
SPIGOLATURE
8 Gennaio 2026
Il Vangelo apocrifo di Zaia
12 Gennaio 2026Ma è davvero possibile trovare un punto di mediazione nella politica attuale?
Il 28 dicembre il nostro esimio direttore ci mandava un pensiero positivo in questo futuro incerto e sempre più complicato, dove la legge imperante sembra quella della forza costruita su una violenza espansiva che nega ogni diritto a chi non può opporsi con altrettanti strumenti. Contrapponeva la stupidità di chi non sa guardare che il proprio ombelico, i propri immediati e spesso anche meschini interessi all’intelligenza di chi percepisce i grandi problemi che il nostro secolo deve affrontare nell’ambiente, nei sanguinosi e distruttivi conflitti, guerre che sortiscono solo impoverimenti reciproci, stragi e morti. Cui prodest? Si chiedevano allora e ce lo dobbiamo chiedere ancora. Il saggio richiamo alla cooperazione, a una razionalità che allarghi il nostro orizzonte e renda evidenti i vantaggi per ciascuno nel perseguire interessi comuni risuona nel richiamo leopardiano de “La ginestra”, tra gli ultimi componimenti poetici, il più filosofico, in cui il poeta riflette, di fronte allo “sterminator Vesevo”, sulla forza distruttiva e inaspettata della natura, “in questo oscuro/ Granel di sabbia, il qual di terra ha nome”. Cosa possiamo fare per non rimanere schiacciati dagli eventi distruttivi? “Qui mira e qui ti specchia/ Secol superbo e sciocco”. Se l’umanità sapesse guardare con sguardo sincero e razionale alla sua fragilità, saprebbe unirsi per affrontare i pericoli. Infatti “Contra l’empia natura/Strinse i mortali in social catena”. E ancora riflette il poeta: “Nobil natura è quella/che a sollevar s’ardisce/Gli occhi mortali incontra/al comune fato, e con franca lingua,/Nulla al ver detraendo,/Confessa il mal che ci fu dato in sorte.” Solo quindi l’uomo che sa guardare con chiarezza la condizione umana, senza coprirsi di “fetido orgoglio” può affrontare i pericoli del mondo. Leopardi muoveva queste riflessioni più di 200 anni fa, nel 1836. E altri l’avevano detto ancor prima. Ma perché allora l’uomo non sa guardare con sincera e umile razionalità alle vicende umane? Perché la contrapposizione tra stupidità e intelligenza è troppo semplice. Se l’intelligenza consiste nella capacità di risolvere i problemi a proprio vantaggio, non sempre il vantaggio è colto con una riflessione che tenga conto dei tempi che possono essere anche lunghi e dello spazio che non deve essere ristretto. Noi siamo persone che non ragionano freddamente, piuttosto nelle nostre decisioni mettiamo in gioco anche emozioni e passioni che, in modo criptico o cosciente, muovono quel guazzabuglio del cuore umano.
Ecco perché non basta parlare di interessi comuni, occorre richiamare quelli che Carlo chiama i valori aggiunti, come la solidarietà, l’amore per il prossimo, l’attenzione all’altro. Quelli che chiamerei con un’unica parola, attualmente un po’ abusata, l’empatia, che significa in parole povere, mettersi nei panni dell’altro, vedere la prospettiva da un angolo diverso dal proprio. Quindi interessi comuni, ma comuni davvero. Se a livello internazionale le istituzioni, l’Onu, L’Unione europea devono rivendicare la forza del diritto, peraltro sottoscritto formalmente da quasi tutti i Paesi, nel nostro vissuto locale dobbiamo cercare forme di reale e onesta cooperazione. Questo può dire anche arrivare a dignitosi compromessi, realizzati nel clima di empatia, a cui accennavo poco fa. Vuol dire sostanzialmente praticare un atteggiamento culturale che deve investire tutte le relazioni del nostro quotidiano, dalla cerchia familiare a quella istituzionale. Nella famiglia, nel gruppo degli amici, nei luoghi e nei rapporti istituzionali dobbiamo cambiare registro perché altrimenti non se ne va fuori, resteremo invischiati in un mondo dove i più deboli soccomberanno sempre. Cambiare si può? Cambiare si deve e, anche se la strada sembra tutta in salita, lo dobbiamo alle nuove generazioni.



