
ANIMALS Se un altro mondo è (stato) possibile…
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22 Maggio 2025Di MIRELLA SERRI ( Dall’introduzione del libro NERO INDELEBILE, Longanesi). Non v’e dubbio che la sinistra progressista sottovaluti la cultura dell’estrema destra. Com’è accaduto nei primi anni Venti del Novecento, quelli dell’insediamento del fascismo e della nascita dello Stato autoritario, quando la cultura liberale e democratica clamorosamente non volle vedere l’arrivo dei Fasci al potere. «Progressisti con i paraocchi» è la geniale definizione coniata da Norberto Bobbio per criticare gli intellettuali e politici di sinistra che tendevano a chiudere gli occhi di fronte ai limiti e alle contraddizioni del proprio schieramento ideologico o che erano troppo rigidi o dogmatici nel loro approccio: tali si possono definire i detrattori dell’opera di Renzo De Felice, inferociti poiché´ lo storico reatino aveva parlato di « consenso » del popolo italiano nei confronti della dittatura.
Eppure fin dagli anni Trenta proprio alcuni antifascisti di primo piano, da Giorgio Amendola allo stesso Palmiro Togliatti, avevano riconosciuto che il consenso c’era, eccome. La storiografia sul fascismo, da quella marxista a quella crociana, per decenni era stata miope e aveva visto nel fascismo solo violenza e «incultura».
Benedetto Croce paragonava il regime all’invasione degli «Hyksos, con la sola felice differenza che la barbarie di questi durò in Egitto oltre dugento anni, e la goffa truculenza e tumulenza fascistica si è esaurita in poco più di un ventennio». Oggi è come se fossimo tornati ai tempi lontani dell’insediamento del fascismo, quando gli antifascisti, anche i più avveduti, valutavano con «ottimismo» inteso «come una forma di fatalismo e di meccanicismo» – per dirla con Antonio Gramsci in “Passato e presente” – la prossima fine della dittatura.
I progressisti e la sinistra tendono a sottovalutare il governo presieduto da Giorgia Meloni e le forze che lo sostengono, a vederlo come una «parentesi», avrebbe detto Croce, o come un fenomeno transeunte e occasionale, soprattutto privo di fondamenti culturali e ideologici ben radicati. Ma come i fascisti non erano gli Hyksos crociani, così` gli esponenti di questa destra di destra che si è insediata a Palazzo Chigi non sono solo una rozza espressione del sovranismo e del populismo.
Questo governo è il prodotto di una destra radicale che, lontana anni luce dai grandi padri della democrazia liberale, non è mai stata interamente raccontata nelle sue radici. Mussolini si era fatto collettore ultimo delle peggiori istanze del nazionalismo, del corporativismo, del pansindacalismo e dell’imperialismo. Così` oggi la premier e i suoi Fratelli e Sorelle, ovvero la sua classe politica, si pongono come il terminale estremo di orientamenti euroscettici, antiegualitari, anti-diritti civili, antiimmigrati e di tendenze e di ideologie che circolavano sottotraccia già da decenni. Le vere radici della destra non sono oggi riconosciute pubblicamente nemmeno dagli stessi seguaci di quella compagine politica.
La premier ha descritto la vicenda di Fratelli d’Italia e del suo gruppo dirigente come il sorprendente e occasionale successo del cosiddetto «underdog», di colui o colei che dopo anni di esclusione dall’arco costituzionale, dalle stanze dei bottoni e del potere, vince a sorpresa l’agone. È il trionfo dell’emarginato dalla politica ufficiale che alla fine sbaraglia i concorrenti, a dispetto delle previsioni e della scarsa fiducia.
Questa narrazione, che fa riferimento alla figura dell’underdog o Calimero il pulcino nero, è un espediente per non far emergere le origini culturali del ceto politico di FdI e della leader. Esiste un consistente bagaglio di ideologie e di ritualità elaborate per decenni all’interno del movimentismo neofascista italiano in cui sono cresciuti e di cui si sono come imbevuti assorbendone principi e scorie Meloni e la sua classe dirigente.
La presidente di Fratelli d’Italia ha ripreso stereotipi novecenteschi e un bagaglio culturale in cui ideologie che vengono dal Ventennio si mescolano a sovranismo, nazionalismo vecchio stampo, antidemocraticismo, ammirazione per le democrature, frammenti di demagogia populista, desiderio di rovesciare l’assetto istituzionale e di mettere il bavaglio alla libertà di stampa.
Insomma, paradossalmente, proprio attraverso il recupero di un lontano passato e attraverso il rapporto con idee di estrema destra che si sono sviluppate fuori dall’Italia nel secondo Novecento, la destra meloniana risulta insolita e ricca di novità. ( da SOLO RIFORMISTI)



