
SPIGOLATURE
14 Giugno 2026Alla luce della recente tornata elettorale amministrativa veneziana, a giochi fatti, occorre fare alcune riflessioni di carattere generale. Non entro volutamente nel merito delle ragioni delle singole sconfitte o vittorie che richiederebbero un capitolo a parte, ma occorre fissare l’attenzione su alcuni fenomeni del nostro tempo.
Quello che ritengo più grave in assoluto è la curva dell’astensionismo che in Italia cresce paurosamente da anni ad ogni tornata elettorale e non accenna minimamente a diminuire e le persone non esercitano più il loro diritto di voto rinunciando volontariamente ad una conquista democratica e demandando, di fatto, ad altri le scelte.
Penso che ciò nasca ormai da una profonda sfiducia nel sistema politico in generale da parte dei cittadini. Son finiti i tempi dei grandi partiti di massa del dopoguerra dove l’elettore veniva fedelmente invitato a votare la quartina, la terzina di nomi sicuri. Il voto non è più facilmente indirizzabile come allora anche perché, aumentato il livello d’istruzione e cambiati i tempi, si tende a pensare più con la propria testa, a voler scegliere a chi dare il proprio voto in modo più responsabile. Ora, al di là dell’alternanza di genere, l’elettore tende a votare le persone che conosce, che gli ispirano fiducia e onestà sempre più spesso superando l’appartenenza partitica. Cerca soprattutto qualcuno che rappresenti il suo sentire, in cui riconoscersi, che abbia una professionalità, un lavoro proprio, una sensibilità sociale. E’ tramontata l’epoca del funzionariato visto ai giorni nostri come uno sterile retaggio novecentesco o del politico di professione iper-garantito. Nei partiti di conseguenza viene meno la facoltà di indirizzare il voto o blindare un candidato e questo datato meccanismo elettorale viene percepito ora dall’elettore con senso di diffuso fastidio.
Quanto all’affidabilità dei costosi sondaggi poi, come abbiamo visto recentemente, lascia il tempo che trova e sono solo i voti scrutinati a determinare il risultato certo. La politica oggettiva è alla fine pura matematica, numeri, risultati, percentuali e da lì non si scampa, il resto sono chiacchiere. E’ eletto chi viene votato.
Il male dei nostri tempi è che le persone non si sentono più rappresentate, non vedono nessuno che si prenda seriamente carico dei problemi veri della vita quotidiana (carovita, lavoro, casa, sanità, pensioni..) e di fatto soprattutto cerchi di risolverli concretamente al di là delle promesse elettorali. La forbice tra la realtà del vivere e la turris eburnea in cui si è trincerata la politica è diventata una voragine. I cittadini hanno provato nel tempo, cadute le antiche roccaforti, a votare, magari per protesta, un po’di tutto compreso il buttarsi ora di quà ora di là nei vari fenomeni elettorali del momento che poi nel tempo sono puntualmente destinati a sgonfiarsi in modo rapido.
Sono le persone più mature quelle più prevedibili, che vanno ancora regolarmente a votare mentre preoccupa il diffuso disinteresse dei giovani verso la politica. I giovani che si occupano di politica oggi spesso l’hanno respirata in casa, ma quelli che spontaneamente si avvicinano ex-novo sono ben pochi. E c’è da capirli…Vivono un tempo in cui vengono a mancare storiche certezze, il lavoro, la possibilità concreta di farsi una famiglia, vedono una pensione e futuro incerti e quindi son altre le loro priorità impellenti. Non a caso assistiamo a una paurosa fuga di cervelli all’estero dove i nostri laureati sono maggiormente stimati e pagati. Questo perché in Italia, nonostante tutto, studiamo di più, approfondiamo di più, non abbiamo piani di studi alle superiori articolati su un massimo di cinque o sei materie. Le nostre Università sono di qualità e a maggioranza pubblica. Questa continua e inarrestabile emorragia di risorse intellettuali, però, impoverisce il Paese in modo preoccupante, perché la maggioranza di loro non ritorna in Italia e, mancando un’ alternativa, si fa una vita all’estero.
I giovani si muovono solo per questioni che ritengono concrete vedi il referendum sulla Costituzione, ma è stato un pensiero presuntuoso sperare che quel voto, in realtà trasversale, in automatico si riversasse sulle amministrative.
I partiti arrancano, zoppicano, inciampano fanno fatica a rinnovarsi, parlano in modo incomprensibile, distante ai più…vince chi cerca strade nuove, chi usa più disinvoltamente i moderni sistemi di comunicazione TV, spot, social, AI che arrivano diretti al telefonino dei singoli, l’era dei manifesti appiccicati ai tabelloni, dei comizi di piazza, dei “santini” di propaganda, delle riunioni autoreferenziali dove ci si parla addosso sempre tra gli stessi elettori già garantiti è tramontata e non muove più un voto. Quella rete importante di cui fruivano i grandi partiti è saltata. Nel mondo cattolico tiene ancora bene il sistema delle parrocchie, della rete degli scouts, del volontariato, ma nel versante laico non sono le strutture partitiche che tengono. Fanno rete le associazioni, le categorie lavorative, il cooperativismo e gli unici a resistere nella bufera sono i sindacati perché operano concretamente sulle esigenze dei singoli e delle categorie. E’ l’istituzione stessa di “partito” ad essere entrata in crisi.
Passati per fasi “liquide”, “fluide” ora siamo giunti allo stato gassoso. E’ concluso il periodo dei “tecnici prestati alla politica” oramai siamo nell’era del “Civico”. Il candidato “politico” non è più attrattivo, si preferisce quello non esattamente connotabile ed inquadrabile che spesso, però, è una pia illusione perché in realtà è sorretto di fatto dai vecchi meccanismi.
Altro problema nodale è il ricambio generazionale. L’Italia è un Paese dove i vertici che contano non solo politici, ma delle aziende, delle istituzioni , degli apparati, tutte sono stretti tra le mani dei Senior che non mollano una briciola a quelli che anagraficamente vengono dopo di loro. Come possono i giovani avvicinarsi, trovare spazio se le redini da decenni sono sempre in mano agli stessi? Sono come le palline della tombola che si rimestano e ogni volta si riincasellano in un ordine nuovo. Stesse facce, stessi nomi, buoni per tutte le stagioni… I giovani spinti da curiosità o esigenze pratiche si avvicinano e quando capiscono come tira il vento si allontanano con la velocità della luce, di chi non ha tempo da perdere. Per non parlare della generazione di mezzo che è stata spesso killerata a tavolino specie se aveva competenze e professionalità e non era ricattabile. Il voler mantenere lo status quo della mediocrità ha lasciato nel tempo il potere tra le mani di pochi fedeli soldati, ma non paga e alla fine il meccanismo salta e si ritorce sempre contro.
Ecco perché la vera difficoltà dell’oggi è il cercare di dare un nuovo impulso e rinnovamento alla politica. Non sarà un lavoro facile rimettere insieme i cocci. Occorre che la vecchia generazione si faccia da parte e si comporti da “padre nobile”, che metta la propria esperienza al servizio delle nuove leve. La famosa “selezione della classe dirigente” dei vecchi partiti non era una cosa inutile, la politica non è per tutti, occorre fatica, dedizione e capacità. Il vecchio auto-referenzialismo, che si vede riemergere puntualmente in vista delle prossime scadenze elettorali, non è più tollerabile. Occorre riavvicinare i cittadini alle istituzioni, dare risposte concrete e cercare di riempire quel baratro. Si percepisce oggi più di ieri che la liturgia della politica sia ridotta ad un inutile “pestare acqua”, una perdita di tempo e che, in realtà, e le decisioni che contano siano assunte sempre in altre sedi e da altri poteri trasversali molto distanti dall’elettore comune. O si gira pagina e si cambia metodo o la politica si riduce sempre più a mero specchietto per le allodole.



