
Non solo visitatori: così vive la Venezia della gente
16 Maggio 2025
ANIMALS Se un altro mondo è (stato) possibile…
21 Maggio 2025Tratterò nella prima parte di alcune città del Sud Italia come Agrigento, Siracusa, Potenza e li metterò nella seconda parte in relazione con Mestre, che da tempo è la parte più importante e centrale della città di Venezia, la più rilevante per funzioni e attrattività dell’intero comune. Ci si potrebbe chiedere cosa c’entrano quelle città con Mestre da cui distano centinaia e centinaia di chiolmetri, un’altra realtà. Se si ha pazienza di seguirmi il ‘filo rosso’ tra le due situazioni lo si trova e lo cito in anticipo: è lo scempio urbanistico avvenuto in certe parti d’Italia nel periodo tra il 1955 e il 1965/70, stando larghi. Tale scempio urbanistico accomuna quel sud a Mestre. E la comparazione può servire per vedere le analogie e soprattutto differenze significative.
Le immagini fotografiche di repertorio che riporto nel testo raffigurano alcune colate di cemento edilizio massiccio ad altissima densità e altezza, soffocanti, che attanagliano da tutte le parti, alcuni centri storici delle città del meridione d’Italia, che e infatti nelle fotografie non si vedono, sono oscurati. Tra le immagini che riporto c’è una sola eccezione, che meridionale non è, e la vedremo. Molte città del nostro sud, a dispetto del loro grande passato storico culturale e in alcuni casi anche economico (un passato di cui, in quanto Italiano, mi sento orgoglioso), hanno conosciuto in quegli anni questo fenomeno speculativo edilizio degradante, anche se non tutte nella stessa quantità. Al nord le città italiane ne sono state ugualmente interessate, perchè l’Italia non si smentisce mai, ma in misura quantitativamente minore. Nel Sud Napoli e Palermo, che non compaiono nelle immagini, sono re e regina, avendo ricevuto in quello stesso periodo una colata ediliza selvaggia che le pongono ai vertici nella graduatoria dello scempio. Nei loro casi sono ai vertcici della colata cementizia speculativa come quantità complessiva in assoluto, essendo delle grandi città. Tuttavia mi sono concentrato su città meno grandi, perché nel sud sono quelle dove il rapporto tra speculazione edilizia ed edificato complessivo è stato, se occorre, ancora più schiacciante. I miei ricordi diretti sono di qualche anno fa, ma mi pare difficile pensare che quella massa edificatoria non sia ancora lì al suo posto, sarei felice di essere smentito.

PANORAMA DI AGRIGENTO
Mettendo insieme allora memoria diretta e foto di repertorio, quindi non aggiornate ma probabilmente ancora pertinenti, riporto l’immagine di una città non grandissima come Agrigento, il cui centro storico in altura è soffocato letteralemnte da ben visibili condomini anni ’60 di sei/sette piani. Svettanti come inquietante foresta sulla sommità della collina e incombenti sulla famosa Valle dei Templi greci (in foto di copertina), che è contornata da decenni da questo sfregio. Il panorama di Siracusa dice invece molto delle due facce della città. Sullo sfondo si vede l’isola di Ortigia, lo storico nucleo greco e poi medievale, uno scrigno di memoria storica, con il pregio di essere isola. In primo piano però la giungla di cemento dei palazzoni della terraferma siracusana.

PANORAMA DI SIRACUSA
Dedico due parole in più alla fotografia di Potenza.

