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Nei social girano dei video in cui un giovanotto va in giro per la città di Genova, anzi Zena, in centro e nei popolosi sobborghi, armato di microfono e bardato da uomo sandwich. E dico giovanotto non per paternalismo da boomer, lui capirà, ma perché sembra effettivamente giovane per l’aspetto e ha modi spontanei, scanzonati il giusto. E, nello stesso tempo, determinati e seri, con i quali approccia per strada, con curiosità e capacità d’ascolto, i passanti di tutte le età, dall’adolescente al centenario, senza alcun imbarazzo. Li invita a parlare in zeneize (e credo la grafia sia giusta), in genovese cioè, a dire qualcosa in quella lingua o dialetto che dir si voglia – e poi vedremo se c’è differenza. I cartelloni che lo addobbano stimolano l’attenzione, con la gentile richiesta scritta a grandi caratteri. Per alcuni passanti il zeneize è familiare e non hanno difficoltà; per altri, più giovani, la maggioranza però, le difficoltà ci sono: non tanto a capirlo, ma a parlarlo. Perché questo è il tema sotteso all’azione del giovanotto e a quella dei suoi numerosi amici: il rilancio dell’abitudine a parlare correntemente in zeneize, come un tempo. Lo scenario che incombe, infatti, è quello della perdita progressiva fino all’estinzione di un patrimonio linguistico storico, soppiantato dall’italiano, la lingua nazionale che dal dopoguerra a oggi ha preso il sopravvento nella sua città, ma, pare, anche nella sua regione. Il rischio è che la perdita definitiva del dialetto faccia perdere l’anima alla comunità locale, la renda anonima e non identificabile. Un pericolo d’estinzione che non è compensato dal fatto che l’italiano si parli a Genova e in Liguria con una marcata inflessione regionale, come quella di un Beppe Grillo o del Gabibbo per intenderci, ma pur sempre italiano e non dialetto. Il dialetto è tutt’altra cosa dal cosiddetto italiano regionale, quest’ultimo nient’altro che l’italiano parlato in modo sufficientemente corretto nella sintassi ma con pronuncia e soprattutto cadenza ereditate dalla parlata locale. E attraverso i quali, in effetti, in Italia si scoprono facilmente le provenienze geografiche anche di chi si esprime in italiano.
Intanto il giovanotto è simpatico e si fa accettare volentieri: è un dato di fatto ben riscontrabile nei video. Ha una visione ottimistica e fiduciosa del futuro, trasmette positività, e si sa quanto ottimismo e positività siano fondamentali per qualsiasi prospettiva di cambiamento e di miglioramento. Si capisce che la sua azione è incisiva e può sortire risultati, anche se evidentemente non basta. Lui allora, in altri momenti, sorregge questa iniziativa con la musica e la canzone di genere rap in zeneize, e la cosa sembra attecchire tra i giovani della sua città e della sua regione. Anzi, probabilmente, da quel che intendo, ha cominciato proprio con la musica e la promozione del dialetto tra la gente è venuta dopo. Certo, la suggestione per i giovani potrebbe fermarsi lì, alla musica, oppure forse no; lungo strada si vedrà. Esperienze analoghe di musica pop dialettale non mancano e non sono mancate in altri contesti territoriali italiani. Si pensi al compianto grande Pino Daniele e al più melodico Nino D’Angelo per il napoletano, ai Tazenda per la Sardegna, a Califano, che quando gli girava usava anche il romanesco e ai veneziani Pitura Freska, uno tra i pochi complessi integralmente dialettali finiti a Sanremo, tra i primi a sfidare le regole della popolare kermesse. E molto altro. Anche se tutti questi hanno operato in contesti di natura diametralmente opposta a quella ligure-genovese. Perché sono contesti in cui il dialetto è invece ancora diffusissimo e la musica e le canzoni non fanno che rafforzare l’identità dialettale, senza doverla spingere; ne rappresentano in qualche modo l’orgoglio, confermando un uso linguistico ancora diffuso. Mentre per il nostro giovanotto l’uso del zeneize in musica servirebbe per un’impresa molto più ardua: per rigenerarlo, ridargli vigore attraverso una comunicazione immediata ed efficace al fine di renderlo normale veicolo di comunicazione nella quotidianità. Mica facile. Intanto però va detto che nel settore musicale lui sembra già avere una sua buona fama: una significativa quantità di pubblico non manca in occasione delle sue performance, composto proprio da giovani. Ed è già una buona base.
