
Referendum costituzionale: occasione da non perdere, scrivendo SI
15 Settembre 2016
Una questione di buon gusto
22 Settembre 2016Lo chiamano il “sultano”: e non sanno quanta ragione abbiano. Lo definiscono così in modo sbrigativo e superficiale, forse perché masticano poco la storia. Invece, una volta tanto, hanno davvero ragione. Recep Tayyip Erdoğan si merita sul serio il titolo. Per evidenti ragioni politiche.
La Turchia di oggi non assomiglia quasi in nulla al sonnacchioso paese mediorientale a lento sviluppo che, forse, qualcuno ancora immagina. Si tratta di una popolosa realtà industriale, oltre 75 milioni di abitanti, con un pil passato in pochi anni da 230 a 823 miliardi di USD e un tasso di crescita quasi da sogno per l’intera Europa. Non parliamo neppure dell’Italia.
A questa sua nuova dimensione economica accompagna una statura militare che i più, noi italiani siamo al solito poco interessati all’argomento, semplicemente ignorano. Non si tratta soltanto delle seconde forze armate per dimensioni della Nato, superate soltanto da quelle USA, ma di un esercito, un’aviazione e una marina qualitativamente tra le migliori dell’Alleanza. Il tutto piazzato in una posizione geostrategica senza eguali.
Sommiamo i tre elementi e abbiamo tutti gli ingredienti di base per una politica internazionale aggressiva. Ah, sì, mi stavo dimenticando di quello che un pensatore strategico ha chiamato “carattere nazionale”: senza dubbio quello turco, erede di una tradizione che parte dai nomadi delle steppe e arriva all’impero ottomano, è strutturalmente portato all’espansionismo.
“Ottomano”, ecco l’aggettivo giusto. Uno stato esteso dalle rive del Danubio, fino alle porte di Vienna nel punto massimo ma comunque ben sistemato a cavallo dell’asse Budapest-Belgrado, al Bosforo e da qui alle montagne dell’Armenia, alla Siria, all’Iraq, alla Palestina e in Nord Africa, ad Egitto, Libia, Tunisia, Algeria. Basta? No, perché manca ancora l’Arabia, tutta intera.
Ottomano non significa mussulmano. Nessun dubbio i turchi lo siano stati e lo siano, nella declinazione sunnita tra l’altro, ma l’impero era multietnico e multireligioso. La vera novità del presente rispetto al passato la si può rintracciare nelle venature nazionaliste e turcocentriche assunte dalla nuova-vecchia politica internazionale di Ankara. Ankara, appunto e non più Costantinopoli. Città e parole hanno i loro significati simbolici.
Si chiamano geopolitica e geostrategia e non per caso. Configurano un pensiero nel quale il dato geografico è fondamentale. Occorre una mappa, magari anche più d’una, per comprenderle. Dopo aiuta la storia. Le direttrici del nuovo espansionismo turco hanno radici antiche. Seguono le tracce di un impero caduto, ma rimpianto dai turchi per potenza e importanza sulla scena mondiale. Gli eredi attuali, in fondo, provano a riprendersi quanto era già stato loro.
Anche il peso attribuito all’islam sunnita da Erdoğan, in definitiva, appartiene al numero delle mai dimenticate tradizioni ottomane. Perché se è vero che l’impero era multireligioso lo è altrettanto che solo i mussulmani sunniti avevano accesso alle maggiori cariche dello stato. Civili e militari. Il sultano, inoltre, era guida dei fedeli prima ancora che capo dello stato e comandante delle forze armate. Il tutto secondo una concezione teocratica per cui potere civile, militare e autorità religiosa coincidono. Non si tratta di prerogative esclusive dell’islam ma nella sua dimensione culturale si sono conservate intatte.
Qualcuno intravvede delle similitudini con le politiche di Erdoğan?
Stupirsi, dunque, è sbagliato esattamente come lo è ignorare questo nuovo attore apparso, o riapparso se si preferisce, sulla scena geopolitica mediterranea. L’Europa, d’altronde, ne ha già assaggiato la capacità di azione e la spregiudicatezza nei mezzi nella partita dei cosiddetti migranti. Già, perché il sultano ha costretto gli europei a pagare, e non poco, per tenerseli in buon numero in Anatolia. Questo dopo che i suoi spericolati interventi politico/militari, e le più che certe complicità anche a livello personale e/o familiare, hanno enormemente contribuito a trasformare il fenomeno in una bomba vagante sulle rotte della disperazione.
La Turchia in Europa? È evidente che a tali condizioni si tratterebbe di follia. L’Unione ha già scontato abbastanza l’eterogeneità di culture e di fini dei suoi membri. Forse la cura migliore per il successo del progetto federale è un ulteriore sfoltimento dei ranghi dopo Brexit. Almeno in una prima fase. Quando tutto avrà preso forma, allora si potrà procedere a ulteriori aggregazioni. Non certo, però, con la fretta con la quale si sono allargati i criteri nel recente passato.
Consolidata o meno, comunque, non c’è di sicuro posto in Europa per una Turchia ottomana. Né oggi, né domani. Forse è questo il punto nodale dello scontro in atto tra Ankara e il Vecchio Continente e la vera posta in gioco. In qualche misura, il sultano ha perfino creduto di poter sfruttare le maglie allentate della vecchia Unione per imprimere maggiore forza al suo disegno di restaurazione imperiale. Mal gliene incolse, perché l’Europa ha fatto chiaramente capire che l’unica Turchia ammissibile è quella capace di cambiare pelle rispetto a tale passato. Impossibile al momento, difficile da credere per il prossimo futuro.
Per tali ragioni, oggi, la Turchia rappresenta un problema di difficile soluzione all’interno della crisi mediterranea. Servirebbe un colpo di genio geostrategico, sorretto da una lucida e tenace volontà di arrivare fino in fondo. La premessa di tutto, però, sarebbe riuscire a fare chiarezza definitiva su quale porto si vuole far raggiungere alla scassata nave europea. Solo l’Unione Federale sarebbe in grado di gestire la deriva che sta travolgendo quest’angolo di mondo, sfortunatamente tanto vicino a noi.
Purtroppo, non mi pare se ne vedano le premesse. Peccato, perché la politica ottomana rappresenta da sempre un pericolo mortale per il Vecchio Continente. In particolare per quanti si bagnano nelle acque dell’antico mare di mezzo. Dovremmo fare qualcosa prima di esservi costretti dalle circostanze.