CARTOLINA DI POTENZA
Che fa riflettere essendo tratta proprio da una cartolina postale del 1963, e i colori artefatti e acquerellati della stampa di quell’epoca ce ne darebbero l’indizio, anche se la data non ci fosse. “saluti da Potenza”, potrebbe benissimo esserci scritto in didascalia. In quell’ “annus horribilis” per l’urbanistica italiana, chi ha stampata la cartolina, ha ritenuto di dover dare della città di Potenza, che pure ha un dignitoso centro storico in altura a “nido d’aquila”, come Agrigento e tanti altri, l’immagine univoca derivata dai palazzoni appena eretti come una densa selva. Qualcosa che era del tutto assente solo dieci anni prima, a metà ‘50. Ciò significa che la speculazione edilizia nel centro sud era stata percepita dagli abitanti stessi, e da chi interpretava il loro sentire, come una autopropmozione sociale da propagare come immagine della loro vera città, che finalmente oscurava la vergognosa “città vecchia”. Per gli abitanti quelli non erano orrendi monoliti, erano “palazzi”. Proprio così venivano chiamati dalla gente con una certa enfasi, e davano finalmente un po’ di lustro nelle dimensioni “grandi” e vacuamente “moderne” a cittadine fino ad allora immiserite – secondo loro, ben s’intende – da vicoli e casuple riaslenti al medioevo. La classe politica che ha favorito anche ideologicamente questo processo pseudosviluppista ha avuto delle responsabilità storiche oggettive , che a distanza di tempo si possono tranquillamente citare, perché nessuno le confuta ormai più, nemmeno chi ne è stato protagonista. Si tratta del personale politico legato ai governi nazionali a maggioranza democristiana, che sul piano locale e cittadino del sud Italia hanno per decenni governato in modo clientelare e affaristico (non sempre e non tutti, ma molti si e non solo nel Sud, per esempio in altre forme anche nel Veneto bianco). Coperti da una personalissima, astuta e strumentale interpretazione del moderatismo centrista, che avrebbe potuto avere anche un altro senso più accettabile. E’ una verità acclarata, storica, non dico nulla di nuovo. Ma, attenzione, per farlo quella classe politica ha creato consenso anche sul modello urbanistico da far accettare alla popolazione locale attraverso una malintesa idea di modernità. Dove il condominio a sette piani aveva la stessa funzione di immagine del frigorifero e della lavatrice mai avuti prima, pur essendo questi eletrodomestici anche oggettivamente utili (a differenza dei “palazzoni”, quelli si di dubbia utilità). Quella dei palazzoni condominiali è poi la stessa immagine di “modernità” di facile acquisizione che si era manifestata nei sistemi di mobilità trasportistica nel meridione italiano e in generale in tutta l’Italia agreste. Che passava nel giro di pochi anni dall’andare a dorso di asinello alla motorizzazione di massa. Tutto uno sviluppo più di costume, che di vera sostanza sociale o economica, misurabile con il reddito pro capite effettivo, che, pur aumentando, certo, come in tutta italia, nel sud restava però a una certa distanza dal centro-nord (il rapporto era ed è ancora nel complesso di uno a due, una situazione non riscontrabile in altre parti d’ Europa come rapporto sfavorevole interno ad uno stesso stato).
Se smanetto con le immagini satellitari di google, colate di cemento, del genere “Sud Italia” le trovo solo ad Atene e a Salonnico in Grecia, ma appunto, siamo in Grecia il sud più sud d’Europa. Ne sono esenti invece a questi livelli, abbastanza sorprendentemente, le meridionali Spagna e Portogallo. Con l’aggravante che nel Sud Italia questo impatto edilizio devastante c’è stato, appunto, anche nei piccoli centri, a volte più piccoli ancora di Agrigento, presentando un‘evidenza visiva impattante che lascia di stucco. A livello di piccoli centri, lo posso assicurare, il caso Sud italiano è piuttosto unico in Europa, anche la Grecia si chiama fuori.
(((Ci sono due uniche vere eccezioni positive nell’urbanistica di quegli anni nel sud italia, che riguardano, a parer mio, le città di Ragusa in Sicilia e di Matera in Basilicata, forse per una virtù innata dei loro cittadini, chissà, perchè le virtù albergano senza regole fisse e soffiano come il vento in libertà. A Ragusa, dove anche la città ottocentesca ha avuto uno sviluppo pianificato ordinato e regolare, quasi un modello, la speculazione edilizia anni ’60, vista e controllata con i miei occhi, è stata molto più contenuta, più diradata e quantitativamente meno rilevante, e un gioiello storico come Ibla è stato paesaggisticamente salvaguardato. Lo stesso dicasi per Matera, con uno sviluppo anni ’60, contenuto e confinato in poche zone, non in grado di impattare sulla vasta area del centro antico, i famosi “sassi” . Semmai proprio questi sono stati a lungo degradati fino al sopraffino recupero avvenuto alle soglie del 2000, che ha creato un’accoppiata “città nuova-città vecchia” di grandissima qualità, a dispetto del deturpato capoluogo della regione, Potenza appunto, visto nelle immagini.)))
