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10 Novembre 2025Alla vigilia delle elezioni regionali in Veneto del prossimo 23-24 novembre, Luciano Pallini ha intervistato per “Solo Riformisti” Franco Vianello Moro, di “Luminosi Giorni”, per cogliere assonanze e dissonanze tra le due regioni.
Il Veneto è, dal punto di vista politico, immagine speculare della Toscana: la sinistra mai alla guida del Veneto, salvo la brevissima esperienza di Pupillo nei mesi del passaggio alla seconda repubblica, in Toscana mai il centrodestra alla guida della regione.
1 In Toscana il candidato del centro destra ha riconosciuto tra le cause della sconfitta il radicamento sociale della tradizione della sinistra: il centro destra vincerà quando ci saranno più circoli di Fratelli d’Italia che Case del popolo. Dove si ritrovano le matrici della permanente condizione di minorità della sinistra in Veneto?
La minorità della sinistra è un dato oggettivo storico e ha radici lontane addirittura affonda nell’ ‘800. In quel secolo la debolezza e lo scollamento delle classi dirigenti regionali dopo la caduta della Repubblica hanno visto il clero e l’autorità religiosa nello spazio vuoto lasciato prendere sopravvento nella direzione sociale e culturale delle masse, un antistato con venature solidaristiche. E da allora questa attitudine iper-moderata ha continuato nel tempo, prima con il nome di DC e poi con il nome di Lega, emarginando la sinistra che per contrapposizione ha sempre risposto con uno sterile atteggiamento radicale minoritario. Ha aiutato nel controllo sociale cattolico la realtà della piccola proprietà contadina di cui la piccola e media industria è figlia diretta. Salvo le zone operaie di grandi industrie (Venezia/Porto Marghera, il distretto tessile dell’alto vicentino) e bracciantili del latifondismo (Polesine), la cui radicalità nel passato si identificava con le lotte sindacali. Ma, finita la classe operaia, il populismo ha spinto anche queste zone a destra (zone rosse operaie veneziane come Giudecca e Marghera oggi votano Lega e Fratelli d’Italia). Paradossalmente ma fino a un certo punto la radicalità recentemente si è stemperata solo in alcune realtà urbane che non per caso hanno giunte di centro sinistra moderato. Ma nel complesso della regione la sinistra dal dopoguerra non ha mai toccato palla, raggiungendo al massimo nei momenti di abbondanza il 30%, spesso anche molto meno.
2 Se e quanto è ancora presente e vitale il solidarismo di matrice cattolica?
Il controllo sociale cattolico e di conseguenza il solidarismo cattolico in quanto tale si sono molto stemperati e Zaia ha cercato culturalmente di adeguarsi, non parlando più quel linguaggio, in simbiosi con una secolarizzazione crescente in regione. La rete solidaristica e il privato sociale, tuttavia, permangono forti e per quanto laicizzati mantengono un filo ideale con il cattolicesimo, a volte formale e qualche volta anche organico sostanziale. Semmai si può dire che una certa tradizione solidaristica cattolica ha in parte cambiato pelle e si è tramutata in un solidarismo radicale ispirato al cristianesimo e che poi è sfociato nel pacifismo, nell’ambientalismo e nel solidarismo sociale. Ma si tratta più di ispirazione che di organicità con l’Istituzione, che lo tiene a distanza
3 Se e come si avverte la crisi economica in Veneto che con la Toscana condivide un modello produttivo fondato sulle piccole imprese? Si risponde rimboccandosi le maniche o richiedendo l’intervento dello stato e misure assistenzialistiche? C’è ancora quella vitalità imprenditoriale che ha segnato lo sviluppo della regione?
