
Mestre 2126 Una lettera dal passato
20 Luglio 2026Al bordo del caos, la civiltà instabile tra struttura e rischio
Le scienze dei sistemi complessi insegnano che l’evoluzione — biologica, sociale, culturale — non avviene né nell’ordine assoluto né nel caos totale, ma in quella zona instabile e feconda che si chiama edge of chaos, il bordo del caos: il punto in cui un sistema è abbastanza strutturato da conservare ciò che ha imparato, e abbastanza aperto da poter ancora cambiare.
Le società umane non fanno eccezione. Quando l’ordine diventa eccessivo — burocrazia, centralismo, controllo capillare — il sistema smette di generare novità: diventa efficiente, ma sterile. È il destino di ogni impero iper-accentrato. All’estremo opposto, quando manca ogni struttura, il genio individuale non trova terreno per attecchire: un pittore che lotta ogni giorno per sopravvivere in una città allo sbando non dipingerà la Cappella Sistina. Servono botteghe, accademie, mecenati, un tessuto che regga.
La domanda politica che ne deriva non è “più Stato o meno Stato” — è più scomoda: quanta struttura serve, e di che tipo, perché la creatività di una società possa esprimersi senza spegnersi né disperdersi?
I sintomi di questo squilibrio non sono difficili da riconoscere. La fuga dei cervelli, per esempio, è raramente una fuga dal talento verso il nulla: è una fuga verso sistemi che hanno saputo tenere aperto quel margine di scommessa su cui si costruisce una scoperta. Lo stesso vale per un sistema calcistico che perde competitività, quando i vivai — le “botteghe” in cui il talento si forma per tentativi ed errori — vengono sacrificati alla gestione finanziaria di breve periodo. E forse lo stesso interrogativo va posto di fronte all’assenza, oggi, di grandi scrittori o pensatori capaci di ridefinire un’epoca: non perché manchi il talento, ma perché mancano il tempo lungo, il rischio del non-validato, uno spazio pubblico che non esiga risultati immediati.
In tutti e tre i casi, il problema non è la mancanza di talento, ma la mancanza di quel bordo instabile e fertile in cui il talento può ancora rischiare.
Non è una posizione da collocare comodamente a destra o a sinistra: la struttura e il rischio non sono nemici — sono, per usare un linguaggio più antico, i due fratelli di ogni casa umana: chi parte, e chi resta. Nessuno dei due, da solo, costruisce una civiltà capace di generare cose nuove.
Il racconto che segue non argomenta questa tesi — la mette in scena. Non offre una sintesi, perché nessuna società l’ha mai davvero risolta una volta per tutte: la negozia, di generazione in generazione, sul bordo stesso di cui parliamo.
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Nel cuore di ogni storia umana batte il passo del cammino: il viaggio che ci spinge verso nuove terre, ma anche il richiamo che ci tiene agganciati alla terra che chiamiamo casa. La voce di chi non si è mai fermato – il nomade per eccellenza –, e quella di chi ha piantato il primo paletto, segnando un confine, tracciando una casa. Tra loro si accende un confronto antico quanto l’uomo, un in(s)contro che continua a modellare il nostro presente e il nostro futuro.
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Riprendo, e proseguo a modo mio, una vecchia intervista radiofonica di Italo Calvino, del 1974[1]:
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Intervistatore: vi parlo dalla pittoresca vallata di Neander, nei dintorni di Düsseldorf. Attorno a me si estende un anfrattuoso paesaggio di rocce calcaree. La mia voce risuona contro le pareti dia di caverne naturali sia di cave aperte dalla mano dell’uomo.
Fu durante i lavori di queste cave di pietra che nel 1856 avvenne il ritrovamento d’uno dei più anziani abitatori di questa vallata, stabilitosi qui circa 35.000 anni fa: così, per antonomasia, si è convenuto di chiamarlo.
Sono venuto a Neanderthal appunto per intervistarlo.
Il signor Neander – mi rivolgerò a lui con quest’appellativo semplificato, durante la nostra intervista – il signor Neander, come forse sapete, è di carattere un po’ diffidente, anzi scorbutico, data anche l’età avanzata e sembra che non tenga in gran conto la fama internazionale di cui gode. Ciononostante ha cortesemente acconsentito a rispondere ad alcune domande per il nostro programma. Ecco che s’avvicina, col suo caratteristico passo un po’ dondolante e mi scruta da sotto la sua prominente arcata sopraccigliare. Ne approfitto subito per rivolgergli una prima domanda indiscreta, che certo corrisponde a una curiosità dei nostri ascoltatori.
Signor Neander, lei s’aspettava di diventare tanto famoso? Voglio dire: per quel che si sa, in vita sua lei non ha mai fatto niente di speciale: e tutt’a un tratto s’è trovato a essere un personaggio così importante. Come se lo spiega?