Per tutto il resto rigenerare questa realtà urbanistiche nel sud la reputo impresa non facile, salvo le citate eccezioni ragusana e materana, che del resto si sono già rigenerate da sè. Anche perché tutto ciò che è avvenuto di speculazione in altezza e in densità soffocante si è spesso riverberato al suolo, sulle strade. Passare in rassegna ancor oggi ciò che si vede nelle strade, alla base dei palazzi della speculazione edilizia di quegli anni è in molti casi altrettanto poco attrattivo dell’edificato denso e in altezza, cosa abbastanza ovvia: in assenza voluta di opere di urbanizzazione, insita nel concetto stesso di “speculazione”, inevitabilmente una cosa tira l’altra.
Auguri, si potrebbe dire, e buon lavoro, perchè ce n’è da fare.
Ho voluto porre il tema, perché vedo che le amministrazioni comunali del sud di tutte le tinte politiche ancor oggi, quando parlano di rigenerazione urbana, non sembrano aver l’intenzione di metter mano a questo sfregio storico. Se lo tengono per sempre come memoria indelebile e si concentrano semmai a fare meglio il nuovo sviluppo urbanistico. Cosa che riesce maggiormente e più facilmente (e infatti ciò che è avvenuto nelle città del sud urbanisticamente negli ultimi vent’anni è decisamente migliore, ma è, ripeto, il totalmente nuovo).

QUARTIERE MARASSI GENOVA
Sud Italia? Si ma non solo. Fa specie infatti rilevare il sito dell’ultima immagine riportata, perché qui siamo invece nel nord italia, almeno come latitudine. E’ però in un nord mediterraneo come Genova, e qualcosa vuol dire a proposito di mediterraneità e dei suoi mali contemporanei. Quello della fotografia riportata è il quartiere genovese di Marassi, e come si vede anche a Genova, città splendida per altri aspetti, non sono andati per il sottile in quegli anni, giustificandosi col fatto che lì in Liguria c’è poco spazio e si doveva di necessità andare in altezza e nello stretto e denso. Il risultato è però quello che si vede.
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Veniamo ora al caso di Mestre, anzi di Venezia-Mestre. E’ noto, perché se ne è parlato molto nel passato, che anche la terraferma veneziana, oltre il perimetro stesso della Mestre storica, sia stata anch’essa interessata da una speculazione edilizia massiccia, in seguito sintetizzata nella eloquente formula “il sacco di Mestre”. Nel Veneto, e in tutto il Nordest, con queste proporzioni, il caso è unico nel suo genere, anche se – e qui anticipo ciò che rileverò – le forme sono assai diverse da quelle viste al sud. Ne parliamo ora, facendone il confronto, perché la macchia di quegli anni a Mestre c’è stata, ma, a differenza delle situazioni citate per il meridione italiano, ci sono stati e ci sono ancora più margini di essere riassorbita in un contesto di ripresa urbana, quella che è ancora in corso. Perché lì volevo arrivare, e tutto il discorso sul sud mi serve anche per contrasto e/o per paragone e per dare qundi il senso delle analogie e delle differenze del fenomeno.
Quando si parla di sfregio urbanistico, non solo degli anni ’60, ma in generale, bisogenerebbe infatti sempre avere il senso delle proporzioni. “Brutto”, “bello” nelle città sono aggettivi che andrebbero non dico aboliti, perché sono in fondo una comprensibile reazione istintiva ed emotiva a ciò che si percepisce, ma chiosati dal senso del relativo. Che può favorire, come in questo caso, un certo cauto ottimismo, meno facile, ripeto, (ma non escluso, perchè nulla è per sempre) per il sud. Cauto ottimismo per Mestre intendo, e, a traino, per Venezia tutta, nel suo insieme comunale.
