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14 Gennaio 2026Questo inizio 2026 lo voglio dedicare alla recensione di un piccolo libro di Carlotta Berti , CO DIGO DIGO, che costruisce una sorta di mappa sentimentale-linguistica all’interno del dialetto veneziano.
Una premessa personale, che usualmente non compare nelle mie pagine, ma mi sembra doverosa in questo caso: il bilinguismo linguistico italiano-dialetto che l’autrice dichiara orgogliosamente e mostra di praticare sia nel quotidiano che professionalmente nella sua veste di content creator e influencer veneziana, è una dimensione che anche io ho vissuto a lungo in famiglia, pur non usando io stessa mai il dialetto per comunicare. Ma ero letteralmente circondata da numerosi meravigliosi termini, modi di dire antichi, espressioni uniche per dire le cose e le situazioni, provenienti prima di tutto dalla nonna paterna,venezianissima d’origine, ma mutuate poi anche dai miei genitori. Sono sempre vissuta a Mestre, ma il respiro lagunare della vera lingua di Venezia mi ha insegnato a cogliere, fin da bambina, la bellezza della realtà nelle sue sfumature più nascoste e che non mi hanno lasciato mai più.
Questa è la ragione per cui ho colto interamente lo spirito di questa giovanissima autrice che ha deciso di raccogliere una scelta di termini ed espressioni tra le altre migliaia per cui non c’era spazio abbastanza, accompagnandoci in una magnifica sorridente passeggiata attraverso la lingua veneziana. Naturalmente noi lettori dobbiamo essere divisi nelle due grandi categorie di coloro che, in quando “madrelingua” , riconoscono (quasi sempre) parole note o notissime sulle quali memoria e nostalgia (come nel mio caso) si intrecciano costruendo ponti comunicativi infiniti; e coloro a cui il dialetto veneziano non appartiene, e a cui l’autrice garbatamente si rivolge inserendo sempre brevi note esplicative per permettere loro di navigare con maggiore facilità nel suo bosco di parole.
L’autrice dichiara apertamente di considerare il dialetto veneziano come un modo di definire la città stessa e l’identità dei suoi abitanti, il loro spirito più profondo, e permette a chi, come me, vive vicinissima al centro storico, e può recentemente constatare lo scempio apparentemente compiuto dall’overtourism nei confronti di questo spirito profondo, di recuperare nuova fiducia in un senso di appartenenza alla propria città che continua a mantenersi proprio da parte di chi pratica quotidianamente la propria lingua.
E Carlotta ci comunica con orgoglio che questa pratica appartiene anche ai giovani, e ci segnala una sorta di mappa cittadina ideale dove questo cuore vivo linguistico si può più facilmente riconoscere. Attaverso le brevi note che l’autrice ci propone, scorriamo capitoli dove il dialetto lagunare ci racconta cosa rende unica questa città , e dimostra che Venezia è viva.
E’ giunto il momento di entrare almeno in alcuni dei momenti di riflessione che Carlotta ci propone : tra i “false friends “ linguistici presenti nel testo uno spazio d’onore viene riservato all’”ombra” , non nel senso di riparo dal sole, ma nel senso del bicchiere di vino da condividere con gli amici nel “bacaro” di turno. O ancora “strucar” , che non vuol dire “togliere il trucco” ma “spremere” o “premere” . “Strucar un botton” cioè premere un bottone, è un classico del suo uso…. Passando ora rapidamente al capitolo sulla toponomastica veneziana, che non poteva dimenticare il Ponte e le Fondamenta delle Tette, in ricordo del periodo della Serenissima in cui il sestiere era sede di case a luci rosse, c’è una pagina che voglio ricordare perché riferita a Via Garibaldi, definita come “…la vera, autentica Venezia, a tratti grezza, l’unica zona residenziale viva in cui pullulano i veneziani veraci…” ed ancora , come luoghi preferiti della movida giovanile, l’Erbaria e Campo Santa Margherita, ed infine Baia del Re , Giudecca e Sacca Fisola, di nuovo innalzati al rango di “.. tre luoghi rari in cui, come in Via Garibaldi, rimane e resiste la “Venezia verace”. Quella vera.”
Costretta a scegliere tra le pagine tutte gustose e a tratti commoventi di questo libro, segnalo il capitolo dedicato a “Il meteo secondo i veneziani”, con irresistibili scelte a favore di termini come “caìgo” “ caldana” “sofego” “scravassa”, che evocano in ognuno di noi usi al clima locale sensazioni specifiche ed intraducibili dei vari momenti climatici della città.
Un occhio particolare di riguardo viene dedicato anche alle unità di misura, che costruiscono di nuovo una mappa del tutto singolare in una città dallo stile di vita “anomalo” come lo definisce l’autrice. Ed ecco “ ‘na monàda” con cui si definisce il concetto di “poco” , da attribuire a piacere a variabili infinite di tempo. Ed ancora quello che per me rappresenta la summa della venezianità: “un ponte e ‘na cae”. Riporto a questo proposito le parole dell’autrice : “… E’ l’unità di misura che nasce e sussiste solo nel dialetto veneziano. Letteralmente vuol dire “un ponte e una calle”, ma la si utilizza principalmente in maniera ironica per indicare qualcosa che sembra vicino ma in realtà non lo è…”
Carlotta Berti apre il suo cuore a noi lettori soprattutto nel capitolo dedicato alle parole che sente più vicine a sé e alla propria vita. Qualche esempio : “penòtti”, “resentàda” “stramàsso” . Altre pagine irresistibili sono quelle dedicate alla filosofia del bacaro veneziano, a quello che vi si può mangiare, e a quello che si beve , in base al quale vengono stilate alcune categorie umane : ho scoperto che, poiché per l’aperitivo io sono una fedele del prosecco, appartengo a coloro che amano la compagnia, sono amici leali, adattabili e di parola !
A chiusura di queste brevi note su di un singolare e a tratti emozionante volumetto, vorrei riportare le parole poste a conclusione dall’autrice, che rappresentano a mio avviso di nuovo una nota di speranza per il futuro della nostra città: “ …Difendiamo il bilinguismo delle emozioni. Difendiamo la nostra lingua dell’istinto,quella che parte da dentro di noi, incontrollabile. E’ la parte della nostra identità, di chi siamo, racconta cosa ci rende unici. La lingua è la nostra anima, è cultura. E’ lo specchio delle nostre radici e del luogo in cui viviamo.E preservarla, permette di non farla morire mai, e noi con lei. Non per niente, “Parla la mia stessa lingua” lo diciamo della persona che amiamo”.
Carlotta Berti, Co digo digo, Usi costumi e gergo dei veneziani, Editoriale Programma 2024