Neander: te lo dici tu. C’eri tu? Io sì che c’ero lì. Mica tu.
Intervistatore: d’accordo. Lei era qui. Ebbene, le sembra che basti?
Neander: c’ero già.
Intervistatore: questa mi pare un’utile precisazione. Il merito del signor Neander non sarebbe tanto il fatto d’esserci, ma d’esserci già, d’esserci allora, prima di tanti altri. La priorità è infatti una dote che nessuno vorrà contestare al signor Neander. Per quanto… già prima ancora, come ricerche ulteriori hanno dimostrato – e come lei stesso può confermare, vero, signor Neander? – siano segnalate tracce, numerose ed anche estese su vari continenti, d’esseri umani, proprio già umani umani…
Neander: mio papà…
Intervistatore: su su fino a un milione d’anni prima…
Neander: mia nonna…
Intervistatore: eh… dunque la sua priorità, signor Neander, nessuno può contestarla, ma si tratterebbe di una priorità relativa: diciamo che lei è il primo…
Neander: sempre prima di te…
Intervistatore: siamo d’accordo, ma non è questo il punto. Voglio dire che lei è stato il primo a essere creduto il primo di quelli venuti dopo.
Neander: te lo credi tu. Prima c’è mio papà…
Intervistatore: non soltanto, ma…
Neander: la nonna…
Intervistatore: e prima ancora? Stia ben attento, signor Neander: la nonna di sua nonna!
Neander: no.
Intervistatore: come no?
Neander: l’orso!
Intervistatore: l’orso! Un antenato totemico! Come avete sentito il signor Neander pone a capostipite della sua genealogia l’orso, certamente l’animale-totem che simboleggia il suo clan, la sua famiglia!
Neander: la tua! Prima c’è l’orso, dopo l’orso va e mangia la nonna… dopo ci sono io, dopo io vado e l’orso io l’ammazzo… dopo io me lo mangio, l’orso.
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Ecco qui lascio la famosa intervista di Italo Calvino e continuo io; Calvino mi perdonerà:
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Intervistatore: Mi trovo nella pianura dove un tempo correvano i nomadi. Non ci sono più caverne, né orsi. Solo campi coltivati, staccionate, silos. Ma oggi ho l’onore di parlare con lei, Neander, l’uomo che non ha mai smesso di camminare.
Neander: camminare è ricordare. Fermarsi è dimenticare.
Intervistatore: Eppure noi ci siamo fermati. Abbiamo costruito case, città, imperi.
Neander: avete costruito muri. E vi siete chiusi dentro.
Intervistatore: Ma non è così che si fonda il futuro?
Neander: il futuro non si fonda. Il futuro si attraversa.
Intervistatore: Signor Neander, lei parla di camminare come se fosse un pensiero. Ma noi abbiamo imparato a fermarci. A coltivare. A costruire. Non è questo il progresso?
Neander: Fermarsi è utile. Ma solo se sai da dove vieni. Se ti fermi senza memoria, ti chiudi. E poi difendi il recinto, non la vita.
Intervistatore: Ma il recinto protegge. Le donne, i figli, il raccolto.
Neander: Protegge dal vento, ma non dalla paura. Il recinto è il primo segno che avete smesso di fidarvi.
Intervistatore: Eppure, da quel momento, abbiamo avuto il tempo di pensare, di scrivere, di ricordare.
Neander: No. Avete avuto il tempo di dimenticare. Di dimenticare l’orso, il sangue, la fame condivisa. Di dimenticare che il mondo non è vostro, ma vi ospita.
Intervistatore: Lei parla come se il passato fosse migliore.
Neander: No. Parlo come se il passato fosse ancora qui. Sotto i vostri campi, tra le vostre pietre. Lo sentite quando vi svegliate di notte e non sapete perché avete paura.
Intervistatore: Ma noi abbiamo il futuro. Lei ha solo il passato.
Neander: Il futuro non è una strada dritta. È un vento che cambia direzione. E chi cammina lo sente. Chi resta, lo subisce.
Intervistatore: E allora cosa dovremmo fare? Tornare a vagare?
Neander: No. Ma ricordare. Ricordare che ogni casa è nata da un campo, e ogni campo da un passo. Che il sangue non si cancella con le staccionate. Che il fratello che disse «andiamo ai campi» non cercava un confine, ma un incontro.
Intervistatore: Signor Neander, ci parli della pietra. Cosa ci facevate, voi, con quei ciottoli?
