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13 Marzo 2026La moschea negata a Mestre. Integrazione o paura?
Per entrare nel merito del caso della moschea negata alla comunità bengalese di Venezia è necessario prima di tutto capire il contesto: la popolazione di origine bengalese è molto rappresentata in città, si stimano circa 20.000 persone, tra cui 3.741 elettori iscritti nelle liste elettorali comunali. Sono operai della Fincantieri, bottegai, piccoli imprenditori, gestiscono le nostre edicole, mandano i loro figli a scuola, comprano e affittano appartamenti (che talvolta affollano di inquilini oltre il ragionevole). Purtroppo, è una comunità ancora poco permeabile, con usi e costumi diversi dai nostri, in cui molti non padroneggiano la nostra lingua. E questo crea, direi inevitabilmente, difficoltà anche solo banalmente pratiche come, per esempio, classi nelle scuole elementari e medie della cosiddetta Daccatown con larghissima maggioranza di scolari di madrelingua non italiana. Insomma, problemi oggettivi di cui abbiamo più volte trattato in questa testata (https://www.luminosigiorni.it/cultura/il-difficile-esercizio-della-convivenza/).
Problemi da approcciare, da parte di qualsiasi Amministrazione Comunale – e in generale dalla politica – con la consapevolezza che è una questione complessa, che non ci sono bacchette magiche e che necessita di un approccio paziente e articolato che ponga come obiettivo finale che i nostri concittadini con background migratorio non si percepiscano come ospiti temporanei, come utilizzatori di un sistema, ma come membri di una comunità di cui tutti condividono il destino. A titolo di esempio (non mi dilungo per non uscire dal tema): 1) servizi di prima accoglienza per i neoarrivati, supporto e informazione su pratiche formali, rilasci di visti ecc.; 2) progetti specifici dedicati alle donne, per informazione in ambito sanitario e per segnalazioni di situazioni di violenza domestica o discriminatorie di genere; 3) “corsi di cittadinanza”, in primis della lingua italiana ma anche sensibilizzazione su diritti e doveri come il rispetto delle pari opportunità e la prevenzione di abusi e violenza di genere, il rispetto delle regole urbane specifiche, e pure l’osservanza e la condivisione di regole anche correnti e apparentemente banali. Una per tutte: il corretto conferimento dei rifiuti negli appositi cassonetti differenziati.
C’è molta strada da fare in questo senso. Non solo nelle azioni ma prima ancora nelle nostre menti. E qui entra in gioco la politica. Che spesso non si dimostra all’altezza. Da parte della sinistra liberal a volte prevale una postura da anime belle e si parla di arricchimento culturale, opportunità e altre amenità finendo di fatto con il negare che il problema stesso esista (e quindi non lo si affronta). Di contro si registra l’atteggiamento di una certa destra che postula che le differenze culturali, religiose e di costume non possano esistere e quindi o coloro che hanno background migratorio si uniformano al nostro modo di vivere e pensare o tornino a casa loro (è il non detto dell’abusato e piuttosto ipocrita “devono rispettare le regole”). Ovvio che questa omologazione immediata non è nell’ordine delle cose, tantomeno è possibile (e non sarebbe nemmeno opportuno) che queste persone si volatilizzino.
È proprio da questo tipo di atteggiamento che trae origine la vicenda assai poco edificante della moschea di via Giustizia. La comunità bengalese, musulmana, da tempo è alla ricerca di spazi ove esercitare il suo (sacrosanto) diritto di pregare. Diritto garantito, giova ricordarlo, dalla Costituzione (art. 19) che sancisce la libertà di culto. Ha cercato di realizzarli in spazi improbabili e non idonei (ex supermercati, capannoni e simili) e si è sempre scontrata con impedimenti delle norme urbanistiche per i luoghi di culto. Finalmente, la comunità si organizza e raccoglie finanziamenti per una moschea e un centro culturale in via della Giustizia a Mestre firmando il preliminare per l’acquisto dell’area. Uno dei leader della comunità, fautore del progetto è Prince Howlader, esponente di FDI, partito di maggioranza in Comune. Sembrava il lieto fine di una vicenda complicata ma nulla di tutto questo. Si è mossa Forza Nuova che ha organizzato un presidio contro un presunto avamposto dell’occupazione islamica e a ruota si sono gettati nella mischia la Lega e lo stesso partito di Howlader, FDI.
