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COSTUME & MALCOSTUME Il mito della grammatica tiranna
31 Maggio 2025Elif Shafak è una delle più apprezzate scrittrici contemporanee. E’ una autentica cittadina del mondo; nata in Francia da genitori turchi, legatissima alla sua Istanbul, ha vissuto in Spagna ed in Usa, è ora cittadina inglese.
Tra i suoi libri più famosi, “La bastarda di Istanbul”: una giovane americana in cerca delle proprie radici armene in Turchia, che attraverso l’amicizia con una giovane turca scopre il passato delle loro famiglie, la terribile storia dei massacri degli armeni nei primi anni del 900. Per questo libro subì un processo in Turchia per aver “denigrato l’identità nazionale turca”, conclusosi con l’assoluzione, probabilmente anche grazie al diffusissimo appoggio internazionale all’autrice. Oggi vive a Londra.
I suoi libri originano da un mondo, quello turco, a metà tra Oriente e Occidente. Affascinante è il suo ultimo libro, “I ricordi dell’acqua” [titolo italiano non entusiasmante a mio avviso; il titolo originario, e suggestivo, è “There are Rivers in the Sky “] che narra storie ambientate in epoche diverse immaginando di seguire le gocce d’acqua che cadono sulla biblioteca di Assurbanipal, poi salgono in cielo e tornano a ricadere sulla terra, in un ciclo continuo nel corso del tempo, lambendo situazioni e personaggi vari, fino alla Londra ed all’Iraq dei nostri giorni. Un libro leggiadro, con tratteggi poetici di persone e situazioni, come si ritrovano in altri libri della Shafak, in cui emerge il desiderio della scoperta delle proprie origini, la nostalgia della propria terra, il riguardo verso le minoranze etniche oggetto di oppressioni e il richiamo alle sofferenze che le vicende storiche provocano all’interno delle famiglie. Libri che esprimono una grande sensibilità.
Un altro libro vorrei porre all’attenzione dei lettori, un piccolo libro dal messaggio potente: il titolo originale è “How to stay sane in an age of division”, presentato in Italiano con “Non abbiate paura”, con sottotitolo: Sfidare l’intolleranza sarà il nostro atto di coraggio. Per restare uniti in un mondo diviso”. Tratta del nostro vivere in questo mondo globalizzato eppur diviso, evidenziando, dopo l’epidemia mondiale, alcune situazioni che generano alienazione, frustrazione, solitudine.
L’autrice inizia descrivendo un desiderio diffuso tra i cittadini, quello di essere ascoltati. Non essere ascoltati significa sentirsi invisibili, esclusi dal potere politico; ciò provoca delusione, e con l’aumentare della delusione aumenta anche la sfiducia nelle istituzioni più fondamentali. E questo è paradossale in un’era in cui i social media danno voce ad un numero enorme di persone.
La Shafak invita a non tacere, a raccontare le proprie storie, le storie significative, quelle che ci uniscono perché, descrivendo l’intimità dei personaggi, i loro stati d’animo e le scelte sofferte, suscitano il nostro interesse e fanno riflettere.
Ma è essenziale essere attratti anche dai silenzi: “il mio primo istinto di narratrice è quello di scavare nella “periferia” piuttosto che nel “centro” e di focalizzare l’attenzione su voci emarginate, trascurate, prive di diritti e censurate. E sui tabù: i tabù politici, culturali e di genere. C’è una parte di me che vuole capire, in ogni momento, dove si nascondono le lettere silenziose della società”.
E – scrive l’autrice – “Se voler essere ascoltati è una faccia della medaglia, l’altra faccia è essere disposti ad ascoltare…”, in particolare le persone le cui opinioni differiscono dalle nostre. “Nel momento in cui smettiamo di ascoltare opinioni eterogenee, smettiamo di imparare….perchè di solito impariamo dalle differenze.”
