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27 Agosto 2026E’ impossibile non tornare sul tema dell’immigrazione in Europa.
Dapprima con una domanda rivolta in particolare ai difensori e ai paladini dei c.d. “valori cristiani dell’Europa”, in secondo luogo con due osservazioni.
Iniziando dalla domanda, risulta sempre più evidente come il dibattito europeo sull’immigrazione sia in completo corto circuito e ciò dipende dall’evidente contraddizione che emerge, da un lato, dalla rincorsa di alcuni primi ministri a voler difendere i c.d. “valori cristiani dell’Europa” (Meloni, Frederiksen), e dall’altro dal procedere alla loro sistematica violazione.
Nel silenzio della Commissione Europea e di molti Governi troppo orientati alla ricerca di consenso interno, si sentono sempre di più insistenti voci che predicano la difesa di questi “valori cristiani” salvo poi accettare che quegli stessi valori tra i quali è possibile includere presumibilmente la tutela dei diritti umani, il diritto all’asilo, la libertà e l’uguaglianza vengano negati.
Quando si alzano solenni appelli politici alla difesa di questi ben noti e fondamentali “valori cristiani” non si può al contempo sospenderne l’applicazione nei confronti di chi giunge alle porte dell’Europa o addirittura ne fa già parte, a meno di non voler schiantarsi contro una macroscopica contraddizione.
Senza voler riaprire un dibattito che ha messo in stallo uno degli ultimi progetti costituzionali europei, vale a dire quello sulle radici cristiane dell’Europa, seppur brevemente è necessario chiedere, soprattutto alle forze politiche che nell’Europa di oggi utilizzano il richiamo a questi “valori cristiani” come una vera e propria clava politica, di rispondere alla domanda volta a comprendere se respingendo, deportando, esternalizzando, quei valori tanto predicati vengano davvero rispettati?
In attesa di ascoltare o di leggere le eventuali risposte a questa domanda, alcune considerazioni sul tema dell’immigrazione, sia ben chiaro, intesa nell’accezione di un processo regolato e programmato secondo una logica di lungo periodo, si rendono necessarie.
La prima è ancora una volta di metodo considerato che è del tutto utopistico pensare di risolvere una crisi epocale come quella dell’immigrazione secondo una logica nazionale ed è per questo che l’atteggiamento del Governo italiano ai fatti accaduti a Ceuta non è solo sbagliato, è semplicemente illusorio, un tentativo semplicistico di ridurre la complessità, la dimensione del fenomeno richiede una indispensabile coordinazione solidale tra Paesi europei.
La seconda è direttamente connessa alla prima, visto e considerato che è necessario smettere di trattare il fenomeno come una mera emergenza.
L’immigrazione è una realtà di cui l’Europa necessita per almeno due buone ragioni:
la prima riguarda il calo demografico da cui è afflitta (secondo i dati di Eurostat senza immigrazione la popolazione europea calerebbe del 10% da qui al 2050 come ha riportato in un lucido intervento apparso sul Corriere della Sera il rettore della Bocconi Francesco Billari);
la seconda riguarda il futuro economico perché come ha ricordato Mario Draghi nel Rapporto sulla competitività europea “L’UE sta entrando nel primo periodo della sua storia recente in cui la crescita non sarà supportata da una popolazione in aumento. Entro il 2040 si prevede che la forza lavoro si ridurrà di quasi due milioni di lavoratori all’anno”.
E’ tempo che le Istituzioni Europee con coraggio ricordino agli Stati che la tentazione, purtroppo spesso presente in Europa, di affrontare in modo unilaterale problemi comuni è disastrosa e innesca pericolose reazioni a catena da parte degli altri paesi.
Come disse l’ex Presidente Francese Francois Mitterand in un celebre discorso tenuto nell’aula del Parlamento europeo di Strasburgo nel 1995:
“Il nazionalismo è la guerra” e in questo momento di aggiungere altre guerre nessuno sente francamente il bisogno.