Un dato che fa da sfondo, almeno dal dopoguerra in poi, è che sulla città di Terraferma, su Mestre in particolare, pesa un marchio di “brutto” difficile da scalfire, ancor oggi derivato da un rozzo pensiero del tutto a-critico e soggettivo. Pur, ovviamente, con dei fondamenti, visto che le leggende e la caricature qualche fondo di verità lo hanno sempre, seppure la realtà è altra, inevitabilmente più complessa. Ma il confronto con le immagini di un certo tipo di “brutto” di alcune città del sud doverrebbe indurre a maggiore cautela.
Sottolineo per inciso che questa lettura spregiativa per Mestre, ritenuta “brutta”, ha avuto nel tempo come veicolo anche l’opinione spocchiosa e pseudoelitaria di un certa tipologia di abitante veneziana/o del centro storico, di solito malmostosa/o, supponente. Una tipologia che cerca di rifarsi con questo giudizio sommario e inutile, dalla crisi decennale della città – della ‘parte’ di città cosiddetta ‘città storica’ – in cui “resiste” con stupido orgoglio (l’orgoglio è stupido, non il “resistere” che è una scelta rispettabile e anzi auspicabile). Va detto che è un giudizio o pre-giudizio spregiativo veicolato però solo da una certa tipologia di cosiddetti “veneziani”, per me socialmente e culturalmente la peggiore. Perché poi invece ce ne sono altre di tipologie di “resistenti” in centro storico, diffuse ma meno individuabili, che al contrario hanno da tempo accettato felicemente Mestre e la vivono e la valorizzano in quanto parte vitale della loro stessa civitas, della loro stessa comunità urbana. Andandoci quotidiamanemnte a sbrigare qualsiasi faccenda senza alcun trauma di cesura (mi ci metto tra questi, ma in buona e folta compagnia). Si aggiungono ovviamente a quei molti “veneziani” che poi in terraferma in gran maggioranza sono andati ad abitarci e che vedono la loro realtà attuale con tutt’altri occhi. Forse perché se ne sono fatti una ragione, molto perché ne vedono i vantaggi e i pregi.
Sia chiaro: a Mestre le brutture edificatorie ci sono e soprattutto ci sono state, hanno una data storica risalente a un periodo ben preciso e recentemente ho promosso con la mia associazione di cammini, Trekking Italia, un trekking urbano che esplorava tutti i quartieri del “brutto” urbanistico della Mestre centrale, quelli legati al passato ormai remoto. I partecipanti al trekking hanno potutto osservare in presa diretta i cinque sei casi urbanistici, abbastanza vasti, ben incistati, ma per fortuna discontinui, tutti risalenti all’infausto periodo, gli anni del boom italiano, pagati a caro prezzo dal territorio, non solo qui.
((( Un altro inciso necessario. Questi cinque, sei quartieri di palazzine spoglie e minimaliste di Mestre di quel periodo sono quartieri che non vanno confusi con i cosiddetti “buchi” urbanistici di oggi, di cui tanto si parla, che sono tutt’altra cosa (ce ne siamo occupati e ce ne occuperemo ancora su questa rubrica). Non sono pochi i “buchi’”, contenitori o aree, solitamente di ex uso pubblico o privato ex produttivo o ex direzionale, e quasi mai residenziali; alcuni anche vasti purtroppo, ma tuttavia isolati tra di loro e ben individuabili, potenzaiale oggetto di rigenerazione e la cui non soluzione o, meglio il cui ‘non avvio di soluzione’ è da caricare in parte sulle spalle non troppo responsabili di chi amministra la città da ormai dieci anni, che non può far finta di niente. Dico “in parte’”perché sappiamo che molto poi dipende dalla giungla normativa e dalla burocrazia nazionale, oltre che dalla attrattività generale del territorio, non eccelsa nell’immagine per potenzaili investitori privati. Ma incisività da parte della giunta, coraggio nel farsi mediazione vera e focus sul riuso pubblico e civicamente fruibile, zero. )))
Concluso l’inciso, brutture si a Mestre, inutile negarlo, ma se faccio un confronto con quel che si è visto per il Sud Italia e non solo, devo dire che i quartieri della speculazione edilizia mestrina di ormai 60/70 anni fa sono stati una cosa diversa. Lì, nel sud con quelle proporzioni, sono probabilmente brutture più difficilmente rimediabili, Mestre invece potenzialmente e fattivamente più rigenerabili. Per altro non coincidono necessariamente con gli spazi socialmente degradati, sono spesso frequentati e abitati, soprattutto a Mestre nord, da gente normalissima che a quei contenitori ci ha fatto semmai l’abitudine, e sono dentro a un contesto più generale che a partire già dal 1968/1970, dopo i precedenti anni infausti, è progressivamente migliorato.

