
CONO DI LUCE L’oscurità della famiglia con Pier Lorenzo Pisano
12 Giugno 2026Dai che ce la fai!
Dopo aver destabilizzato l’intero orbe terracqueo da quando si è insediato alla Casa Bianca un anno e mezzo fa: dazi, contro dazi, minacce di annessione di Paesi sovrani, delegittimazione pubblica di Zelensky, depotenziamento del Patto Atlantico, piena legittimazione dell’autocrate Putin, un primo bombardamento sull’Iran a giugno 2025, la cattura di Maduro, fino alla “guerra” in Iran scatenata il 28 febbraio di quest’anno, dopo aver affermato che ormai non c’erano più “capi politici” in quel Paese perché lui e il suo sodale Netanyahu li avevano uccisi tutti, dopo che il regime iraniano, che tanto destabilizzato non si è manifestato, non ha avuto né remore né timori nel chiudere lo stretto di Hormuz, snodo vitale per in traffico energetico mondiale, dopo aver pronunciato per trentotto volte in meno di tre mesi che l’Iran “implorava di concludere un accordo”, “penso che lo chiuderemo”, “le trattative sono a buon punto”, dopo aver fatto qualche altro blitz armato in terra straniera, dicendo “metteremo fine a questa guerra molto rapidamente”, sembra che finalmente si possa arrivare, con gli iraniani che la stanno tirando per le lunghe, a un memorandum di intesa fra USA e Iran.
Era ora!
Certo è che il tanto agognato premio Nobel per la Pace anche stavolta lo vincerà la prossima.
Dopo di che è del tutto evidente che l’attuale Presidente degli USA si è dimostrato totalmente inaffidabile, approssimativo, per nulla disposto ad anteporre la diplomazia all’uso della forza, un narcisista patologico, che opera attraverso una gestione del potere tossica e autoritaria.
Sembra che persino negli stati americani del Midwest, sua terra di conquista elettorale, dove da sempre sono largamente maggioritari gli orientamenti più conservatori della società americana, l’uomo stia perdendo appeal e di conseguenza stia maturando un esito elettorale nelle prossime elezioni di midterm a lui non proprio favorevole.
Con il che molta della politica statunitense potrebbe cambiare faccia e approccio. Ma non bisogna essere troppo ottimisti perché le previsioni degli opinionisti, anche quelli più autorevoli e credibili, spesso sono ispirate al più classico dei wishful thinking (me piasaria tanto…).
Voria ma no posso
Di qua dell’acqua, nel senso dell’oceano che ci divide, le cose non è che stiano andando troppo bene: Europa in affanno economico, demografico e democratico.
Non sembri un paradosso ma l’Europa che sta facendo una fatica boia a darsi un’anima e una visione, stretta fra nazionalismi a volte esasperati – fomentati da formazioni di destra sovranista e polpulista – vincoli burocratici asfissianti, assetto politico precario e volubile, avrebbe bisogno della cura che gli ha proposto Mario Draghi.
Nei suoi ultimi interventi, l’ex premier italiano ha lanciato forti allarmi sulla vulnerabilità del Vecchio Continente. Ha sottolineato come l’Europa si trovi, per la prima volta, isolata e non possa più fare totale affidamento sugli Stati Uniti per la propria sicurezza. Per ovviare a questo, Draghi propone un “federalismo pragmatico” e una difesa comune, sostenendo che l’UE debba superare il meccanismo del voto all’unanimità per non rischiare la marginalizzazione e la deindustrializzazione.
Draghi ha redatto un ampio piano strategico per rilanciare l’economia e l’industria europea. Il documento individua tre sfide fondamentali:
- Colmare il divario tecnologico e di innovazione (soprattutto nell’Intelligenza Artificiale) rispetto a Stati Uniti e Cina.
- Gestire la decarbonizzazione in modo competitivo, tutelando le imprese.
- Aumentare la sicurezza e ridurre la dipendenza economica e tecnologica dall’estero.
Ma siamo sempre lì ci sono i vincoli di bilancio, la stabilità economica, i veti incrociati, i regolamenti ferrei e farraginosi, per cui è un’Europa che non ce la fa a staccarsi dal più classico dei desideri irrealizzabili: “voria ma no posso”, nonostante il sentimento diffuso fra i cittadini europei sia largamente favorevole ad una condivisione dei problemi comuni e delle loro soluzioni concrete. E’ la fotografia della storica contrapposizione tra il sentimento europeista dei cittadini e l’immobilismo istituzionale che deriva da una governance progettata per dividere le responsabilità, ma priva della sovranità fiscale necessaria per agire come un vero Stato federale. E questo crea una costante paralisi politica.
Campi larghi e campielli stretti
Una veloce panoramica della condizione politica del Paese: il fattore Vannacci, la crisi della Lega, la stabilità come fattore di immobilismo del Governo Meloni, la pigrizia del Pd, l’avventurismo di Conte, il girare a vuoto dell’area riformista, l’amletismo di Forza Italia.
Vannacci sta diventando il must della discussione politica a tutti i livelli, la capacità dell’opinione pubblica (i giornali, i talk show, i vari social media) di orientamento di centrosinistra di discuterne affannosamente sembrerebbe avere alle spalle un sottile disegno politico, ispirato da quel “furbacchione” di Renzi, che in politica la vede lunga e arriva sempre prima degli altri: più lo si accredita, più gli si dà visibilità più lo si aiuta a crescere (nei sondaggi) più si indebolisce la compagine di governo.
Con l’obiettivo di vedere Futuro Nazionale aggiudicarsi nelle prossime elezioni politiche del 2027 una percentuale che metterebbe in crisi la coalizione di CentroDestra: vuoi perché se venisse inglobato renderebbe complicata la permanenza di Forza Italia che si fregia del suo sedicente spirito “liberale” – berlusconismo liberale è l’ossimoro della politica italiana dal 1994 ad oggi – e se invece corresse da solo determinerebbe la sconfitta ai voti dell’attuale formazione governativa, fortemente indebolita anche dalla contemporanea crisi della Lega salviniana (voti che trasmigrano verso FN).
Fare previsioni non è un mestiere facile, ma gli opinionisti convergono su questi due scenari.
Che poi il Campo largo goda di buona salute è del tutto fuori contesto: tutto avviluppato in una discussione surreale su “primarie Sì – primarie No”, su chi, in caso negativo, debba fare il leader di quella coalizione.
Fughe in avanti che prescindono da una discussione di merito su un programma di governo condiviso: quale Europa, Ucraina, difesa comune, fisco comunitario, scelte strategiche per l’economia nazionale, sanità, sistema dell’istruzione, scelte energetiche. Tutti temi che attualmente vedono le formazioni politiche che aderiscono al Campo largo schierate su posizioni divergenti per non dire antitetiche.
E’ vero che gli esiti delle elezioni amministrative non sono riportabili a livello nazionale ma qualche estrapolazione ha comunque un valore che va più in là del singolo territorio.
Qui da noi l’esperienza della Stagione buona e del suo inconsistente programma elettorale, tutto fatto di principi e di affermazioni identitarie che volutamente nascondevano l’insussistenza programmatica e la conflittualità latente sulle scelte strategiche da operare qui ed ora, sta proprio a dimostrare che senza l’offerta di un programma serio, concreto e misurabile non si va da nessuna parte e l’elettorato non è disposto a sostenerti se gli offri la creazione dell’assessorato alla Pace ma non gli parli del Porto come volano economico e delle scelte che questo comporta, se gli proponi l’integrazione ma non gli dici come la fai, se critichi l’overtourism ma non gli dici a cosa bisogna rinunciare per mitigarlo.
Una lezione che qui a Venezia brucerà ancora per molto tempo e sarebbe il caso di farne tesoro a livello nazionale, per non commettere lo stesso errore e per provare a dare una prospettiva credibile al Paese che ti candidi a governare, magari puntando a mettere assieme tutte quelle forze disperse, variegate e spesso autoreferenziali del cosiddetto “centro riformista” che ormai ha assunto le caratteristiche dell’Araba Fenice: «che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa» (cit. Così fan tutte – Atto I, Scena I – di W. A. Mozart, libretto di L. Da Ponte). Con buona pace di Azione, Italia Viva, Liberali democratici, +Europa a cui adesso si aggiunge Spazio Pubblico e Progetto Civico. Chi più ne ha più ne metta.



