
In difesa della Corte Penale Internazionale
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Non abbiate paura, scrive Elif Shafak
30 Maggio 2025I plebisciti del 1860 hanno creato, ratificato e sancito la nascita dell’Italia libera, indipendente e unita sotto la monarchia sabauda.
Il referendum del 2 giugno ’46 ci ha regalato la Repubblica.
Questo ci dà la misura del valore fondativo che hanno rappresentato quelle consultazioni dal basso, espressioni della volontà popolare.
Il plebiscito etimologicamente deriva dal latino “plebiscitum”, composto da “plebs” (plebe, popolo) e “scitum” (ordinamento, decisione). In pratica, indica una consultazione popolare su una questione importante, è un’ “interrogazione alla classe sociale dei plebei”, dove il popolo è chiamato a esprimere la propria volontà direttamente. La democrazia diretta è stata tra le prime forme di governo nella polis di Atene. L’antica forma democratica ateniese nasce addirittura nel 508 a.C., con la riforma politica promossa da Clistene che successivamente con Pericle raggiunge il massimo grado di maturazione. Nell’antica Roma, il plebiscito era la deliberazione della plebe riunita nei concilia plebis. Furono le prime forme di democrazia diretta. Dall’antica Roma abbiamo avuto certo un buco di quasi 2.000 anni in cui le condizioni storico-politiche non prevedevano forme di partecipazione popolare.
Gli antenati dei referendum, le prime consultazioni elettorali della nostra storia italiana furono, infatti, i cosiddetti plebisciti annessionistici, che contribuirono alla formazione dell’Unità d’Italia, culminata nella proclamazione del nuovo regno nel 1861. Dal 1859 al 1860, nei Ducati di Modena, Parma e Piacenza, nelle Due Sicilie, in Toscana, Lombardia, diversi plebisciti confermarono l’annessione al Regno di Sardegna e alla monarchia sabauda. Nel 1860 il quesito era: “Volete far parte della monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II?”. Votavano solo i maschi sopra i 25 anni che sapessero leggere e scrivere e che possedevano un reddito. Obiettivo: ratificare l’annessione dei territori già liberati e conquistati, una forma di legittimazione popolare all’annessione di diversi territori. Aiutarono a creare una maggiore coesione nazionale e a far sentire la popolazione parte di un nuovo Stato unitario a cui loro stessi avevano dato il consenso. Anche se, secondo qualcuno, i plebisciti sono “strumenti di potere nelle mani di chi governa, in cerca di approvazione da parte del Popolo per consolidare o salvare il proprio potere. Lo scopo non è tanto l’implementazione della democrazia, quanto piuttosto il dare legittimità alle decisioni di chi governa.” (Bruno Kaufmann)
Il primo referendum dell’Italia post fascista è stato il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 dal quale è nata la nostra Repubblica Italiana.
Come sono ben lontani quei tempi in cui furono chiamate al voto per la prima volta in una consultazione nazionale anche le donne, orgogliose del loro coinvolgimento nelle scelte politiche e nel potere decisionale. La partecipazione fu elevatissima: votarono circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, l’89,08% degli aventi diritto al voto. C’era proprio voglia di democrazia e di partecipazione!
Ma, detto questo, dai plebisciti annessionistici al referendum grazie al quale siamo diventati una Repubblica, c’è una linea rossa che li unifica: la portata di questi strumenti di democrazia diretta. L’Italia unita, libera, indipendente nel 1860 e poi l’Italia repubblicana nel 1946 sono nate dal basso, da scelte della maggioranza! Ciò che siamo e siamo diventati lo dobbiamo, in parte, a questi strumenti di democrazia diretta, espressione della volontà popolare.
Sul piano etimologico referèndum viene dal verbo referre «riferire», dalla locuz. ad referendum «(convocazione) per riferire». – E’ un “Istituto giuridico per il quale, in senso lato, è consentita o richiesta al corpo elettorale una decisione su singole questioni, pronuncia popolare autorizzata dalla legge e nei modi da questa previsti, su un atto normativo. Nell’attuale ordinamento italiano sono previste due forme di referendum: referendum costituzionale; referendum abrogativo quando lo richiedano almeno cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali”. (Treccani)
La democrazia diretta è, quindi, un sistema in cui i cittadini esprimono direttamente scelte politiche, invece di eleggere rappresentanti. In contrapposizione alla democrazia rappresentativa dove i cittadini cedono la loro volontà ad un corpo che li rappresenta ed eleggono persone che dovrebbero rappresentarli ed emanare leggi che dovrebbero essere espressione della volontà popolare o almeno della maggioranza, con il referendum non deleghiamo nessuno a scegliere per noi, nei referendum siamo noi ad essere soggetti attivi, attori politici del cambiamento, non votiamo nostri rappresentanti che poi a loro volta dovranno scegliere per noi ma operiamo scelte, prendiamo decisioni che hanno ricadute immediate nella cosa pubblica. E’ uno strumento di democrazia e di partecipazione attiva alla politica, uno spazio pubblico dove si fanno scelte individuali che impattano nella cosa pubblica e nella collettività. Jean-Jacques Rousseau ha descritto la democrazia diretta come la sola forma di governo con la quale il popolo sovrano esprime la volontà generale. Nel Contratto sociale ipotizza una società etica e politica, in seno alla quale l’uomo non deve obbedire ad alcuna volontà estranea e/o superiore, ma ad una volontà generale, che egli stesso sceglie e che, dunque, viene a coincidere con la sua. Avviene, attraverso le regole del Contratto sociale, che “non è un contratto fra dominati e dominanti, ma un patto dei cittadini con loro stessi”. Deve partire da tutti per essere applicabile a tutti, in cui il corpo elettorale decide direttamente sulle iniziative politiche, è inalienabile e non può essere delegata.