MESTRE, QUARTIERE VIA TORINO
Già cominciarono nel metter mano in meglio le giunte degli anni 70/80, con una ripresa nei ’90 e nei primi 2000 (prima giunta Cacciari e poi Costa), e se molti processi rimasero incompleti e monchi lo si deve alle lentezza fisiologica/patologica della politica italiana e della sempiterna burocrazia. Ma l’inerzia complessiva è stata migliorativa, si pensi solo agli spazi verdi, per i quali il territorio della terraferma comunale è passato da un primato italiano negativo solo quarant’anni fa ad uno positivo, essendo oggi il Comune di Venezia nel suo complesso molto avanti in italia nella graduatoria del rapporto verde pubblico/abitanti. Questo trend ha riguardato anche l’edilizia, almeno sul piano strutturale generale. Dal ’70 in avanti ciofecehe inguardabili come quelle precedenti non se ne son più viste, con situazioni, e non poche, anche virtuose, andate ad aggiungersi ad un riordino importante del centro storico mestrino. Persino i grandi falansteri popolari degli anni ‘80-’90, le biancheggianti ‘stecche’ più orizzontali che verticali, ad Altobello, alla Bissuola, a Favaro, discutibili per la povertà dei materiali e per l’insediamento sociale ghettizzante, si possono ancora avvalere del loro isolamento che ne riduce la densità esterna, tant’è che si parla anche, come per la Nave di Altobello, di un recupero. Per un processo di rigenerazione della Mestre anni ’60 c’è chi ad un certo punto ha sostenuto che quei 5- 6 quartieri spazzatura avrebbero dovuto essere interamente “rottamati” alla radice, cioè abbattuti. Anche perché questa provocazione si basava sul fatto che sono edifici con spazi interni angusti, materiali scadenti e del tutto inadattabili, secondo alcuni, a riconversioni ecologiche e ottimizzazione energetica, che le giovani coppie che metton su casa vanno a ricercarsi nelle graziose nuove villete a schiera dei comuni di cintura. Non me ne intendo a sufficienza per avvallare o meno un parere del genere. Vedo solo che a macchia di leopardo, qui e là, si sta a Mestre da tempo cominciando, all’interno dei quartieri anni ’60 teoricamente, secondo la provocazione, da rottamare, a metter mano con perizia alle vecchie palazzine, facendone qualcosa di nettamente migliore, con un salto qualitativo che, se lo si vede in proiezione generalizzato, può essere decisivo. Ripeto: può anche essere che si tratti di maquillage esteriore che non risolve i problemi strutturali in edifici che mancavano spesso, per esempio, di ascensori. Ma se invece ci fosse sostanza, oltre che immagine estetica e paesaggistica migliore, allora il passo verso una ulteriore riqualificazione sarebbe più spedito e definitivo, senza improbabili e difficoltose rottamazioni.
E’ una situazione quella di Mestre in evoluzione verso standard qualitativi urbani potenzialmente anche di eccellenza. E la regia della politica può far fare il salto decisivo, basta volerlo.