E invece: “Sei dei nostri o dei loro?”, una domanda che la Shafak cita, denunciando la polarizzazione delle posizioni politiche favorita in tutto il mondo dai demagoghi autoritari. [E, oltre che dai demagoghi, aggiungerei, da una moltitudine di militanti fanatici del proprio credo politico].
L’autrice segnala inoltre il problema del pensiero di gruppo e delle bolle (bubbles) nei social network che “…alimentano in modo aggressivo la ripetizione, amplificandola”.
“Se leggo solo libri, giornali e riviste in linea con ciò che ho già letto, se seguo siti o programmi in linea con la mia visione del mondo, significa che la mia sarà un’esistenza profondamente narcisistica.” E a volte, scrive, il narcisismo è un tratto non solo individuale, bensì collettivo. E’ l’illusione condivisa di essere il centro del mondo. “Al centro del narcisismo di gruppo c’è una fede esasperata nella separazione netta e nell’indiscutibile grandezza di “noi” rispetto a “loro”.
Elif Shafak prosegue con altre riflessioni sulle conseguenze negative dell’intolleranza che circola nella società; e accenna alla rinuncia a contrastarla da parte di tanti cittadini. Scrive degli stati d’animo in cui viviamo – la costante apprensione, l’angoscia, la rabbia, l’apatia, l’indifferenza – e la difficoltà, ma anche la possibilità, di arginarli.
Altro problema è l’eccesso di informazione (e disinformazione) che spinge all’indifferenza, alla superficialità. “L’eccesso di informazione, scrive, è un ostacolo sulla strada della vera conoscenza. La conoscenza si acquisisce leggendo. Libri. Analisi approfondite. Inchieste giornalistiche”.
Come dal titolo, una efficace lezione su come cercare di mantenersi sani in questo mondo lacerato: “Dobbiamo sforzarci di diventare nomadi intellettuali”. Fin qui la Shafak.
Quante volte abbiamo sentito o letto sui social la domanda Ma tu da che parte stai?! Anche quando un cittadino, di fronte ad un rilevante problema sociale o politico, tenta di far notare che non è tutto bianco vs. tutto nero, ma che esistono, in ambo gli schieramenti, zone nere o bianche da prendere in considerazione per conseguire una valutazione il più possibile aderente alla realtà, questo tentativo suscita quanto meno diffidenza, se non ostilità. E invece, la raffigurazione della realtà modificata e adattata ai propri obiettivi politici è sempre pericolosa, controproducente: porta a sottovalutare esigenze, aspirazioni e visioni che, se fatte proprie dagli avversari, si vorrebbe che non esistessero; ed allora si cerca di trascurarle o negarle. Ma esistono, e prima o poi, se trascurate, presentano il conto.
Anche perché in democrazia, per risolvere situazioni rilevanti, di grande portata, che riguardano la totalità o la stragrande maggioranza dei cittadini, si dovrebbe tendere ad un compromesso. Il desiderio di distruzione dell’avversario, al posto del confronto, rivela la presunzione di considerare le proprie idee certezze assolute, intoccabili ; e per evitare il confronto, ed il compromesso, la tendenza di troppi è di far apparire gli avversari alfieri del Male.
Ed allora non bisogna aver paura ad esprimere le proprie considerazioni, anche quando non collimano con quelle delle grandi masse vocianti e contrapposte. Significa partecipare, coltivare e testimoniare uno spirito democratico. La democrazia non consiste solo in un meccanismo elettorale, richiede una mentalità che rifugge dal pensiero unico e dalle certezze assolute.
Lo scrittore e filosofo Albert Camus scrisse: “La democrazia è l’esercizio sociale e politico della modestia…. Il democratico è modesto, ammette una certa ignoranza, riconosce il carattere in parte avventuroso del suo sforzo e che non tutto gli è dato, e a partire da questa confessione, riconosce che ha bisogno di consultare gli altri, di completare quello che sa”. A. Camus, “Réflexions sur une démocratie sans catéchisme ».