Dal referendum del 2 giugno questi 80 anni hanno visto ben 78 referendum di cui 72 referendum abrogativi, un referendum istituzionale, un referendum di indirizzo e 4 referendum costituzionali. Alcuni di questi hanno cambiato il volto della nostra società, hanno avuto un impatto irreversibile sulla nostra società vedi quello sul divorzio e quello sull’aborto. Dei referendum costituzionali solo due hanno avuto successo: la modifica del titolo V della Costituzione (2001) e la riduzione del numero dei parlamentari (2020). Molti di quelli abrogativi, però, non hanno raggiunto il quorum. Ecco, questa è una delle questioni che si pongono in tempi di disaffezione al voto, in tempi di assenteismo, astensionismo e di scollamento nella rappresentanza e nella credibilità della politica. La questione del quorum è certamente qualcosa che vanifica la valenza democratica dei referendum.
Pertanto è una questione che si dovrebbe rivedere rispetto al dettato costituzionale che recita: “La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi” (art. 75). I padri costituenti non avevano messo nel conto la disaffezione dell’opinione pubblica rispetto alle istituzioni e la loro percezione di essere ininfluenti nel potere decisionale.
L’8 e il 9 giugno si ritorna allo strumento di partecipazione democratica e credo sia importante riappropriarsi del diritto ma soprattutto del dovere di voto. Credo che sia etico assumersi la responsabilità della scelta, rivendicare la libertà di esprimersi anche attraverso un voto. Non c’è libertà senza assunzione di responsabilità. E “libertà è partecipazione”, perché si possa dire che ho scelto da che parte stare.
Importanti i quesiti sul tema del lavoro, funzionali a restituire dignità ai lavoratori, l’effetto del referendum sarà immediato. “Il giorno dopo milioni di persone avranno dei diritti che oggi non hanno”, dice Landini. Eliminazione della precarietà, la sicurezza sul lavoro, diritti di cittadinanza sono temi decisivi per un Paese che si reputa civile.
Si vota per i referendum abrogativi su 5 quesiti.
Proviamo ad elencarli:
Abrogazione del divieto di reintegro dei dipendenti licenziati in modo illegittimo nelle imprese con più di 15 dipendenti.
Abrogazione del tetto massimo di sei mensilità alle indennità previste per i dipendenti licenziati in modo illegittimo nelle piccole imprese.
Abrogazione della soglia di 12 mesi per l’esenzione dall’obbligo di causali che giustifichino il ricorso a contratti a termine da parte dei datori di lavoro, inizialmente introdotta dalla riforma Jobs Act.
Abrogazione parziale delle norme che prevedono l’esclusione della responsabilità solidale del committente, dell’appaltatore e del subappaltatore per infortuni subiti dal lavoratore dipendente di impresa appaltatrice o subappaltatrice.
Sono temi importanti contro la precarizzazione del mondo del lavoro, per la dignità e a garanzia anche della sicurezza nei luoghi di lavoro.
Ma è anche vero che sono questioni non sempre semplici per i quali il cittadino deve informarsi per capirci qualcosa e districarsi tra i temi centrali, informazione che devi cercarti in autonomia visto che l’informazione in merito diciamo che è piuttosto latitante. Ma, spesso, la pigrizia, la disaffezione in materia politica spinge alla distrazione e all’incuria, alla negligenza; l’apatia e l’indifferenza a volte possono prendere il sopravvento e spingere a non informarsi, a non interessarsi e, di conseguenza, all’astensione.
