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22 Gennaio 2026Un nuovo pamphlet di Giuliano da Empoli si aggira per l’Europa e probabilmente non solo.
Si intitola “L’ora dei predatori” (in Italia pubblicato da Einaudi), è scritto molto bene e racconta la politica internazionale, quella che spesso viene poco considerata in Italia, dall’interno, dato che l’autore l’ha vissuta in prima persona.
Raccontare un libro, specie se costruito su racconti diversi ma tutti molto avvincenti, è sempre difficile.
Come lo fai rischi di sbagliare per eccesso (creazione di false aspettative) o per difetto (sottovalutazione dell’opera per eccesso di pregiudizi “propri”).
Tuttavia è innegabile che in questo caso però, senza voler eccedere in un senso o nell’altro, l’autore sia riuscito nell’intento di mettere insieme fatti veramente accaduti, dimostrando ancora una volta come la realtà possa superare la fantasia.
“Per prima cosa, ammazzeremo tutti gli avvocati”.
La frase, pronunciata da Dick il macellaio nell’Enrico VI di Shakespeare, è pronunciata da un seguace di Jack Cade, rivoluzionario irlandese che nel 1450 guidò una rivolta nel Kent contro Enrico VI, contiene le ragioni che legano le storie narrate del libro, potremmo dire che ne rappresenta una possibile chiave di lettura.
Senza anticipare le scene (messe insieme potrebbero essere la base di un nuovo film?) narrate, è la legge, intesa come stato di diritto, quella che i nuovi Dick, autocrati e tecno-capitalisti contemporanei che governano e influenzano molti Stati del mondo, vogliono eliminare e, per fortuna, non gli avvocati in quanto tali.
E’ da questo rifiuto, per esempio, che deriva l’odierna spregiudicatezza del Re dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman perfettamente descritta nell’episodio della sua presa del potere che tanto ricorda la storia di Cesare Borgia e della congiura del Valentino.
Non bastasse, ad incuriosire il lettore, si aggiunge il modo in cui il testo si sintonizza con un altro grande tema di oggi che in due parole potremmo descrivere come: il senso (inesistente) per la democrazia dei grandi capi delle big tech mondiali.
Si tratta di un tema centrale che ricorda il rapporto che gli aztechi ebbero con i conquistadores, non capendo se questi ultimi rappresentassero o meno un pericolo decisero di fare quello che a volte la politica decide di fare davanti all’incertezza: non decidere.
Così, oggi, gli Stati sempre più in contropiede davanti alle spinte che arrivano dall’IA e dalla forza economica delle grandi società del settore tecnologico sembrano esitanti, incerti, forse persino impauriti e al tempo stesso attratti dalla possibile apertura di un impianto capace di generare quel lavoro che in tanti territori manca.
A svelare questo rapporto è il paradigmatico racconto, di cui volutamente non dirò nulla sul piccolo comune alle porte di Parigi e del suo rapporto con l’app che aiuta gli automobilisti wise.
Nulla di più si può raccontare, al contrario è l’invito alla lettura che si raccomanda, ben sapendo che le domande che l’autore ci invita a porci riguardano il nostro futuro che non è ineluttabile.
In altre parole, sono i cittadini che devono chiedere alla politica di rivendicare spazi di controllo, per esempio, sulle fonti utilizzate per creare i modelli di IA generativa contestando l’assunto che sia giusto perché è così e basta.
Sia chiaro il problema non è la tecnologia, al contrario, l’innovazione è requisito essenziale per la crescita economica, ma l’assenza di regole che sovrintendano questa evoluzione a meno di non voler fare la fine degli Aztechi davanti a nuovi e spregiudicati conquistadores.



