
Ci spiace Giorgio, la nostra generazione non ha perso OMAGGIO SFACCIATAMENTE GENERAZIONALE A JIMMY, VENEZIANO DI TERRA E D’ACQUA. UOMO DELL’ALTRO SECOLO IN QUESTO SECOLO
21 Agosto 2015
La questione “gender”. Onestà intellettuale cercasi
26 Agosto 2015Nei giorni scorsi abbiamo assistito al dir poco infelice scambio di battute tra Elton John, la nota pop star internazionale, e il neo sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, che rimandava al tema delicato e complesso che riguarda la crescita e l’educazione dei bambini nelle scuole.Nel corso del precedente mandato del Consiglio Comunale Camilla Seibezzi, allora consigliera con incarico specifico ai Diritti Civili e alla Politiche contro le discriminazioni, aveva fatto acquistare per le scuole materne e distribuire libri che affrontavano i temi della sessualità e della educazione dei figli. Alcuni di questi seguivano un modello di riferimento che introduceva una sorta di omologazione sostanziale più ancora che nominale dei ruoli materno e paterno all’interno della famiglia. Questi libri si mostravano effettivamente molto innovativi sui temi dell’educazione sessuale, non più basata solo ed esclusivamente sull’eterosessualità, ma aperta a rappresentare, alla pari di questa, orientamenti sessuali diversi che includono una visione più eterogenea e meno tradizionale.
Il ritiro dalle scuole, prima integrale e in seguito molto parziale, di questi testi da parte di Brugnaro ha innescato una catena di reazioni, tra cui quella più clamorosa con John. Ma su che livello si è portata questa sterile polemica su un tema così importante ? Su un profilo social con epiteti gratuiti, facili e scontati come ‘bigotto’ e ‘cafone’ da parte di John e a colpi di tweet da parte di Brugnaro, che alla fine si è esibito nella pratica oggi assai di moda del ‘benaltrismo’; è che cos’è quel suo messaggio finale che in sostanza invita Elton John a lasciar stare queste cose irrilevanti e, essendoci a Venezia ‘ben altro’ di più importante, a “tirar fora i schei”?
Il tema è invece molto più serio e complesso di come è stato ridotto da questa sciocca diatriba, così come le accuse lanciate reciprocamente non centrano neppure di striscio il bersaglio della questione e anzi, oltre ad essere divisive, portando la questione a livello di curva sud calcistica, alimentano solo confusione e qualunquismo; ci si ricorderà, alla fine della querelle, dei nomi dei suoi protagonisti, ma non del suo contenuto reale sul quale non si sarà fatto un passo ne’ avanti, nè di lato, nè da nessuna parte.
E’ invece molto difficile entrare in modo equilibrato nel merito di questioni che riguardano l’educazione e la crescita dei bambini. La scienza dell’educazione, ammesso che esista come scienza, deve fare i conti con un complesso di punti di vista molto diversi, distanti e anche contrastanti, che si declinano in vere e proprie teorie, e che richiamano sul banco della discussione diverse, ma tutte profonde e sedimentate, visioni del mondo e della vita. La filosofia in questo senso è il richiamo finale, con cui inevitabilmente ogni scienza umana, pedagogia compresa quindi, deve in ultima istanza fare i conti. In questo senso il teatrino qui riprodotto dai due personaggi sopra citati è improduttivo e addirittura dannoso per un approfondimento serio della questione.
L’accusa che viene rivolta a questa nuova teoria gender (per alcuni addirittura ideologia) è quella di non riconoscere sostanzialmente l’esistenza negli individui di un originaria differenza biologica e sessuale che determini a priori i ruoli dei soggetti all’interno di una comunità e il loro orientamento sessuale. A questa accusa si risponde che la sessualità e l’orientamento sessuale non sono definibili a priori, sulla base di un presupposto genetico o biologico, ma sono sempre il risultato di una scelta. In questo modo la “famiglia tradizionale” non si regge più su una differenza di ruoli rappresentata dalla figura naturale del padre e della madre, ma i ruoli e le responsabilità dei genitori sono di fatto relativi alla scelta e alla volontà dei soggetti stessi. Che possono per esempio appartenere allo stesso sesso, e possono creare una famiglia sulla base delle loro scelte e inclinazioni personali. Si viene a creare quindi una sorta di contrapposizione tra una visione più tradizionale e fondata su un principio ‘naturalistico’ della famiglia e della vita sessuale (i gay sono contro natura, l’orientamento sessuale è qualcosa di innato e l’omosessualità è una deviazione da questo principio) e dall’altra parte una radicale reazione, una sorta di antitesi dialettica che sradica e abbatte questi presupposti per definire un soggetto non più sulla base di presupposti biologici-naturali, ma su un criterio di auto o etero addomesticamento, che è sempre relativo e sottoposto alle contingenze culturali e sociali in cui il soggetto è inserito.
La semplificazione di questa sintesi delle due visioni ci permette di capire che forse la radicalità di questa contrapposizione non aiuta a porre una soluzione reale sul piano politico. La realtà in cui viviamo ci pone sempre di fronte a una discussione tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale, tra ciò che l’uomo crea, e ciò a cui l’uomo deve sottoporsi poichè non determinato da lui. Se dovessimo accendere polemiche su cosa sta all’origine di tutto, una società non potrebbe essere in grado di progredire a fronte alle molteplici sfide che le si pongono davanti quotidianamente.
La scienza e la tecnica operano costantemente contro la natura, nel bene e nel male. E’ un dato di fatto. Ma conviviamo con esse, e cerchiamo di fare in modo che siano strumento per un fine ultimo condiviso. Un fine ultimo che primariamente deve concretizzarsi nelle regole che una società si vuole dare.
Va detto però che l’ educazione nelle scuole non può prescindere dall’ordinamento normativo dentro cui si muove la scuola stessa; pensare di poter insegnare a scuola che esistono tipologie di famiglie diverse, e allo stesso tempo non garantire come Stato la realizzazione di questa diversità è un’operazione educativa retorica e, a modo suo, mistificante. L’educazione, la morale e la politica devono agire di conserva, nei luoghi preposti alla loro funzione. Pertanto lo sguardo di un politico (la politica rimane sempre l’arte del possibile) deve essere rivolto verso un obiettivo condiviso, e non verso la rivendicazione di presunti principi veritativi indiscutibili. Questo manca, a me pare, nella relazione reciproca tra queste due monolitiche visioni del mondo che il ‘dibattito veneziano’ recente ha messo in luce al ribasso. Ancora una volta prevale il bisogno compulsivo di sventolare alta la propria bandiera, di far valere la radicalità di certi principi, ma non quello di raggiungere un obiettivo (molto più complesso) giusto, equilibrato e condiviso per il bene comune.
Identificare il bene e il giusto con ciò che è presunto come ‘naturale’ o invece con il suo presunto contrario è un metodo valutativo che non porta (politicamente) da nessuna parte.



