
Quando le storie divengono Storia
2 Maggio 2026
Il nodo del Porto
5 Maggio 2026La Biennale con il suo corollario di eventi è alle porte, ma per molti veneziani le centinaia di mostre che si tengono in quelli che erano negozi, botteghe artigiane e palazzi abitati stanno diventando causa di insofferenza. Sembra che siano un po’ meno orgogliosi di ospitare la grande kermesse e più delusi nel vedere come anche questo simbolo della cultura veneziana contribuisca, suo malgrado, alla perdita di spazi pubblici e privati. Per molti, la Biennale sta perdendo la sua aura.
Sostenitrice di questa tesi è Paola Somma. Qualche settimana prima ero andata a sentire una sua conferenza al centro culturale Olivolo dal titolo provocatorio: Ridateci Napoleone! L’espressione è in realtà una citazione del conte Pietro Orsi, futuro primo podestà di Venezia, pronunciata nel 1923 davanti all’ennesimo allargamento della Biennale a spese degli spazi pubblici. Orsi si doleva che si continuasse a tagliare gli alberi, quando un albero valeva più di un qualsiasi padiglione; che i cittadini venivano espropriati. Ed era cento anni fa. Allora non era nemmeno recintata come adesso.
Già docente di urbanistica allo IUAV, Paola Somma è tutt’altro che una quieta pensionata. Il filo coerente che attraversa il suo pensiero, dal primo saggio del 1991 Spazio e razzismo. Strumenti urbanistici e segregazione fino ai recenti Privati di Venezia (Castelvecchi, 2021) e Non è città per poveri (wetlands, 2024), è quello di una espropriazione progressiva della città ai suoi abitanti, in atto da quasi un secolo.
La incontro in un bar a Sant’Elena, sotto alberi dalle foglie tremolanti al vento primaverile e i primi riflessi rosati sull’acqua del tardo pomeriggio. Tra pochi giorni qui sarà difficile trovare posto. Io la Biennale la amo. Lei lo sa, ne avevamo discusso alla conferenza.
L’influenza della Biennale, mi spiega, è molto sottile. Non è solo quanti visitatori porta o l’impatto che ha sul turismo. Sono le trasformazioni che ne conseguono: i cambiamenti in via Garibaldi e lungo il percorso tra i Giardini e l’Arsenale, dove compaiono sempre più bar, trattorie e affitti turistici. Nelle offerte di alloggio non si scrive più “è una bella casa”, ma “è a dieci metri dalla Biennale”. Tutta la città subisce l’influsso della Biennale, dal punto di vista immobiliare, culturale e del lavoro.
L’amministrazione, dice Somma, non si pone nemmeno la questione e continua a dare permessi per nuovi plateatici e nuovi affitti turistici. E comunque non potrebbe fare molto: il turismo fa girare troppi interessi. Il nodo è il denaro. “Non è accettabile che una città come questa abbia il bilancio in deficit e che sia necessario riceverne dal Qatar”, dice, riferendosi alla recente concessione di un terreno ai Giardini in cambio di cinquanta milioni di euro al Comune. E aggiunge che nel recupero dell’evasione fiscale Venezia è ferma a ventimila euro, mentre una cittadina come San Giovanni in Persiceto è riuscita a ottenerne un milione. “Lasciano i soldi alle categorie che votano per loro. Dove c’è una monocoltura, non c’è una città ma un distretto specializzato.”
Penso alle scuole, al verde pubblico, all’assistenza sanitaria: tutti quei servizi che servono a una comunità per stare bene. Forse è più facile governare un distretto specializzato in turismo.
Le chiedo se anche l’arte sia ormai parte della monocoltura. Per Somma è artwashing: le solite speculazioni di marketing travestite da cultura. Il mercato dell’arte contemporanea, in questo momento, tra gallerie, aste, collezionisti che vendono e altri che acquistano, magari per mettere le opere in un container aspettando che salgano di prezzo, conta cifre stellari. Fa un po’ impressione, in effetti, vedere quante fondazioni aprono a Venezia senza programmi chiari, senza una linea culturale ben definita, con mostre un po’ impersonali che raggruppano opere di grandi nomi senza legarle a un progetto sul lungo termine. “La mattina apro il cellulare e trovo cinquanta inviti o annunci di mostre che aprono durante la Biennale. È chiaro che se esponi durante la Biennale, hai un valore aggiunto.” La Biennale non ne è responsabile, ma funziona come un magnete. “Ha plasmato la parte di questa città che vuole ritenersi colta; l’altra si accontenta della movida, dello spritz. Nessuno affitta più un negozio a un’attività se può affittarlo alla Biennale.” E questo, precisa, non avviene in modo violento nel senso che le persone vengono sfrattate: “Semplicemente si fa in modo che alcune cose, come un negozio o una casa, non siano più necessariamente accessibili.”
Somma distingue poi tra la Biennale Arte, che pur invasiva offre almeno sguardi interessanti sugli artisti, e quella di Architettura, che considera più ambigua perché “vende ideologia”: è lì che si validano progetti a volte per niente efficaci, specie quelli su Venezia, come quello sul fondaco dei tedeschi. Ma il passaggio alla Biennale di Architettura funziona come una certificazione di prestigio.
Sul piano della scelta dei curatori, invece, riconosce il coraggio dell’attuale presidente: “A Buttafuoco faccio i complimenti. È stato audace nel chiamare Koyo Kouoh per l’Arte e Wang Shu e Lu Wenyu per quella di Architettura nel 2027.”
Il problema è la restituzione. “La Biennale ormai possiede un pezzo di città molto grande. Ne sono padroni, anche se non dal punto di vista catastale.” Le visite delle scolaresche e l’ingresso gratuito ai padiglioni esterni non bastano. “Non è che la mattina il pensionato si alza e si dice oggi vado a vedere un padiglione.”
E poi c’è la questione degli indicatori, che per Somma non possono semplicemente misurare l’incasso dei biglietti venduti. “Trovo osceno che il giorno della chiusura il primo numero che viene fuori sia quello dei visitatori. Possono esserci altri parametri? Ad esempio quanti bambini hanno deciso di studiare la storia dell’arte, oppure a quanti bambini abbiamo regalato degli acquarelli. Perché non si inventano un indicatore qualsiasi? No, è quanti hanno pagato il biglietto.” Per Somma, il successo di un progetto culturale non corrisponde affatto all’equazione ormai trita: cultura = economia. La cultura ha il dovere e il potere di fare di più per il benessere delle comunità.
Le chiedo, alla fine, se la Biennale possa essere moralmente neutra. “La neutralità non è ammessa nell’essere umano. È una forma di codardia che fa ribrezzo. Nell’architettura e nell’arte non c’è niente di neutrale.”
E quindi richiamiamo Napoleone? Concludo non vedendo altre vie d’uscita.
“Almeno lui aveva pensato a un parco pubblico per tutti i cittadini.”