Il sistema produttivo veneto è ancora incentrato sulle piccole imprese con meno di 9 addetti che rappresentano più del 94% della base produttiva. “Piccolo è bello” è un assunto che è stato coltivato negli anni e che non ha ancora saputo o voluto fare i conti con la globalizzazione e con la necessità di costruire relazioni economiche più strutturate e dotate di massa critica che possa generare ricerca, investimenti importanti nella dotazione di piattaforme informatiche all’avanguardia, formazione di alto profilo, in modo da scalare il livello di solo fornitore di prodotti/servizi dipendente dalle commesse di terzi e diventare protagonista nella catena di relazioni economiche.
4 Quanto pesa il tema dell’autonomia differenziata per la quale il Veneto è stato alla testa del movimento con richieste di una quasi totale devolution di competenze e risorse alla Regione?
L’Autonomia Regionale è un work in progress che dura da tre quarti di secolo.
Per rimanere solo all’ultimo periodo del “regno” di Zaia, la Lega, F.I. AN (ora FdI) hanno fallito tre volte l’obiettivo di “portare a casa” l’Autonomia Differenziata in Veneto.
2008-2011, il governo Berlusconi con Zaia nell’esecutivo assieme a Bossi, Maroni, Calderoli non accolse le 15 materie chieste all’unanimità dal Consiglio Regionale del Veneto a fine 2007.
2017, durante il Governo Gentiloni, Zaia non negozia per le 15 materie, preferisce un “referendum consultivo (fasullo nell’impostazione e nell’obiettivo)” promettendo 23 materie; così sono stati spesi inutilmente 14 milioni a carico Regione.
2018, il Governo Conte-Salvini, Ministro Affari Regionali una Leghista (E. Stefani), Presidente Veneto, un Leghista (Zaia), nulla succede. La sentenza della Corte costituzionale nr. 118 aveva già bocciato nel 2015, 5 delle 6 richieste presentate dal Veneto per una maggiore autonomia amministrativa e fiscale, trattenere in loco l’80% delle tasse raccolte, IRPEF, IRAP, IRES, IVA.
E questi continuano imperterriti ancora oggi col nuovo candidato Stefani come fossero stati su Marte per tutto questo tempo.
5 Sulla sanità Toscana e Veneto sono tutti gli anni ai primi posti per le performance LEA: in Toscana c’è un giudizio fortemente critico sul servizio sanitario, lo stesso accade in Veneto? E quali sono le proposte dello schieramento progressista per migliorarlo, oltre il chiedere più risorse? Che giudizio e quali prospettive per il rapporto con il privato nel settore?
Il problema della privatizzazione della sanità veneta è un tema molto sentito e l’esplosione delle liste di attesa, al di là della qualità dei servizi sanitari erogati, non è diversa da quanto accade altrove.
Senza dimenticare che il Veneto è penultimo in Italia per numero di medici di base in rapporto ai cittadini assistiti, con 0,67 medici ogni mille abitanti: il segno più evidente dello smantellamento della Sanità pubblica perseguita dalla Lega e dal suo “profeta in patria”.
Alcuni punti del programma del candidato presidente Giovanni Manildo che si contrappone al continuista Stefani:
– un piano straordinario di assunzione di medici e infermieri
– case di comunità dotate di personale e di servizi per coprire il territorio
– attrezzare le ASL per ridurre le liste di attesa
– garantire il diritto alla cura a tutti, con particolare attenzione alle fasce deboli della popolazione
– potenziare il sistema di assistenza agli anziani con la riforma delle case di riposo pubbliche
– realizzare un paino regionale per la domiciliarità e l’assistenza di prossimità
– sostenere i caregiver e le famiglie che se ne fanno carico
6 Nella opinione corrente (che condivido) il Veneto appare come la regione del fare, impegnata a realizzare opere (fra tutte, la Pedemontana Veneta) e meno a discutere fino allo sfinimento ed alla inconcludenza come avviene in Toscana: su questo quale è il giudizio della coalizione che sostiene Manildo contro Stefani?
