” dal collasso dello Stato polacco.
Quando dopo aver simulato un attacco contro le proprie truppe a Mainila, Stalin crea dal nulla un governo fantoccio a Terijoki e bombarda Helsinki sostenendo di rispondere alla richiesta di aiuto dei lavoratori finlandesi oppressi.
Quando i carri armati sovietici schiacciano Budapest e Praga in nome dell'”aiuto fraterno” per salvare i popoli dai complotti occidentali e controrivoluzionari.
Con la “protezione dei cittadini russi” usata per smembrare la Georgia in Ossezia del Sud e Abcasia, fino all’invasione dell’Ucraina giustificata con la difesa dei russofoni e la “liberazione” da una giunta ostile.
Finanziare ogni frattura politica e sociale dentro le democrazie avversarie, presentarsi come i difensori dei popoli o dei valori tradizionali contro le élite locali e agitare una maschera di invincibilità per nascondere le proprie debolezze strutturali. Gli strumenti sono passati dagli archi compositi agli algoritmi, ma la psicologia imperiale della steppa non è mai cambiata.



