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L’arte dell’incoerenza, nella grammatica trumpiana, è una caratteristica purtroppo rara, come le famose terre, e se c’è una lezione che merita di essere compresa dai primi dodici mesi del trumpismo è che quando Trump minaccia di fare qualcosa, qualunque cosa essa sia, va preso maledettamente sul serio, specie quando le minacce appaiono essere un mix tra follia politica e istrionico tentativo di emulare Machiavelli.
Annotatevi Messico, Cuba, Colombia, Groenlandia, perché del Venezuela se n’è già occupato.
Gli Stati Uniti stanno disegnando un nuovo ordine mondiale sulla base di una logica di potenza. Quando si adotta una logica di potenza, non solo si viola a volte il diritto internazionale, ma in genere lo si ignora del tutto. È quanto avvenuto con l’intervento in Venezuela, che rappresenta sicuramente una violazione del diritto internazionale, in particolare di uno dei suoi principi cardine, considerato in vigore dal 1648 e recepito dalla Carta delle Nazioni Unite: quello della non ingerenza negli affari interni.
Il principale problema di diritto non è che le forze americane abbiano violato la sovranità di uno stato canaglia e catturato un dittatore sanguinario, ma che questa effrazione non sia stata compiuta per liberare i venezuelani e il mondo da un regime di ladri e assassini – infatti la situazione al momento pare immutata: stesso governo, stessa repressione da parte delle forze militari – ma per metterlo al servizio degli interessi delle compagnie petrolifere americane.
Si invoca, con una forzatura senza pari, la dottrina Monroe dimenticando che quella elaborata nel 1823 non si riferiva al fatto che gli Stati Uniti potessero fare ciò che volevano in America Latina o in America Centrale: era una dottrina inserita in un contesto storico e formulata in termini profondamente diversi. L’antagonista era il sistema coloniale europeo che all’epoca vantava supremazie sul territorio americano di recente costituzione.
A voler cercare qualche confronto, in chiave squisitamente polemica, del recente passato qualcuno richiama l’intervento della Nato del 1999 quando le forze alleate del Patto Atlantico decisero di bombardare la Serbia per impedire che il Kosovo diventasse un’enorme Srebrenica, violando sì la legalità internazionale decretata dall’ONU al servizio dell’aggressore ma imponendo invece il principio dell’interventismo umanitario.
In realtà si fece una straordinaria operazione di diritto, ovviamente avversata dalla sinistra pacifista, oggi putiniana e dalla destra nazionalista, oggi trumpiana: tutto si tiene.
In chiave nazionale c’è la polemica di Maurizio Landini che considera Maduro l’espressione della democrazia e dell’auto-determinazione dei popoli e ci intrattiene con considerazioni su quanto sia importante “mettere al centro la persona e non il mercato”. Maduro, come sa tutto il mondo, era uno spietato dittatore che – incarcerando gli oppositori e truccando le elezioni – aveva fatto a pezzi sia la democrazia che l’auto-determinazione del suo popolo, riducendo nel frattempo in estrema povertà uno dei paesi potenzialmente più ricchi del Sud America.
Ma tant’è, quello che conta è elevare l’Occidente, i suoi principi e i suoi valori a nemico del popolo e del suo radioso avvenire.
Zaia Über Alles
Il “manifesto” per una destra liberale di Luca Zaia, di recente pubblicazione, ha sollevato, come c’era da aspettarsi, una selva di distinguo e di prese di posizione tese a sminuirne il senso e ad allontanare fughe in avanti da parte di chi, nel CentroDestra, ne fosse stato ammaliato. Vannacci su tutti: “non è il mio riferimento”.
C’è da dire che, al di là di un approccio molto morbido, come è nello stile dell’ex Presidente regionale, elenca i punti per imprimere una svolta nel centrodestra: autonomia, politica estera, sicurezza e giovani. Ma anche libertà sui temi etici e sui diritti civili.
Dopo di che non ci sono le ricette né le proposte operative. Sembra più una dichiarazione di intenti con lo scopo di definire un suo standing e la sua volontà di occupare la scena politica nel fronte del CentroDestra e nella Lega salviniana in particolare.
Non a caso i più solidi appoggi gli arrivano dai suoi omologhi Fedriga e Fontana con i quali da tempo si è stabilito un asse di governo e di buona condotta.
La cosa più significativa da rimarcare è che una esposizione di questo livello definisce la volontà di Zaia di essere appunto un protagonista di quel campo, con l’ambizione non ancora del tutto palesata di occupare ruoli di livello nazionale.
Ne consegue che la sua ipotetica candidatura alle prossime elezioni per il Sindaco di Venezia, da molti caldeggiata come risolutiva e vincente a prescindere, perde di valore e di concreta prospettiva. Se le ambizioni sono quelle del livello più alto, un suo “congelamento” in quel di Cà Farsetti per i prossimi cinque anni– ammesso e non concesso che avesse la vittoria in tasca – ne inficerebbe le potenzialità e ne bloccherebbe ogni possibilità di occupare ruoli più ambiziosi e decisivi.
A Venezia si palleggia
Qui, intanto, il tempo passa senza che succeda niente di significativo: il CentroDestra, anche alla luce della mossa di Zaia, prende ulteriore tempo in attesa di conoscere chi sarà il candidato del CentroSinistra. Simone Venuturini intanto è stato prudentemente parcheggiato sulla griglia di partenza.
Nel campo del Csx non che non lo si sappia già – il nome di Andrea Martella gira insistentemente come unica scelta possibile – ma non viene ancora dichiarato e ci si palleggia fra le vacanze natalizie procrastinate ben oltre l’Epifania, e qualche riunione di qualche inutile tavolo, tanto per prendere tempo.
Prendere tempo? a che scopo?
Non si capisce proprio il senso di questo sfiancante palleggio, con il pallone che, come nelle squadre che praticano il calcio più noioso che si possa immaginare, viaggia da destra a sinistra e da sinistra a destra. e mai nessuno che verticalizzi e che cerchi la via del gol.
E’ da luglio o poco dopo che in quella metà campo si vociferava di nominare almeno il capitano della squadra e invece siamo ormai arrivati a gennaio e ancora non si palesa la decisione finale.
Se non altro servirebbe a definire con quali schemi si vuole giocare la partita, con quali ruoli e con quali protagonisti.
Perché poi il pubblico sugli spalti, in assenza dei fuoriclasse Ronaldo, Messi, Mbappé, che sicuramente non scenderanno in campo, vorrebbe cominciare a conoscerli i giocatori di questa squadra per poi pensare di dare loro fiducia e infine di sostenerli, sperando che siano davvero in grado di vincere la partita.
Per non ripetere l’esperienza del 2021 quando, tra mille indecisioni, rinunce e perdite di tempo, si è ricorsi fuori tempo massimo, alla candidatura di “salvezza nazionale” di Pierpaolo Baretta, con gli esiti che conosciamo.
E quindi? Non è il caso di fare pronostici.