Perché racconto questa storia?
Perché Mike – lui si fa chiamare così, adesso il nome posso dirlo, ed è un nome e un volto già molto noto da quelle parti – con la sua iniziativa affronta un ambito che ha molte valenze. Posto che il termine ‘cultura’ ha una gamma di significati quasi infinita, il suo è un lavoro di rilevanza culturale proprio perché riguarda la lingua parlata. La cosa mi stimola una serie di riflessioni che pongo qui di seguito in modo elencativo, utilizzando un mio vecchio scritto sulla materia, riadattato però al dialogo con Mike. Riflessioni che servono a me e possono servire ai lettori per chiarirsi le idee e trovare argomenti di dibattito e di confronto. E le offro anche a lui stesso perché, se ritiene, possa tenerle come punto di riferimento utile per il suo motivazionale background (inglesismo quasi intraducibile), visto che il background musicale e linguistico li possiede già solidamente.
Sono solo mie personalissime opinioni sulla materia, e, come tutte le opinioni, sono discutibili, nel senso che si possono discutere: vanno prese così, non come oro colato. Chi ha voglia e tempo, visto che la prosecuzione è molto lunga, va avanti a leggermi, perché l’articolo in sé stesso potrebbe anche fermarsi qui, e non mi offendo se c’è chi si ferma qui.
Dialetto, lingua, dialetto

Venezia, canale della Giudecca con Porto Marghera
Abito in una città, Venezia, dove il dialetto è ancora molto parlato, con disinvoltura e ordinarietà come prima lingua corrente, pare da almeno il 30%, dei residenti (il dato si riferisce, per chi non lo sapesse, ai poco più di 250.000 abitanti del Comune, molti di più nell’area metropolitana, ma meno di 50.000 nel centro storico ‘isola’, che arrivano a 70.000 in area lagunare). Il restante 70% dei residenti anche a Venezia e nel suo comune è, come si dice, italofono, ha l’italiano (o lingue straniere per i non pochi emigrati) come prima lingua, che è, ovviamente, la seconda per i restanti, in una situazione di quel che si dice bilinguismo. Quindi ho ben presente il dilemma su come definire le parlate locali, perché qui vivono concretamente insieme all’italiano.
Esiste una differenza di definizione tra dialetto e lingua?
Oggi si rispondrebbe: ni (orrendo, ma rende bene). Di fatto tutti i dialetti sono o, se in disuso, sono stati lingue, nel senso, banale e ovvio se si vuole, che li si parla o li si è parlati muovendo e articolando la lingua come principale organo muscolare fonico. Poi c’è la trascrizione scritta del parlato e qui le cose si complicano, riemergendo la differenza tra dialetto e lingua, perché lo scritto (letterario, politico-istituzionale, didattico) dà il primato ad alcune parlate entro un tal perimetro più o meno vasto, facendo regredire tutte le altre a una oggettiva serie B, che comunemente è chiamata dialetto. E non bastano le rare trascrizioni letterarie a elevarlo. Alcune parlate locali sono state, e non lo sono più, lingue scritte sui tre livelli ricordati, e sono regredite a dialetti venendo progressivamente a mancare o a morire proprio la scrittura. È accaduto per il veneziano, scritto ampiamente in letteratura ma soprattutto negli atti politici e istituzionali a ogni livello fino alla fine della Repubblica Serenissima a fine Settecento. E non è un caso se il dialetto, avendo avuto dignità linguistica scritta, anche se per pochi, fino a due secoli fa, a Venezia e nel Veneto è ancora molto parlato. È una delle ragioni del suo mantenimento, anche se non l’unica. Sia come sia, il nodo tra le due definizioni del parlato non è sciolto del tutto e in questo testo passerò con indifferenza dall’uno all’altro a seconda del contesto e della forza significante che intendo imprimere a quel che sto dicendo, aggiungendo qualche volta, e l’ho già fatto, un termine più neutro: “parlata”.
Geopolitica
Il terreno in cui Mike a Genova e in Liguria si sta muovendo non è solo quello del dialetto e della lingua parlata, ma è quello più ampio delle identità collettive, in cui la lingua parlata ha un ruolo fondamentale. Non è l’unico fondamentale – le identità collettive si nutrono anche di altre simbologie e di altri codici – ma la lingua è quella più diretta, misurabile, riconoscibile. E da questo punto di vista è in testa ai fenomeni antropologici e culturali, la prima elaborazione umana, o una delle prime, rispetto alla nostra natura scimmiesca dell’origine. Con la lingua entrano poi in gioco le identità, le differenze di identità e, attraverso numerosi passaggi e sfumature, esse diventano anche, – ecco il punto – un fattore di grande rilevanza geopolitica. E il termine non spaventi (quando si sente la parola ‘politica’ molti si spaventano, altri si annoiano, ma qui, tranquilli, c’è geo davanti).