Va esaminato con cura il “lavoro” amministrativo di Zaia nei suoi 15 anni di governo, e allora forse si scopre che non è tutto oro quel che luccica. Al di là di una capacità comunicativa di prim’ordine che si è esaltata durante la stagione del Covid a Zaia si fa fatica ad attribuire una produzione legislativa regionale che per davvero abbia cambiato in meglio la qualità della vita dei cittadini veneti.
– Il Veneto è la prima regione d’Italia per consumo di suolo
– Il Veneto ha un tasso di utilizzazione di pesticidi sia in agricoltura (Prosecco) che nelle conce (PFAS) che non ha riscontri in Italia
– La Pedemontana veneta è una vera e propria scommessa avendo basato la sua realizzazione sul project financing che costa alla Regione, in termini di oneri concessori, 12 Miliardi in 39 anni (300 milioni all’anno) che dovrebbe essere ripagato dalla riscossione dei pedaggi, che piangono. Nel 2024 il buco dei pedaggi (incassi vs. previsioni) è stato di 47 Milioni.
– Lo scandalo delle Banche Venete, che hanno letteralmente bruciato i risparmi di 200.000 cittadini veneti, è stato affrontato da Zaia con l’atteggiamento delle 3 scimmiette. La sua amicizia e la sua frequentazione con Zonin, uno dei protagonisti del crac, era rappresentata dagli organi di informazione come molto fluida e collaborativa. Senza dimenticare la dichiarazione zaiana quando Banca d’Italia ispezionò Veneto Banca: “è dittatura finanziaria”.
– Da ultimo l’avventura delle Olimpiadi invernali a Cortina con la quale sperava di farsi bello, prolungando il suo mandato con una terza (in realtà) quarta elezione, presenziando all’inaugurazione.
Peccato che la situazione infrastrutturale viaria di tutta l’area che va da Longarone a Cortina sia al collasso. Ne vedremo delle belle.
7 Le coalizioni di centrosinistra tradizionalmente sono riuscite a conquistare la guida di alcune delle maggiori città del Veneto ma raramente si impongono nei centri minori. Non è il risultato di una distorsione intellettualistica della politica a fronte di una pratica più legata al popolo che ha trovato la sua sublimazione nell’esperienza di Luca Zaia governatore?
Non generalizzerei perché nella storia recente, o almeno dal 1990 ad oggi, in molti comuni “minori” il CentroSinistra è andato al governo. Con una certa dose di alternanza, solo un po’ più spinta.
La figura del presidente Zaia ha influito quasi esclusivamente sugli orientamenti regionali, molto meno su quelli locali, a parte quelle che si possono definire delle vere e proprie enclave a trazione leghista.
8 Come è inteso il rapporto tra Venezia ed il resto della Regione? C’è la rivendicazione del ruolo di dominante sulle tracce della storia? E quali sono le proposte per Venezia al servizio della regione?
Venezia per le sue caratteristiche storico-culturali è sempre stata vissuta in un rapporto di odio-amore dalle varie componenti politiche che si sono avvicendate alla guida della Regione. Vuoi perché troppa è la visibilità internazionale che la caratterizza, vuoi perché a Venezia, dal 1993 e fino all’avvento di Brugnaro, è sempre prevalsa una maggioranza di CentroSinistra alla quale la Regione non ha mai fatto sconti.
E da parte veneziana la Regione è sempre stata vissuta come controparte, al più solo come “ospite”, avendo insediato tutta la sua struttura politico-amministrativa in molti edifici del Centro Storico cittadino.
C’è da aggiungere che la Regione Veneto ha sempre manifestato un distacco e un disinteresse di fondo per le tematiche sostanziali della città capoluogo.
Alla fine, tanto per rimarcare la strumentalità del rapporto fra le due Istituzioni, la Regione ha deciso di utilizzare come brand il nome della città, al solo scopo di darsi una patente internazionale: “Veneto land of Venice” è diventato il suo claim da qualche anno in qua.
Più che le proposte di Venezia al servizio della Regione sarebbero da scoprire le proposte della Regione al servizio di Venezia.



