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14 Gennaio 2026La lunga intervista di Luca Zaia al Foglio, che il quotidiano ha significativamente battezzato Manifesto politico (o Agenda Zaia), va presa sul serio. Non solo per il peso politico del protagonista, ma perché segna un evidente cambio di passo: non l’ennesima intervista da amministratore efficiente, bensì un testo che ambisce a definire una visione, un profilo politico, forse un orizzonte nazionale.
L’ex Presidente del Veneto ha affrontato 5 temi (scelti, pare di capire, dall’intervistatore) riservandosi eventualmente di affrontarne altri in futuro. I temi sono: Autonomia, Politica estera, Sicurezza e ordine pubblico, Destra e libertà, Giovani. Ne è uscito un documento politicamente significativo; non tanto per ciò che dice sul presente, quanto per ciò che lascia intravedere sulle ambizioni e sulle traiettorie future del suo autore. In questa sede lo analizziamo brevemente, accompagnandolo con considerazioni accessorie di politica nazionale e locale. Vediamo dunque uno per uno i 5 argomenti trattati (in corsivo le citazioni dirette del Nostro).
Autonomia: uno Stato responsabile per tutti
Qui è evidente il sincero coinvolgimento di Luca Zaia; del resto comprensibile, da parte dell’inventore del referendum consultivo del 2017. Tuttavia, non persuade il postulato che sia colpa del “centralismo”, che ha deresponsabilizzato i territori, ha reso inefficiente la spesa pubblica e tantomeno la rappresentazione dell’autonomia come panacea di tutti i mali. Il punto sta nella qualità della classe politica (basti pensare ai disastri della Regione Sicilia) tanto che in alcuni casi, per risollevare certe Regioni, servirebbe al contrario il commissariamento da parte dello Stato, altro che colpa del centralismo. Si coglie in realtà la (vera) preoccupazione di Zaia: esiste anche una questione settentrionale che non può più essere taciuta (..) poche regioni, in larga parte del Nord, producono il residuo fiscale che tiene in piedi servizi essenziali in tutta l’Italia. Si tratta di un grido di dolore legittimo e comprensibile (si veda https://www.luminosigiorni.it/diritti-doveri-di-cittadinanza/schei-e-autonomia/). Ma, da questo punto di vista, l’agognata autonomia è inefficace, essendo risibili i reali margini di manovra derivanti dal trasferimento alle Regioni delle cosiddette materie concorrenti. In definitiva, Zaia sembra rifugiarsi in uno slogan vetero-leghista, un segno identitario, legittimo certo, ma sterile.
Politica estera: l’Italia come potenza di equilibrio
Una scontata rivendicazione di quanto l’Italia sia bella, brava, di grande storia e tradizione, conosciuta nel mondo, naturalmente baricentrica, con un ruolo nello scacchiere geopolitico potenzialmente molto maggiore della propria dimensione e demografia. Un’enfasi abnorme sull’emigrazione italiana nel mondo (risorsa straordinaria, un’Italia diffusa che continua a riconoscersi nel Paese d’origine). Solo en passant un cenno all’Europa che così com’è non ha ancora lo standing geopolitico che meriterebbe ma sembra che la cosa non turbi i suoi sonni perché subito dopo precisa che non esiste un’Europa forte senza stati forti, responsabili, autorevoli. Insomma, nessun afflato europeo unitario, nessuna (in apparenza almeno) visione di un’Europa necessaria e da costruire. Colpisce, inoltre, la mancanza di qualsiasi presa di posizione sulle grandi questioni internazionali in corso. Una postura coerente con l’impostazione sovranista del suo partito, ma che appare inadeguata nel contesto attuale, segnato da crisi che rendono sempre più evidente quanto il peso dell’Italia nel mondo sia indissolubilmente legato alla sua capacità di agire come parte di un’Europa unita. Nel complesso, il registro e l’impianto richiamano una retorica novecentesca, più vicina ai discorsi della prima Repubblica che alle sfide geopolitiche del presente.
Sicurezza e ordine pubblico: libertà e regole
Su questo terreno Luca Zaia appare decisamente più a suo agio che in politica estera. Le posizioni che esprime sono largamente condivisibili, talvolta persino ovvie. Il rispetto delle regole non è un tema di destra o di sinistra; contrastare l’illegalità non equivale a essere ostili all’immigrazione; la questione carceraria va affrontata tenendo insieme sicurezza, condizioni dignitose dei detenuti e reinserimento sociale. Direi una posizione equilibrata e ragionevole, lontana dalle asperità di molti suoi compagni di partito, ma pure senza remore nel rivendicare il sacrosanto diritto di tutti a sentirsi sicuri. Un’esigenza elementare che, per un curioso riflesso pavloviano, una parte consistente del mondo politico di sinistra sembra ancora faticare a riconoscere.