Le lingue, infatti, escludono e includono. Identificano territori. A molti livelli e con azioni conseguenti. Non penso solo alla rilevanza geopolitica più ovvia, quando l’elemento linguistico viene messo in campo per le identità nazionali e usato per le rivendicazioni di indipendenza o di annessione, con guerre dichiarate e praticate: Donbass e Gaza insegnano. Penso più semplicemente e terra terra a quando la tradizione di un luogo in senso lato – per storia, cultura, quindi lingua comune e molto altro – agisce politicamente (geopoliticamente) nel momento in cui viene utilizzata anche per competizioni pacifiche, a volte virtuose, a volte difensive e di chiusura. In questo caso i confini, effettivi o ideali, hanno un loro peso. In Italia i comuni, intesi come enti politici territoriali, a volte chiedono di dividersi in due o tre nuovi comuni più piccoli (raramente, ma lo fanno, e ancor più raramente lo ottengono), utilizzando o strumentalizzando le identità culturali e linguistiche; oppure alcuni chiedono, e qualche volta ottengono, di cambiare provincia o regione. È successo, per esempio, al Montefeltro che ha abbandonato le Marche per l’Emilia-Romagna, mettendo in campo, oltre a giustificati motivi di gravitazione socioeconomica, anche l’identità romagnola – e quindi non marchigiana – sancita dal dialetto locale. Non è l’unico esempio. Ma, al contrario, altri comuni si uniscono e si fondono riconoscendo lingua e tradizioni unificanti, lo fanno più frequentemente oggi rispetto alle divisioni, ma mai abbastanza quanto dovrebbero o potrebbero. In entrambi i casi è geopolitica a pieno titolo anche questa. E più in generale è geopolitica il contatto pacifico e la conoscenza reciproca, ciò che in poche parole tende all’unione, all’incontro nella differenza, contenendo un potenziale politico di pace e di distensione. Il lavoro di Mike mi sembra andare in questa direzione, con questo contenuto; chissà se lui lo sa o lo pensa. Mi spiego meglio nel punto successivo.
Universalismo ed europeismo
Il lavoro che sta facendo Mike è dunque più complesso e articolato di quanto possa apparire a prima vista nei suoi video e, per capirlo, vanno visti tutti. Il dialetto genovese è la base di partenza della sua indagine e della promozione per tornare a parlarlo diffusamente. Vengono con puntualità scandagliate tutte le sfumature dialettali nei numerosi centri storici dei comuni che dal 1926 sono andati a costituire la Grande Genova in un unico comune: secondo Wikipedia ben diciannove. Poi però si vedrà che affronta anche le molte varianti di liguri dall’estremo levante all’estremo ponente, e le chiare ascendenze genovesi e liguri in Sardegna, in Corsica, nel nizzardo, a Tenda e, mi pare, anche nella bassa Lunigiana, ma su quest’ultima potrei sbagliarmi.
E infatti questa sua ricerca è tutto meno che localistica e provinciale, perché cerca assonanze, concordanze, particolarità. Ha un carattere ampio, aperto, che si può dire universalistico nel ricostruire quella koinè etnico-storica che ha il mare Ligure-Tirreno e, più in generale, il Mediterraneo occidentale come bacino, come mare comune, come elemento geografico unificante. Il mare unisce e, del resto, quel che è avvenuto sul Ligure-Tirreno per il genovese è avvenuto per altre koinè marittime unificanti: quella adriatica su entrambe le coste, italiana e dalmata, per Venezia, attraverso la sua profonda influenza linguistica e culturale – di natura geopolitica a proposito – e, nel passato più remoto, quella ionica ed egea per il mondo greco. Questo universalismo linguistico dialettale chiarisce il contesto in cui si inserisce la molteplicità dei dialetti in quanto identità locali, almeno secondo ciò che capisco dalle intenzioni di Mike. Non una reminiscenza localistica, chiusa se non ostile verso gli estranei e appagata della propria identità, ma una lingua da rivalorizzare e inserire in un mondo aperto, nazionale e continentale. L’Italia in quanto Stato-nazione continua a essere un riferimento rilevante sul piano politico, istituzionale, oltre che culturale, ed è la scala intermedia dell’identità della cittadinanza, intermedia visto che oggi si parla sempre più della scala più grande primaria: l’Europa. Che piano piano sta acquisendo rilievo anche culturale e, ancor più piano piano, identitario. Non c’è, graziaddio, in Europa una lingua unitaria, totalizzante, e questa che può sembrare una debolezza è un punto di forza culturale decisivo. In Europa i dialetti assumono così una loro collocazione aperta in un insieme inclusivo di parlate diverse e su varie scale. Ed è inclusivo proprio perché le differenze sono tante e complesse (nazionali, regionali, somatiche, culturali, linguistiche): è un insieme obbligatoriamente inclusivo dove non prevale l’io o il noi, ma l’io e il noi contemporaneamente. In questo modo la lingua locale si scrolla di dosso quella patina di chiusura che aveva assunto, in chiave geopolitica, almeno in Italia, una quarantina di anni fa (L’allusione al leghismo delle origini è voluta, con tutti i limiti e qualche raro riconosciuto merito di quella fase. Finita però).
