
Ipotesi per un programma
1 Maggio 2013
I tormenti del popolo PD
4 Maggio 2013Ho finalmente letto il libro che l’autore, Pompeo Volpe, ci ha inviato in redazione. Si intitola “ Negli anni di piombo a Padova ” (edizioni CLEUP, gennaio 2013); e il titolo dice già tutto insieme al sottotitolo “ tra le righe di una pagina da non voltare”. Non è semplice non voltare pagina oggi, vedendo la enorme distanza tra quegli anni, la loro matrice politica e questi che viviamo. Ma distanza fino a un certo punto. Questi nostri anni e gli ultimi brutti mesi italiani hanno, in fondo, una consonanza con quelli, vale a dire la sensazione della drammaticità del momento, anche se diversi sono i drammi per come sono percepiti; e da questo punto di vista la pagina, in effetti, la si vorrebbe proprio voltare. Il fatto è che non ci si riesce mai.
Pompeo Volpe con questo libro è in controtendenza, perché non sono molti coloro che ancora vogliono parlare di quel periodo. Lui invece tiene viva la memoria offrendo un atto di riconciliazione definitiva con il nemico di destra estrema di allora. E lo fa dando la parola finale in postfazione a Stefania Paternò, un’esponente della Giovane Italia, formazione giovanile di destra degli anni ’70, che riconosce le miserie e le colpe delle violenze di quegli anni da entrambe le parti.
Su un punto non sono del tutto d’accordo con Pompeo, quando in un passaggio, confutando una tesi di Ferdinando Adornato, intravede una matrice ideologica riconoscibile nelle formazioni extraparlamentari, anche in quelle più violente. In un editoriale di qualche mese fa sostenevo invece, a proposito di un film e di un libro di Silvia Giralucci, figlia di una vittima delle brigate rosse, che i politicizzati e violenti anni ’70 hanno rappresentato solo una variante dell’eterna sempre drammatica disunità nazionale. Gli italiani con scarso senso dello stato e della coesione nazionale si sono sempre divisi in una guerra civile permanente, coprendosi volta a volta solo strumentalmente con pretesti ideologici, utili per giustificare e coprire azioni prive di moventi ideali, per mettere in atto sempre la stessa scena, lo scontro viscerale, la manifestazione dell’odio gratuito di fazione; che c’era prima nei decenni e nei secoli precedenti con altre idee e coperture e che è continuato anche trent’anni anni dopo quei fatti con altre forme fino ad oggi. Certamente, come scrivevo allora, le ideologie forti e strutturate del ‘900 hanno fornito un armamentario più organico e facilmente adattabile alla visceralità emotiva degli italiani . Inoltre il fatto che l’ultimo ventennio non abbia visto manifestazioni così violente come trent’anni fa non ridimensiona la condizione di strisciante guerra civile. Che per altro è mantenuta viva con forme anche violente da formazioni ancora organizzate, che Pompeo nel finale del suo libro giustamente stigmatizza.
La Riconciliazione, che esemplarmente mette in atto Pompeo, andrebbe continuamente attuata anche nel presente. Ma con volontà sincera di riconoscimento e ammissione delle colpe e delle responsabilità storiche, politiche e se occorre anche dei reati e delle violazioni commesse e attraverso una chiara volontà di affrontare insieme le emergenze sociali ed economiche che ci assediano.
Non di questa specie sembra essere l’esperimento di unità nazionale che apparentemente per la prima volta mette in atto un’alleanza di governo tra schieramenti che fino a ieri si combattevano. Sotto una finta condivisione politica si mantengono questi combattimenti, le roccaforti, le posizioni, gli apparati,i difetti cronici, l’orgoglio e la rimozione permanente delle proprie responsabilità. Su questo piano c’è molto lavoro da fare per provare a ricostruire un’unità non fittizia, superando al più presto questa finta unità solo formale, che è peggio della lotta aperta, per quanto viscerale. Ma nella palude permanente non si sa da dove cominciare. Una possibilità seppur debole sarebbe quella di affidarsi a generazioni nuove non compromesse con il passato e prive di incrostazioni emotive. E’ una condizione che potrebbe non essere sufficiente ( i giovani possono essere ‘vecchi’), ma darebbe una chance in più, dal momento che gli anziani sembrano meno ancora disponibili a quel processo di riconoscimento che invece emerge con forza dal libro dell’amico Pompeo.