La Lega più nettamente ostile in linea di principio. Chiarissima sulla questione l’eurodeputata leghista Cisint che parla addirittura di atto di arroganza da parte della comunità bengalese, o il suo compagno di partito Alex Bazzaro “finché la Lega governerà la città non sarà costruita nessuna moschea”. Più dialogante FDI che insiste su obiezioni di carattere formale: problemi imprecisati di ordine pubblico, manca il cambio di destinazione urbanistica, è ignota l’origine dei finanziamenti, non esiste un’intesa formale tra Stato e Islam (argomento assolutamente capzioso perché l’esistenza di detta intesa non è affatto una condizione vincolante). Ma, e qui mi prendo la responsabilità di un’opinione forte, tutte queste argomentazioni suonano sinistramente come pretesti ed è evidente il dato identitario e politico: per questi partiti, manzonianamente, la moschea non s’ha da fare, né domani né mai. Tant’è che Howlader, prima sicuro candidato alle Comunali per FDI, pare scomparso dalla lista elettorale.
Va dunque in scena il contrapporsi di due tesi: 1) avere uno spazio per fare dignitosamente attività di preghiera è in sé un elemento di integrazione perché riduce la marginalità, la frammentazione e quindi fa percepire chi la utilizza come parte della comunità e accolto da questa; 2) la moschea al contrario costituisce un ulteriore elemento di distinzione e separazione e quindi renderebbe la comunità bengalese ancor più impermeabile e autoriferita.
Ognuno avrà la sua legittima opinione ma personalmente sono persuaso dalla prima tesi. Perché, mi ripeto, l’obiettivo di fondo è che chi proviene da fuori si senta parte di un sistema di cui condivide il destino, non un ospite che semplicemente usufruisce dei benefici del sistema stesso. E va da sé che se il sistema mi costringe a cercare luoghi di culto improbabili dove pregare in semiclandestinità e quando poi trovo i denari per comprare un terreno e costruirmela, la mia moschea, mi si oppone una sequenza di ostacoli – l’intesa tra Stato e Islam (come se esistesse un soggetto titolato a rappresentare l’Islam..), l’origine dei finanziamenti, la sottoscrizione di una Carta dei Valori, l’attendere che si istituisca un registro dei luoghi di culto… – il risultato inevitabile è un senso di rifiuto. E allora, magari per ripicca o per diffidenza, non mando la moglie ai corsi di informazione, non tento neppure di imparare bene la lingua italiana e l’ultima delle preoccupazioni sarà conferire i rifiuti nel cassonetto giusto. Accogliere un bisogno non è un segno di debolezza ma è, oltre che un atteggiamento eticamente giusto (e conforme alla nostra Costituzione), un comportamento di egoistica e razionale convenienza.
Cambiando scenario, scendendo dal livello dei principi alla politique politicienne, credo che la vicenda sia piombo nelle ali della candidatura di Simone Venturini nella prossima corsa a Sindaco. Perché avere in coalizione partiti che, al dunque, si sono rivelati così ruvidamente diffidenti verso i bengalesi caratterizza la compagine che lo appoggia in senso addirittura vannacciano, del tutto antitetico all’immagine perbene, ragionevole e moderata che Venturini ha impresso alla sua candidatura (e che ritengo corrisponda al vero: Venturini è in effetti una persona perbene, ragionevole e moderata). Un autogoal, sicuramente mal digerito dall’ala centrista della coalizione, non a caso il segretario dell’UDC Bonafè ha (invano) tentato di mettere una pezza parlando di rispetto delle regole e insieme delle diverse identità. Forse questa vicenda farà guadagnare qualche voto nella destra più estrema tentata dall’astensione ma aliena a Venturini il voto dei 3700 bengalesi, ça va sans dire, e soprattutto quello dei molti elettori centristi (che, come in tutte le elezioni, sono l’ago della bilancia) ancora incerti e non convinti dalla pallidissima candidatura di Martella. Nel cui quartier generale devono aver (con ragione) stappato più di qualche bottiglia di prosecco.
Immagine di copertina © Venezia Today