Italianizzazione e mantenimenti dialettali
L’impresa di Mike è, come si diceva, ardua, anche se non impossibile, perché la sua regione è tra quelle in Italia più influenzate dall’italiano, diventato dominante come prima e quasi esclusiva lingua, pur se parlato, s’è già detto, con cadenza locale. Lo è insieme a Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna (in queste quattro regioni l’italiano è prima e unica esclusiva lingua, pare dai dati, per oltre 90% della popolazione, una stragrande maggioranza che non sa o non vuole parlare altro che l’italiano, magari male, ma l’italiano). Per il genovese e il ligure Mike sta conducendo un sondaggio di strada proprio in questi giorni e potremmo poi in un secondo momento dentro a questo articolo inserire una tabella con i dati oppure potrebbe lui stesso scrivere un articolo. Vedremo. Penso però, ma potrei essere smentito, che la sua indagine confermerà il dato della minorità del suo dialetto come abiutidine a parlarlo normalmente sempre d’istinto come prima lingua, mentre più alti saranno i numeri, presumo, di chi quantomeno la conosce, la capisce e saprebbe, volendo, parlarla.
Ma perchè le quattro regioni del nord l’hanno perso il dialetto? la risposta non è semplice a va riferita a tutta una serie di concause. Sicuramente l’anticipo nel novecento dello sviluppo economico del cosiddetto triangolo industriale (MI-TO-GE) ha favorito un anticipo dell’alfabetizzazione e dell’inculturazione italiana rispetto al resto d’Italia, non ci piove ed è la ragione principale. C’è però un elemento a parer mio più profondo che attiene alla struttura linguistica delle parlate settentrionali. Molti non condividono il fatto che questo elemento conti, ma io lo dico lo stesso per ‘beneficio d’inventario’ anche se è più un’ipotesi che una certezza.
Il fatto è che l’Italia linguisticamente è spaccata in due. Tutte le parlate in Italia hanno base latina, ma quello che varia, e molto, tra i due pezzi d’Italia spaccata in due è il substrato delle lingue precedenti su cui il latino si è imposto successivamente, generando poi i diversi volgari divenuti dialetti. A nord il substrato prelatino è in prevalenza anche se non dappertutto, celtico, mentre nel centro-sud i substrati sono tanti, ma con una matrice che genericamente si può dire italica, all’origine più affini tra di loro (e infatti pronuncia e dizione dell’italiano del centro sud ancor oggi, a distanza di tre millenni (!) da quelle matrici, si riconosce al volo). Paradossalmente, dopo l’unificazione italiana del 1861 e soprattutto con la Repubblica Italiana dopo il 1945, si è imposto l’italiano di matrice toscana nel nord più che altrove anche perché le lingue a substrato celtico sono quelle più distanti dall’italiano standard e quindi ostiche e difficili da capire e da parlare per il resto degli italiani, nonché da applicare anche internamente. Quando la scolarizzazione di massa dalla metà del secolo scorso in poi ha imposto l’italiano nella comunicazione a tutti i livelli, è stato gioco forza nel nord e in Liguria, favoriti da un’italianizzazione scolastica precoce, auto-abolirsi il dialetto per comunicare all’esterno e poi anche all’interno in tutte le situazioni culturali e istituzionali. Ciò ha quasi coinciso con il fatto che nelle regioni citate c’è stata, più o meno contemporaneamente, una forte immigrazione dal sud, dalle isole e dallo stesso nord-est. Parlare l’italiano era obbligato quindi per l’integrazione di decine di migliaia di persone trapiantate che hanno finito per influenzare anche i locali, italianizzandoli nel parlato ancor di più di quanto non avesse fatto l’Unità d’Italia precedente, la televisione e la scolarizzazione. Non sarà un caso se, al