Giovani: la vera infrastruttura nazionale
Zaia richiama, correttamente, il problema dei giovani, della loro difficoltà a costruirsi un futuro, dell’emigrazione verso opportunità di lavoro e vita migliori. Invoca politiche nuove e coraggiose, un Paese youth friendly. Tutto giusto. Tuttavia, un dato per tutti: il CNEL ha calcolato l’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (ISFM) per ciascuna Regione. L’ISFM è dato dal rapporto tra le uscite e gli arrivi verso/dalle nazioni avanzate (quindi esclude le immigrazioni dai Paesi del Terzo Mondo). Più basso è l’ISFM e maggiore è l’attrattività, perché arriva un numero di giovani stranieri più vicino a quello dei giovani italiani che emigrano. Ebbene, di tutte le Regioni del Nord il Veneto è quello con ISFM più alto (10,4 verso, per esempio, il 6 e rotti di Lombardia e Emilia-Romagna). La scarsa attrattività della nostra Regione è un elemento costante da molti anni. Il Veneto è periferico, nonostante la retorica del Veneto come locomotiva del Paese. Manca una business school di livello internazionale come una Bocconi, mancano grandi aziende che qui abbiano la sede e la “stanza dei bottoni”, mancano le funzioni pregiate – finanza, ricerca, innovazione – che condannano il Veneto ad un ruolo ancillare rispetto alle “città alfa” circostanti. Di tutto questo, Zaia non sembra aver avuto la minima preoccupazione nei suoi 15 anni di regno incontrastato. Non il miglior viatico per candidarsi a promuovere un’inversione di tendenza.
Destra e libertà
È il capitolo politicamente più interessante. L’ex Governatore rivendica per una destra aperta il diritto – e insieme il dovere – di definirsi liberale. Liberale, si capisce, soprattutto sui temi etici: senza pregiudizi, senza chiusure aprioristiche. Tollerante delle diverse opinioni e posture, anche e soprattutto nei confronti delle diverse culture con cui inevitabilmente ci si dovrà misurare sempre di più. Nitido l’identikit della destra che vorrebbe, che non impone visioni ma costruisce regole chiare, rispettose, capaci di tenere insieme libertà personali, responsabilità collettiva e ruolo dello Stato. Quasi una chiamata, un appello a costruire una destra (ma in filigrana si intende soprattutto una Lega) che, evidentemente, non è precisamente quella di oggi e, si intuisce, non piace molto al Nostro. Di certo, un intervento squisitamente politico con cui Zaia esce dal guscio rassicurante del mero amministratore, abbandona l’understatement del buon padre di famiglia pragmatico e attento solo al benessere del territorio.
Da quanto sopra emerge un ritratto in chiaroscuro. Deludente se misurato sulle potenzialità di leader nazionale per le sopra esposte carenze su temi portanti e al contrario molto intrigante se valutato come leader politico di partito. Perché traccia deliberatamente una prospettiva diversa, coraggiosamente estranea alla comfort zone della Lega tradizionale. Con una postura sideralmente lontana dall’atteggiamento di larga parte del suo partito (viene ovviamente subito in mente Vannacci) e non meno distante da quella di altri esponenti della maggioranza di governo. E Zaia non può non essere consapevole di “predicare un Vangelo apocrifo”; qui sta l’aspetto politicamente più significativo. È una specie di autocandidatura, una sfida al Segretario in carica? È un modo di gettare il sasso e vedere l’effetto che fa?
Vedremo gli eventuali sviluppi in campo nazionale. Ma qui merita, per concludere, tentare qualche considerazione sulle possibili ricadute nella partita delle prossime Amministrative a Venezia. E si possono delineare due possibili letture.
La prima, direi quella più immediata, è quella condivisa anche su questa testata da Franco Vianello Moro https://www.luminosigiorni.it/italia/spigolature-6/. La tesi è che con questa rumorosa presa di posizione Zaia dimostra di cercare uno standing nazionale, forse di volersi giocare la partita per la leadership del suo partito o comunque di volerne plasmare la politica e il futuro. Una strada ambiziosa e per nulla compatibile col ruolo di amministratore di una città impegnativa come Venezia. Ma c’è pure un secondo scenario: si diceva “vedere l’effetto che fa”. E se l’effetto fosse appunto, quello di un rigetto, magari travestito da pelosa indifferenza? Se l’elettore medio della Lega preferisse la retorica muscolare e identitaria a una destra liberale e aperta? In fin dei conti, come maliziosamente ricorda qualcuno (ytali. – Il declino di Zaia. Come il suo Veneto) il Veneto ha dimostrato di sapere dimenticare in fretta i suoi idoli incontrastati, una volta che questi non hanno più il potere. Dunque Venezia potrebbe, in caso di mal parata, essere un punto di caduta politicamente razionale, peraltro portando in dote al centrodestra una molto probabile riconquista di Cà Farsetti (ad oggi tutt’altro che scontata). Forse non è un caso che Venezia compaia ben due volte nell’intervista.
Immagine di copertina: © il Dolomiti



