
Il dilemma di Antigone
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Rivoluzione Italiana
17 Luglio 2012Premiare i più bravi a scuola? Pare di sì. La valorizzazione dell’eccellenza scolastica sembra sia diventata un imperativo categorico. Addirittura è stata annunciata dal ministro della pubblica istruzione. E di primo acchito può sembrare una cosa sacrosanta.
In me, personalmente, questo proclama suscita delle perplessità. Non che sia una fautrice della mediocrità e dell’appiattimento. Come insegnante, mi sforzo di dare il meglio e faccio di tutto perché i miei alunni rispondano nelle forme adeguate. Ma spesso i risultati sono deludenti. E’ chiaro che, se tali sono le risposte, la scuola non ne esce molto bene e deve, come prima cosa, rivedere il proprio ruolo, la propria forza e la propria capacità di motivare gli studenti. Ma la scuola oggi deve fare i conti con un’accresciuta complessità di individui. Fa un certo effetto sapere di bambini delle elementari, delle medie, disabili, extracomunitari, culturalmente e socialmente svantaggiati, bocciati perché non sono in grado di svolgere alcune “performance”.
Certo, è compito della scuola e degli insegnanti misurare le competenze degli studenti. Ed è compito degli studenti studiare, responsabilizzarsi e sforzarsi di raggiungerle. Ma chi interviene in ambito educativo non può non tener conto della zavorra di problemi che ogni allievo trascina con sé. E deve sforzarsi in tutti i modi di smorzarne la carica distruttiva, rimuovendo gli ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione di un percorso di studi. Lo sforzo comune che deve compiere la scuola è quello di dare spazio e visibilità ai peggiori, a quelli che non sono nati primi della classe. Eh sì, sa tanto di buonismo cattocomunista, ma è troppo facile misurarsi con le eccellenze, ignorando le frustrazioni degli ultimi. Semmai, dando loro la colpa di insuccessi e fallimenti.
Quando Asor Rosa parla di odiosi primi della classe, fa una chiara provocazione. Credo si riferisca al fatto che la scuola non riesce più a svolgere il suo ruolo di ascensore sociale. E la meritocrazia – sia pure sacrosanta in linea di principio – in un regime di povertà e di tagli, è un ritorno al passato perché rende la scuola sempre più elitaria. Un tempo si parlava di “pari opportunità” e di “uguaglianza nelle differenze”. Oggi ci si deve arrangiare. Le classi sono delle arene dove vige il principio darwiniano della sopravvivenza e dell’adattamento alle difficoltà. E in genere si adattano meglio coloro i quali hanno robuste impalcature di sostegno familiare e sociale.
Ben più difficile ma sicuramente più efficace sarebbe lavorare sull‘insuccesso di chi non fruisce degli stimoli adeguati in famiglia, di chi esercita un bilinguismo sottrattivo, dissociante, che divide la lingua del cuore e della pancia da quella delle comunicazioni formali. Ben più arduo sarebbe mirare al successo dei tantissimi – ormai – bambini che vivono e assorbono la precarietà della disoccupazione dei propri genitori e l’ansia di arrivare a fine mese.
Una campagna improntata solo alla valorizzazione delle eccellenze e che tenga in scarsa considerazione lo svantaggio reca con sé il rischio di infoltire la già nutrita schiera dei NEET (Not In Employment Education or Training), dei ragazzi, cioè, tra i 15 e i 24 anni che non studiano e non lavorano.
Non sono solo i bravi che vanno premiati: questi hanno già una motivazione intrinseca o una famiglia solida alle spalle. Una scuola, invece, che non è in grado di accogliere ed incoraggiare i più fragili è perdente, avvitata su se stessa, specchio di una democrazia che ha tradito i più elementari principi di giustizia sociale. Una riflessione più accurata, anche da parte degli addetti ai lavori, non guasterebbe…