contrario, tornando alla distanza tra lingua nazionale e dialetti, in Germania, soprattutto nel sud in Baviera e a Monaco, pare che si parli ancora molto il dialetto bavarese, tutelato dal sistema federeale. Infatti non è così distante dal tedesco standard che ha la stessa matrice e lo stesso substrato: germanico appunto (anche se la genesi del tedesco standard è molto diversa da quella italiana). E anche nell’Italia del centro-sud c’è una situazione analoga in cui la distanza dall’italiano standard c’è, ma è un pò minore: nulla in Toscana ovviamente, terra dell’italiano, scarsa distanza nel resto del centro e più marcata ma non così rilevante la distanza nel sud. I substrati sono affini tra di loro e, in parte, anche al toscano. In queste situazioni si è mantenuto maggiormente il dialetto o il vernacolo: capirsi e farsi capire era abbastanza agevole anche conservando i due registri linguistici.
Nel nord solo l’area veneta, unica a non avere substrato celtico nella lingua parlata, ha preservato il dialetto che, per diverse congiunzioni astrali, è più comprensibile da un italofono rispetto agli altri dialetti a substrato celtico del nord e del nord ovest. Una commedia di Goldoni interpretata da Cesco Baseggio era più comprensibile per un non-veneziano d’Italia di quanto lo fosse una commedia interpretata in zeneize da Gilberto Govi per un non-genovese d’Italia. Quindi a Venezia e nel Veneto, come nel sud Italia, la necessità di utilizzare l’italiano per farsi capire è stata minore e si è mantenuto maggiormente il dialetto. Si è mantenuto e non sradicato, sia ben chiaro, anche e soprattutto per la matrice contadina di una popolazione in Veneto meno alfabetizzata rispetto al resto del nord, una condizione socioeconomica più arretrata sopravvissuta più a lungo nel Novecento in queste zone, quantomeno nelle aree regionali più periferiche o profonde della regione, dove ancor oggi metà della popolazione parla correntemente e in via esclusiva il dialetto (e il boom economico produttivo veneto dal 1970 in poi nulla ha potuto più sradicare, la pianta dialettale aveva ormai radici profonde in quelle zone ex rurali). Anzi, va detto che quello che sta facendo Mike per promuovere il genovese, in certe zone del Veneto e di molto meridione d’Italia andrebbe utilizzato all’incontrario per promuovere l’italiano parlato e persino scritto. Con la differenza che quantomeno nei luoghi pubblici, privati e istituzionali, l’italiano lo si potrebbe imporre per legge, mentre il ligure e il genovese invece non hanno questa chance, anche se potrebbero puntare quantomeno all’insegnamento a scuola.
Come postilla finale a favore della possibilità della salvaguardia dialettale si può però dire che laddove il dialetto si è continuato a parlare (veneziano, veneto e in meridione), quello parlato oggi, specie tra i giovani che l’hanno mantenuto, e ce ne sono, è uno slang dialettale molto modificato, per certi aspetti metropolitanizzato (e impoverito) rispetto a quello che si è parlato fino alla metà del secolo scorso. Ed è ovvio, perché come tutte le lingue vive, si è contaminato ed evoluto continuamente, secondo me peggiorandosi (e risparmio agli estranei le frequentissime volgarità pesanti introdotte solo da pochi decenni nell’intercalare del veneziano attuale, sconosciute al dialetto tradizionale). Paradossalmente invece, nei luoghi dove da almeno settant’’anni non è stato più utilizzato dalla maggioranza dei parlanti, chi lo usa ancora lo ha preservato integro e simile a quello tradizionale, più dignitoso. Questo è un vantaggio culturale per la promozione del dialetto nei luoghi dove si vuole tornare a diffonderlo nel colloquiare comune, per la maggiore ricchezza semantica a disposizione.