Neander: Ah, la pietra! La prendi, la guardi, le dai un colpo. Dang! Ti spacchi il dito. Ti succhi il dito. Fai un giro su un piede solo. Riprendi la pietra. Deng! Ti entra una scheggia nell’occhio. Ti freghi l’occhio. Dai un calcio alla pietra. E poi ricominci. Dang! Deng! Ding! Ding! È così che si pensa, no?
Intervistatore: Pensare?
Neander: Certo. Ogni scheggia è un’idea. Ogni tacca è una domanda. Ogni martellata è una risposta che fa male. E più fa male, più è vera.
Intervistatore: Ma non è un po’… monotono?
Neander: Monotono sei tu. Io faccio le tacche tutte diverse. Le pietre parlano, se le sai ascoltare. E quando ho capito che il pollice tiene la pietra, ho capito tutto. Che posso tenere anche le parole, i suoni, i pensieri. Che posso dire “graaa”, “prrr”, “gn gn gn” e già lì c’era la poesia.
Intervistatore: E la collana di denti di cinghiale?
Neander: Per far capire che mia moglie ha una collana di denti di cinghiale. Non per altro. E tu? Ce l’hai una moglie con la collana di denti di cinghiale? No? E allora cosa parli?
Intervistatore: Ma noi abbiamo la scrittura, la filosofia, la scienza…
Neander: Tutto già lì. In quel primo “dang!”. In quel primo dito schiacciato. In quel primo pensiero che fa male. Voi avete complicato la complicazione. Io avevo tutto. Non perché era mio, ma perché c’era. E quando c’è, c’è.
Intervistatore: Quindi lei sostiene che…
Neander: Sostengo che se ci sei, è perché io c’ero. C’era l’orso, c’erano le pietre, c’erano le collane, c’erano le martellate sulle dita. C’era tutto quello che ci vuole per esserci. E voi, da allora, avete solo avuto un po’ meno. Sempre un po’ meno.
Neander si ferma davanti a una città. Non una caverna, non un campo. Una distesa di cemento, antenne, semafori, supermercati.
Neander: Ma guarda. Avete fatto le pietre dritte. Le avete impilate. Le avete chiuse dentro altre pietre. E poi vi siete chiusi dentro voi stessi. Complimenti.
Un uomo lo osserva da una panchina. Ha una camicia stirata, un tablet in mano, un’aria tranquilla. È il fratello che disse «andiamo ai campi».
Fratello: Tu sei quello che non si è mai fermato.
Neander: E tu sei quello che ha piantato il primo paletto.
Fratello: Ho piantato un paletto per sapere dove tornare.
Neander: E io ho lasciato il vento per sapere dove andare.
Fratello: Ma il vento non ti protegge.
Neander: E il recinto non ti libera.
Fratello: Noi abbiamo costruito il futuro.
Neander: No. Avete costruito il passato, e ci avete messo le serrature.
Fratello: Abbiamo inventato la legge, la scuola, la medicina.
Neander: E io ho inventato il fuoco, la fame, la corsa, il pensiero che nasce dal dolore. Tu hai messo le regole. Io ho messo il rischio.
Fratello: Ma senza regole, si muore.
Neander: E senza rischio, non si vive.
I due si guardano. Nessuno sorride. Ma nessuno abbassa lo sguardo.
Fratello: Forse ci servivamo a vicenda.
Neander: Forse ci siamo dimenticati a vicenda.
Fratello: E ora?
Neander: Ora cammina tu. Io mi fermo.
Fratello: Perché?
Neander: Perché se tu cammini, forse torni a ricordare. E se io mi fermo, forse imparo a restare.
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Il cammino non ha mai fine.
Ogni passo oltre il recinto è una sfida; ogni radice che si affonda nel terreno è un ricordo. Eppure, forse, è nel dialogo tra chi cammina e chi resta che abita il vero senso della vita. Non si tratta di scegliere una via definitiva, ma di imparare a muoversi con consapevolezza, rispettando il passato che ci tiene saldo e il vento che ci invita a volare.
Così, il cammino continua, sempre aperto, sempre possibile.
Fu così che dai passi sulla terra si passò al sogno del cielo. Dalla corsa tra le praterie al fuoco rubato agli dèi. Ma ogni scintilla che arde è una promessa e una ferita: chi si avventura brucia, chi si ferma si spegne. E sempre, tra vento e pietra, il cammino chiama e la casa invita.
[1] L’intervista di Calvino all’Uomo di Neanderthal è un celebre testo radiofonico andato in onda per la prima volta nel 1974 sulla Rai, all’interno del programma Le interviste impossibili. Scritta da Italo Calvino, è interpretata dagli attori Paolo Bonacelli (Neander) e Vittorio Sermonti (l’intervistatore).
Si può riascoltare l’audio storico direttamente sulla piattaforma RaiPlay Sound.



