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20 Luglio 2026“Ogni generazione riceve una città in prestito.”
Chi, almeno una volta, non ha sognato di salire sulla DeLorean di Ritorno al Futuro e fare un salto nel tempo?
Da ragazzi era un gioco. Oggi, forse, quel viaggio avrebbe un significato diverso. Non per scoprire come saremo noi, ma per vedere quale città avremo saputo consegnare a chi verrà dopo.
Per questo ti scrivo.
Tu vivi nel 2126.
Io nell’estate del 2026.
Ci separa un secolo, ma condividiamo una cosa preziosa: entrambi chiamiamo questa città Mestre.
La mia curiosità non è sapere se la vostra città sarà uguale alla nostra.
Spero, anzi, che non lo sia.
Le città vive cambiano, crescono, si trasformano. Ogni generazione aggiunge un tassello, corregge gli errori della precedente e prova a immaginare un futuro migliore.
Mi piacerebbe però sapere se, nel cambiare, Mestre sarà riuscita a riconoscere sé stessa.
Esiste ancora la Torre dell’Orologio?
Ogni volta che attraverso Piazza Ferretto alzo lo sguardo verso di lei. Non è soltanto un monumento. È il simbolo di una città che ha attraversato secoli di trasformazioni senza smettere di segnare il tempo.
E il Marzenego?
Continua ancora a raccontare le origini di Mestre? Mi piace immaginare che il suo corso sia diventato un grande parco fluviale, capace di riportare l’acqua e la natura sempre più vicino al cuore della città.
Dimmi anche di Villa Erizzo.
Quando ti scrivo ospita la VEZ, la nostra biblioteca civica. È uno dei luoghi che più rappresentano ciò che una città dovrebbe essere: un edificio storico che continua a vivere, trasformandosi in uno spazio di incontro, di cultura e di libertà.
Vorrei sapere anche di Forte Marghera.
E degli altri undici forti del Campo Trincerato.
Noi li abbiamo ricevuti in eredità. Spero che voi abbiate continuato a considerarli non come vecchie strutture militari, ma come luoghi capaci di generare cultura, bellezza e nuove relazioni.
E il Parco San Giuliano?
È cresciuto ancora? È riuscito ad arrivare fino a Campalto, come qualcuno oggi immagina? Se così fosse, significherebbe che la città ha saputo investire sulla qualità della vita oltre che sul cemento.
Poi c’è una domanda che mi incuriosisce più di tutte.
Che cosa avete fatto dell’area dell’ex Umberto I?
Quando scrivo questa lettera è uno dei luoghi più discussi di Mestre. Non mi interessa tanto sapere quale edificio abbiate costruito. Mi interessa sapere se quel luogo è diventato uno spazio dove le persone si incontrano, si riconoscono e si sentono parte della stessa città.
Perché una piazza, un parco o un edificio non valgono per ciò che sono.
Valgono per la vita che riescono ad accogliere.
Sai cosa ricordo più spesso della mia giovinezza?
Non gli edifici.
Le persone.
Ricordo le domeniche allo stadio Baracca con la Mestrina.
Le serate al Taliercio con il Basket Mestre.
Non era soltanto sport.
Era il modo con cui una città imparava a conoscersi.
Ancora oggi molte di quelle amicizie esistono. Sono nate sugli spalti, davanti a una partita, condividendo un entusiasmo comune.
Lo sport, forse più di tante altre cose, ci ha insegnato che una comunità nasce quando migliaia di persone riescono a sentirsi parte della stessa storia.
Spero che anche voi abbiate trovato nuovi modi per costruire quello stesso senso di appartenenza.
Forse diversi dai nostri.
Magari persino migliori.
In questi anni ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno dedicato una parte della loro vita a custodire la memoria di Mestre.
Sergio Barizza l’ha studiata e raccontata con il rigore dello storico.
Fabio Bevilacqua, che ho avuto il privilegio di chiamare amico, l’ha difesa con una passione contagiosa. Per lui conoscere il passato non era un esercizio di nostalgia. Era il modo migliore per costruire il futuro.
Mi piace pensare che anche nella vostra epoca ci siano persone così.
Persone che abbiano capito una cosa semplice.
Le città non diventano grandi soltanto per ciò che costruiscono.
Diventano grandi per ciò che decidono di tramandare.
Noi, nel 2026, discutiamo di sicurezza, mobilità, ambiente, rigenerazione urbana.
Sono temi importanti.
Ma mi auguro che un giorno possiate ricordarci soprattutto per il coraggio di avere scelto bene.
Di avere saputo cambiare ciò che doveva cambiare.
E custodire ciò che meritava di essere custodito.
Perché ogni generazione riceve una città in prestito.
Noi non siamo proprietari di Mestre.
Ne siamo soltanto i custodi, per un breve tratto di strada.
Se quando leggerai questa lettera la Torre dell’Orologio continuerà a scandire il tempo, il Marzenego avrà ritrovato il suo posto nel cuore della città, Villa Erizzo continuerà a essere un luogo dove nascono idee, Forte Marghera e gli altri forti racconteranno ancora la nostra storia, il Parco San Giuliano sarà diventato ancora più grande e l’area dell’ex Umberto I sarà finalmente uno spazio capace di unire le persone, allora significherà che il nostro passaggio non è stato inutile.
Perché, forse, l’anima di una città non è ciò che ereditiamo dai nostri padri, ma ciò che riusciamo a lasciare ai nostri figli.