Il valore culturale dei dialetti

Ipotesi o realtà di una corretta cartellonistica stradale
La salvaguardia dei dialetti in generale, non solo in Liguria, dovrebbe rientrare anche nelle azioni politiche e istituzionali, sorreggendo le iniziative che si muovono spontaneamente come quelle di Mike che spero non siano le uniche. Perché i dialetti hanno un incomparabile valore culturale, soprattutto come memoria e come, lo si diceva, identità comunitaria. Si può fare un paragone con la salvaguardia ambientale, ovviamente centrale in molte azioni politiche. Nello stesso modo il dialetto è ambiente sociale, humus sociale. Su tutt’altro versante, per i centri storici si comincia a ragionare, e non sembri azzardato il paragone, di salvaguardia delle botteghe storiche, quelle che hanno fatto la storia di un luogo per generazioni e che oggi con le logiche del commercio rischiano l’estinzione. Ed è giusto: devono culturalemnte mantenere valore anche per il presente. Perchè sono ambiente sociale e cultura materiale ed economica. Si salvaguardano i palazzi storici, nobiliari o popolari che siano? Si , sono memoria viva. Per i dialetti, su tutt’altro versante, la stessa cosa: le istituzioni dovrebbero per prime impedire che diventino lingue morte. Si dirà che senza danno il greco e il latino sono da secoli diventate lingue morte, e si dirà che è inevitabile che ci siano le estinzioni. Vero. Ma quelle lingue morte, greco e latino, sono rimaste in vita a modo loro ancora fino ai nostri giorni (e studiate) perché sono state lingue anche scritte, e scritte da gente come Cicerone, Seneca, Virgilio, e poi fino al 1600 utilizzate nella comunicazione ecclesiastica, culturale e istituzionale. Quei testi li possediamo e li facciamo ancora studiare proprio perché scritti. I dialetti invece, a parte alcuni tra loro più fortunati, sono o sono stati solo parlati: non hanno neppure la chance del testo scritto, se non in una letteratura molto minoritaria, preziosa, ma, direi, ininfluente. Per cui per i dialetti il recupero dell’oralità è fondamentale. Il destino altrimenti è la sparizione integrale della loro memoria. Persino un sito archeologico, se regolarmente mantenuto, resta per sempre a futura memoria, è quantomeno visibile, se non anche toccabile. Invece ciò che non è materico ed è volatile come il suono senza uso si cancella più facilmente, e per sempre. O si continua regolarmente ad articolare il suono attraverso la parola, quantomeno a saperlo articolare, o lo si annulla.
La forzatura dialettale è perdente
Va detto però che una lingua e un dialetto non li si può forzare nel volerli far parlare a tutti i costi, ma solo semmai proporre, anche se non sono mancate nella storia imposizioni linguistiche ‘legali’ più o meno riuscite e a livello più linguistico vero e proprio che dialettale. Con un parallelismo piuttosto azzardato, si può dire che forzare un dialetto, perchè parlare un dialetto è una cosa buona, è come se si imponesse a una coppia che non vuole metterli al mondo di avere dei figli per invertire il preoccupante declino demografico (che sarebbe un altra cosa buona di questi tempi). Mentre li deve volere spontaneamente i figli, magari sorretta da politiche adeguate e allora sarà una coppia felice. In buona sostanza e, come si dice, fuor di metafora, o i dialetti ad un certo punto sorgono spontanei nella comunicazione, oppure hanno già perso. Se una persona parla, lo fa con un moto spontaneo, con un’istantanea del pensiero, l’imposizione non riesce, se non ingrana non ingrana. O gli viene di parlar dialetto d’istinto, oppure semplicemente l’operazione fallisce. Al massimo può impararlo come si impara il francese o lo spagnolo, lo saprà poi parlare, ma non lo userà spontaneamente, nelle circostanze in cui si troverà a comunicare con gli altri quotidianamente.
Va detto che, a parere di chi ha studiato il fenomeno, il bilinguismo perfetto poi non esiste. Anche chi è perfettamente bilingue possiede comunque una prima lingua prevalente, la cosiddetta madrelingua, sebbene possa saper parlare perfettamente una seconda o anche una terza. Tutti abbiamo una prima lingua ed è la lingua del proprio pensiero, che precede il parlare o che si mantiene nella mente anche quando non si parla affatto. Se si mette a piovere forte all’improvviso e non si ha con sé l’ombrello, almeno il 30% dei veneziani miei concittadini, come si accorge dell’evento, non c’è alcun dubbio che formulerà istantaneamente questo pensiero: “casso, se drio a scravassar, so sensa ombrea e me ea ciapo tuta ”; mentre il restante 70%, ormai italofono per sempre, penserà: “cazzo, sta piovendo forte, sono senza ombrello e me la prendo tutta”, e non ci sono santi, lo penserà così (anche se sarebbe in grado, sforzandosi, di esprimersi, parlando, nell’altro modo). Questa è la lingua madre che è sempre predominante, anche nel bilinguismo, o l’una o l’altra.
Riproporre una lingua che si sta perdendo è però una bella sfida.
L’obiettivo potrebbe essere far diventare il dialetto una seconda lingua conosciuta, come per molti è l’inglese per chi lo parla fluentemente con disinvoltura, anche se non è la sua madrelingua. Resterebbe il problema non da poco di utilizzare il dialetto frequentemente come seconda lingua per tenerla viva. Perché l’inglese come seconda lingua si usa spesso, essendo più vasta e generalizzata della lingua nazionale o regionale e quindi la si utilizza per forza per capirsi tra chi ha diverse madrelingue. Ma quando accade il contrario? Questa è la vera sfida e qui può intervenire un atto di volontà. Due italofoni liguri o di Genova (moltissimi, par di capire) hanno l’italiano come lingua madre, con la quale ovviamente si capirebbero tra loro senza ricorrere al dialetto. Riescono ad auto imporsi di parlare ugualmente tra loro nel genovese che hanno imparato a parlare e a capire come seconda lingua (mentre continuano a pensare in italiano)? Non facile. Come se due italiani tra di loro conversassero in inglese solo per il gusto di farlo. Cosa possibile, ma deve essere chiaro che la reintroduzione del dialetto avverrebbe nello stesso modo. Per il gusto di parlarlo e non per necessità.
Per indurre il gusto di parlarlo bisognerebbe farlo diventare allora una civetteria, una figata, una cosa di moda. Oppure far intervenire almeno inizialmente il dialetto in uno slang misto con l’italiano regionale, un po’ come avviene normalmente a Roma in cui domande come ‘che stai a fa?’ oppure ‘’ndo vai?’ si utilizzano all’interno di frasi fondamentalmente espresse nella forma linguistica italiana. Quest’ultima cosa è effettivamente un traguardo raggiungibile: battute dialettali tipiche si possono reintrodurre più facilmente all’interno di una struttura linguistica italiana, sperando che poi si faccia un traino anche di tutto il resto.
L’impossibile dialetto regionale

Centro storico, il porto e la Grande Genova di Ponente
È praticamente impossibile l’individuazione di un dialetto regionale standard, come può essere l’italiano standard rispetto ai dialetti. Si può anche dire il ligure, il veneto, il marchigiano, ma solo per fare sintesi nominale dell’insieme diversificato dei molti dialetti di quelle regioni. Ma in sé il ligure, il veneto, ecc. standard non esistono. Definire un’area dialettale sul piano regionale è impossibile, non essendosi affermata a quella scala nessuna struttura linguistica unificante sul piano politico-istituzionale e, di conseguenza, neppure nel parlato. Le varianti locali in ogni regione sono la regola e neppure la scala provinciale sarebbe sufficiente per definirli unitariamente: esistono non il dialetto ma i tanti dialetti della provincia di Cuneo o di Varese o di Cremona e così via. In Italia le province sono un centinaio, ma i dialetti più o meno vivi sono o, soprattutto, sono stati (con calcolo spannometrico) almeno cinque volte di più. In una regione di cinque milioni di abitanti come il Veneto con sette province si contano almeno una quarantina di dialetti diversi, uno diverso dall’altro per pronuncia, per cadenza, per lessico e per forme verbali, anche se vengono accorpati per aree di affinità (Veneto centrale, Veneto orientale, Polesano etc etc). Due veneti di aree diverse possono benissImo parlarsi in dialetto, ma non parlano mai lo stesso dialetto. In più aggiungiamoci le sfumature locali all’interno di ognuno dei quaranta dialetti. Una situazione che vale dappertutto e non solo in Italia. Proiettato su scala europea ne esce un mosaico di decine di migliaia di minuscole tesserine diverse, da farsi venire il mal di testa. Anzi, tornado alla distinzione tra lingua e dialetto, si può dire che una caratteristica di quest’ultimo è quella di non essere mai riuscito a standardizzarsi, quantomeno a livello parlato, su un’area sufficientemente vasta. E’ il suo evidente limite o se si vuole, a scelta, la sua incomparabile ricchezza.
Ruolo dell’italiano
Ma l’italiano esiste? Senza risalire a chissà quando, si può dire che oggi sì, esiste, e anzi, essendo a sua volta l’espressione di un’area culturale composita quanto si vuole, ma identitariamente anch’essa ben definita, con un valore culturale altissimo, va a sua volta salvaguardato e promosso, per parlarlo bene. I problemi non mancano. L’influenza regionale nel parlare italiano non aiuta, lo impoverisce, anche perché dove il dialetto non si parla più, una pesante cadenza regionale nell’italiano di fatto lo sostituisce come se fosse un neodialetto, con tutti i suoi limiti di inevitabili minori sfumature concettuali. In assenza di dialetto ci si esprime in un italiano con forte inflessione regionale per dare colore, impeto, colloquialità, questo è il neodialetto italofono cadenzato con l’eredita della cadenza dialettale. E però, nello stesso tempo, l’italiano standard, quello per capirci parlato dai doppiatori cinematografici o nelle scuole di teatro, non lo parla e non lo ha mai parlato proprio nessuno (o ,meglio pare che l’italiano totalmente senza inflessioni regionali sia parlato da meno del 2% dei cittadini italiani). Quindi? L’unica possibilità di tenerle alto e importante l’Italiano è cercare di smussare intenzionalmente le influenze regionali in un modo che venga naturale, senza forzature, sapendo che anche un’intellettuale o un premio nobel le mantiene, seppure appena accennate: nella cadenza al nord e nella pronuncia al centro sud (soprattutto se è del centro sud farà fatica a celarla). Anzi, si può ipotizzare che un uso diffuso più alto dell’italiano, anche attraverso un’educazione scolastica alla dizione e un po’ ripulito per quanto possibile dalle inflessioni regionali, induca le persone che vogliono una comunicazione diretta nel parlato (più espressiva, anche più graffiante se si vuole) a riutilizzare proprio il dialetto, che riprenderebbe il suo uso volgare, cioè popolare. Perché non si può litigare o tifare allo stadio o esprimere stupore e incazzatura in un italiano alto con dizione neutra, ripulita e senza inflessioni, intercalandola magari con un ‘accipicchia’, ‘perbacco’, ‘oibò’. Meditate.
Dialetti parlati in Europa: la vaghezza dei dati
Il tema del dialetto e delle parlate, quindi, non è solo ligure: è generale e va oltre i confini italiani.
Vagando un po’ nei siti internet e nei social che parlano di questo argomento, scopro che il dibattito sul tema esiste anche in altri Stati. Ho letto uno scambio vivace e polemico, con molti commenti, sull’uso dei dialetti in Francia, dove il francese, unico caso del genere, è stato imposto ferocemente per legge sulle parlate locali. La diatriba, con botta e risposta al vetriolo, era sulla percentuale di parlanti i dialetti occitani nel sud francese. Con pareri opposti: chi diceva il 25% e chi diceva l’1% (capirai che c’è una bella differenza). Con altre ricerche ho trovato vaghezza anche sugli effettivi parlanti dialettali in Germania, che sembrerebbero essere decisamente più numerosi. Questo vuol dire che mancano dati certi sull’uso reale dei dialetti, e conoscerli sarebbe fondamentale per le azioni di promozione, che devono regolarsi sull’entità dello sforzo da mettere in atto. Sarebbe ora che l’Unione Europea in quanto tale indagasse a fondo per ottenere questi dati. Una mia stima personalissima ipotizza almeno cinquemila parlate storiche diverse e originali in Europa, più o meno vive, in aggiunta alle ventisei lingue nazionali. Avere un’idea anche orientativa di quanti ne sono i parlanti abituali e non sporadici zona per zona, con poi una media complessiva europea, darebbe un supporto non da poco alle azioni di rivitalizzazione. Come fare per ottenere dati più certi? Non c’è che l’autodichiarazione e il sistema del sondaggio, sapendo che nei sondaggi si può mentire. Lo si fa quando viene chiesto per quale partito si vota e c’è chi sarebbe tentato di mentire se gli si chiede se parla o no correntemente il dialetto locale (e non solo se lo sa). Infatti, non è questa la domanda da porgere, ma un’altra: “in quale lingua formuli il tuo pensiero più immediato quando sacramenti tra te e te per qualche improvviso accidente che ti capita?”. Può sembrare assurdo ma è così: il test corretto per l’uso del dialetto non deve riferirsi al livello fonico, ma a quello cerebrale. Lì non si scappa e non si può barare.