Il quinto, forse più semplice come quesito, propone di dimezzare da 10 a 5 anni il tempo di residenza legale nel nostro Paese per la richiesta della cittadinanza italiana da parte degli stranieri extracomunitari maggiorenni. Si darebbe la cittadinanza a persone straniere che lavorano o studiano in Italia e che debbano avere i seguenti requisiti: che siano residenti in Italia da 5 anni continuativi, che conoscano l’italiano livello B1, che conoscano i valori della nostra costituzione, che lavorino, che abbiano un reddito sufficiente, che paghino le tasse, che non abbiano precedenti penali e devono possedere un permesso di soggiorno o carta di soggiorno lungo soggiornante UE in corso di validità ed essere in possesso di un passaporto internazionale in corso di validità.
Sarebbe una conquista decisiva per la vita di molti cittadini di origine straniera Secondo le stime si tratterebbe di circa 1.400.000 persone e 284.000 minori, persone che, in questo Paese, non solo nascono e crescono, ma da anni vi abitano, lavorano e contribuiscono alla sua crescita e sono parte integrante del tessuto socio-economico-culturale. Oggi 914mila studenti e studentesse senza cittadinanza italiana crescono nelle nostre scuole, l’11,2% del totale degli iscritti. Il 65,4% di loro è nato in Italia. Nelle scuole dell’infanzia, la percentuale dei nati nel nostro Paese supera l’80%. Sono bambini, bambine e adolescenti che provengono da 200 nazionalità diverse, europee ed extraeuropee. La mancanza della cittadinanza italiana pesa sul percorso di crescita di questi giovani, in un Paese dove sono nati o giunti da piccoli e che non li riconosce formalmente parte della comunità nazionale, proprio negli anni fondamentali di costruzione della propria identità.
I requisiti che sono necessari adesso per accedere alla domanda per ottenere la cittadinanza resterebbero gli stessi, si accorcerebbero solo i tempi ma vorrei ricordare che tra avere la cittadinanza e non averla passa la stessa differenza tra avere solo doveri e invece avere anche pieni diritti, come quello di partecipare a concorsi pubblici, partecipare a competizioni sportive, poter accedere alla libertà di movimento nei paesi Schengen, poter avviare percorsi di studio in altri paesi e, soprattutto, avere diritti politici come l’accesso al voto. Normalizzerebbe le loro vite. E a chi dice che 5 anni sono pochi per garantire integrazione, vorrei sottolineare che integrarsi non significa certo rinunciare alla propria religione, rinnegare le proprie tradizioni per assimilarsi alla nostra e assumere i nostri standard o modelli culturali. Significa solo diventare parte integrante di una società, rispettando le sue leggi, i suoi valori e partecipando attivamente alla vita economica, sociale e culturale del paese ospitante, senza per questo rigettare la propria cultura di origine. Quindi un patto tra lo Stato e il nuovo cittadino che consista non solo in un’assimilazione passiva ma che comporti anche un reciproco scambio e arricchimento tra culture diverse, nel rispetto delle diversità, in prospettiva di una società inclusiva, generando opportunità sia per chi viene accolto ma anche per chi accoglie. Consente per questi nuovi cittadini di sentirsi parte di una comunità, percepire un senso di appartenenza, di inclusione e di valore all’interno di un gruppo di persone che condividono interessi, obiettivi o valori comuni. Sentimento che può essere costruito attraverso la partecipazione attiva, la condivisione di esperienze e la costruzione di relazioni significative.
Concludendo, se prevale l’astensionismo continuiamo a non scegliere, a non dire da che parte stiamo. Pensiamo che a causa dell’astensionismo oggi non abbiamo un governo della maggioranza, abbiamo il governo della maggioranza di chi è andato a votare che non sempre è la maggioranza, anzi è la minoranza della popolazione. E così ci ritroviamo che la maggioranza nel parlamento oggi non è rappresentativa della maggioranza della popolazione. Questo ci dà la misura dell’importanza della partecipazione al voto e alla consultazione elettorale, sotto qualunque forma, siano esse amministrative, politiche, europee o referendarie.
Riaffermiamo, quindi, il valore della democrazia in tempi in cui questa dimostra in ogni ambito crepe, fragilità, precarietà e sembra sempre più arretrare verso forma di “democrature”, di democrazie illiberali in cui il potere è concentrato e controllato nelle mani di un gruppo o di un individuo che non vuole controlli e dove le libertà civili e politiche sono limitate o negate.
Diamo una risposta a quelli che ci invitano a non votare, svuotando di fatto un istituto referendario che è l’apice della partecipazione democratica.
Non lasciamo spazio a chi sta dirigendo la nazione verso sempre maggiori restrizioni di spazi di confronto, di dissenso.
Rivendichiamo quei diritti che ormai sempre più vengono negati o violati.
Abbiamo uno strumento per cambiare, usiamolo!
Riprendiamo in mano la nostra capacità decisionale di cittadini consapevoli.



