
SPIGOLATURE
26 Dicembre 2025
Le voci che non fanno rumore. Disabilità grave, cura e responsabilità collettiva nelle città contemporanee
31 Dicembre 2025Come Direttore di LUMINOSI GIORNI, Intendo porgere ai lettori gli auguri per l’anno 2026. Siccome non vogliono essere una formalità li accompagno con una riflessione che tiene conto del clima di timore, indignazione, sfiducia che serpeggia un po’ dappertutto per gli accadimenti internazionali, ma non solo, con ricadute nazionali e cittadine. E poco importa che si tratti spesso, a parer mio, di sentimenti emotivi, la percezione è questa e fa testo questa.
A questa percezione va data risposta.
Per quanto raccapriccianti siano state le immagini di Gaza e dell’Ucraina, una veloce ricerca mi porta a ritenere che la contabilità dei morti civili e militari nelle guerre nel 2025 non sia stata la più alta del dopoguerra e che si trovano picchi di mortalità bellica più elevati cadenzati in diverse annate degli ultimi ottant’anni di cosiddetta pace (europea, e parzialmente europea, per altro). Questo solo per riferirsi alle guerre.
A me pare che in realtà oggi come ieri ci sia, con forme e protagonisti continuamente diversi, il grande male cronico di sempre dell’umanità. E ciò non diminuisce la pesante gravità di quest’anno che se ne è andato, la mantiene però inalterata, in attesa che ci sia un rinsavimento collettivo degli abitanti del pianeta. E che la razionalità che li distingue dal resto della natura venga indirizzata – finalmente- non verso distruzione o possesso o prevaricazione o semplici, si fa per dire, presunti interessi di parte. Ci sono stati momenti della storia in cui la razionalità sembrava indirizzata finalmente verso la conclusione del male cronico. Illusione. La conflittualità quotidiana anche nella politica di casa sta a dirci che la nostra razionalità di umani è ancora sprecata e male indirizzata. Propongo al pacifismo, che meritoriamente si oppone alle guerre, di estendere il grido di dolore per la pace che non c’è anche alla conflittualità sotto casa della politichetta nostrana. Non meno letale, visto che non è necessario che ci siano bombe e armi perché ci sia condizione di guerra. La politica interna è spesso guerra civile dove si spara odio gratuito ugualmente. E persino i pacifisti cascano anche loro nella guerra civile, utilizzandone gli strumenti conflittuali.
C’’è una narrazione, imbevuta di pseudo realismo, che dice che il conflitto è connaturato nelle società e che la politica non fa altro che interpretarlo e cavalcarlo. All’estremo, di frequente, si trasforma in guerra, ma anche senza guerra la politica interna confligge, in ogni stato e in ogni singolo comune, se no, sempre secondo la narrazione, non è politica. Sarebbe ora che non si abboccasse più a questa ingannevole filastrocca e che ci si opponesse con buone prove.
Saltabecco volutamente dal globale al locale e viceversa perché tutto si tiene.
Riflettevo sulla nostra città, Venezia intesa ovviamente come Comune. Nell’approssimarsi delle elezioni amministrative tornano alla ribalta i problemi, molto gravi, cronicizzati, che penalizzano pesantemente, con uno strisciante ‘male di vivere’, la qualità della vita. Non se ne riesce andar fuori e riguardano TUTTI i cittadini, li accomunano senza esclusione (lavoro, residenza, degrado, inquinamento da gas di scarico e da turismo, sicurezza, deperimento galoppante di patrimoni urbani e culturali). Li coinvolgono tutti e richiedono soluzioni drastiche e urgenti, un’urgenza trasversale. In contemporanea, per quelle associazioni mentali che ti conducono quando si divaga col pensiero, riflettevo che anche alla scala planetaria ci sono temi trasversali di gravità assoluta. Ambientali, economici, di cronico sottosviluppo e di dissennato ipersviluppo, energetici, demografici e sociali, ho detto quasi tutto. Ha senso associare le due cose, le due scale territoriali, quella stretta e quella larga? Ho concluso che si, ha senso, se si fa mente locale sul fatto che le due scale sono accomunate dalla logica conflittuale della politica: lo scontro sia interno agli stati che geopolitico, le divisioni feroci, la competizione senza quartiere, la radicalizzazione estrema, aut aut, mors tua vita mea, con me o contro di me. Il cinico e il presunto disincantato di turno chiosa che non può che essere così, visto che la politica rappresenta interessi divergenti. Chi non se ne rende conto è un’anima bella o forse un sognatore. La nostra contemporaneità ci dimostra invece che, osservando con distacco e autentico disincanto, in città come nel pianeta, gli interessi, quelli generali, NON sono divergenti. Sono trasversali e comuni, richiamando il famoso battito d’ala della farfalla capace di innescare conseguenze planetarie. Sono gli stessi interessi di tutti, anche se l’osservazione del proprio ombelico porterebbe a concludere il contrario.
Questa dissennata competizione a tutte le scale è semplicemente stupida. E la stupidità è una condizione imperdonabile per l’essere umano che invece all’inizio della sua evoluzione aveva percorso un cammino di liberazione da una situazione di pensiero elementare.
L’umano all’origine della sua evoluzione è nato cooperante, per utilità comune prima di tutto. L’utilità tiene insieme interessi comuni, come all’origine erano il sopravvivere tutti insieme in condizioni divenute avverse alla vita elementare precedente. L’utilità ha tenuto insieme i primi umani e dovrebbe essere ritrovata questa molla primordiale. Non tiene insieme gli umani la solidarietà, l’amore per il prossimo, l’attenzione all’altro. Questi sono preziosi e irrinunciabili valori aggiunti, che nobilitano, danno persino una spinta decisiva, ma non possono riguardare tutti e soprattutto non possono essere considerati azioni e sentimenti dovuti. È una ritrovata utilità comune la motivazione che dovrebbe stare alla base. E fosse altro che per utilità comune che si dovrebbe ricominciare a cooperare, riprendendo il filo interrotto.
Cooperare anche con il presunto avversario. Senza pensare di cambiargli la testa, non ce la fai. Faccio un esempio. Gli europei sono convinti che la società che hanno forgiato, liberale, basata sui diritti e su un certo grado avanzato di uguaglianza, sia la migliore per vivere. E, fatto salvo le distorsioni abnormi in senso contrario, a volte vergognose, hanno ragione a ritenerla comunque la migliore. Ma possono esportare questo loro convinzione e imporla? In teoria anche questa esportazione sarebbe giusta, in partica no. Le democrature e le autocrazie nel mondo rappresentano la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta e son diventate in alcuni casi colossi economici. Pensare di convertirle è una pia intenzione, forse tra secoli ci riusciremo, in attesa che i loro abitanti si decidano prima o poi ad attuare con gran ritardo la loro Rivoluzione Francese. E in ogni caso anche colossi sulla carta democratici sono aggressivi all’esterno e conflittuali al loro interno. Bisognerebbe che si convincessero tutti a un minimo comun denominatore di consapevolezza dei problemi comuni, per utilità comune, per convenienza comune: una non belligeranza economica e politica basica e un coefficiente basico di diritti umani al loro interno. Lascia esterrefatti che non sia ancora così. Nei mesi scorsi alla conferenza di Belem sul clima i capi di governo dei maggiori inquinatori del pianeta (Cina, India, USA, un terzo dell’umanità) non si sono presentati, evidentemente non è affar loro, chissà se i loro abitanti sono d’accordo che non è affar loro. La stupidità continua.
La stessa cosa si potrebbe dire nella politica interna e persino in quella comunale. Qui la radicalizzazione urlata a cui stiamo assistendo assume forme se si vuole ancora più esasperate, lo ripeto, è guerra civile. Sarebbe ora di finirla. Per le stesse ragioni che valgono per i colossi mondiali. Partendo dal presupposto che non si tratta di omologarsi ad un pensiero unico. Si tratta di trovare un punto di mediazione che abbracci tutto l’arco della rappresentanza politica, che in fondo giura, a Venezia, in Italia, in Europa, sulle stesse Costituzioni e sui loro precisi e inequivocabili obiettivi politici, già fissati in partenza, non essendo le Costituzioni solo un mero insieme di regole del gioco.
Tornando alle nostre amministrative sarebbe bene, per esempio, che i nostri futuri candidati sindaci facessero un ragionamento elementare. Siamo qui per competere, anche duramente, come persone, la gente sceglierà il migliore. Ma le cose da fare, i programmi, le azioni, le cure da cavallo urgenti per una città in sofferenza non possono però divergere, devono convergere, l’utilità è comune a tutti, gli interessi non possono divergere. Scelto il migliore lavoriamo insieme. Urge, in questo caso sì radicalmente, cambiare paradigma e rendersene conto.
Concludo perciò la mia riflessione nata da un augurio per il ‘26 con questo mio ‘credo’. Solo mio per ora, dal momento che non mi sono ancora consultato con nessuno. E tuttavia da oggi chi vorrà discutere con me sul da farsi in politica con questo mio ‘credo’ dovrà fare i conti.



