
Tra Ormesini e Hormuz
29 Aprile 2026Tra disordine e nuove regole. Il nostro Momento Grozio
Consiglio la lettura di questo interessante saggio https://legrandcontinent.eu/it/2025/08/22/il-momento-grozio/ del futurologo Paul Saffo. Si intitola “Il momento Grozio” e coglie un intrigante punto di vista sulla fase storica che stiamo vivendo.
Due parole su Ugo Grozio, (nome latino dell’olandese Hugo de Groot). Grozio fu uno dei fondatori del giusnaturalismo moderno, cioè quella corrente di pensiero che parte dall’assunto che il mondo in cui viviamo si attua in modo intelleggibile dalla ragione umana e che per questo esiste un diritto naturale universale, deducibile appunto razionalmente. E, in quanto universale e razionale, indipendente dalle leggi positive dello Stato e dalla religione, anzi valido etsi Deus non daretur (come se Dio non esistesse). Nel 1625 pubblicava De iure belli ac pacis, considerato il testo fondante del diritto internazionale che sistematizzò e rese applicabile un sistema di regole che ridimensiona il ruolo dell’autorità verticale (Dio – monarca – sudditi) e impone norme universali (basate ovviamente sul diritto naturale), valide tra Stati, popoli e attori diversi (ad esempio le grandi Compagnie commerciali). In primis: la libertà di commercio e circolazione nei mari (non a caso, Grozio era olandese e i Paesi bassi in quell’epoca erano una potenza commerciale che fondava la sua prosperità su un capitale immateriale di rotte commerciali, reti di relazioni, finanza, accordi esclusivi ecc.).
Uno sguardo di contesto per introdurre la tesi di Saffo. La fase storica in cui vive e ragiona Grozio presenta un mondo in cui il sistema uscito dalla Pace di Augusta (1555) manifesta tutta la sua obsolescenza. Un mondo basato sull’ordine monarchico come principio di autorità indiscusso perché legittimato dalla religione, plasticamente incarnato dal celebre cuius regio eius religio. Le monarchie sono tormentate da conflitti tra sovrani e corpi intermedi, in primis la sempre più forte borghesia commerciale, la diffusione della stampa consente, da Amsterdam a Venezia, da Lisbona a Londra, la circolazione di idee e opinioni critiche che viaggiano più veloci dei controlli e della censura delle autorità statali. Altro grande fattore di crisi il cambio di scala delle rotte dei commerci; dove viaggiano le merci viaggiano, appunto, anche le idee nuove. Non solo: il commercio mondiale fa entrare in scena nuovi attori e nuove logiche. Le grandi compagnie commerciali (come la Compagnia Olandese delle Indie Orientali e l’inglese East India Company) operano oltre i confini, creano interdipendenza economica e dunque si impone la nascita di un sistema di regole condiviso tra tutti i soggetti operanti. Da qui appunto l’esigenza di un Diritto Internazionale. Che è sostanzialmente quello che emergerà con la Pace di Westfalia (1648) con cui si chiude la Guerra dei Trent’anni. Il mondo (occidentale s’intende) postwestfaliano vedrà riconosciuta e rinforzata l’autonomia interna degli Stati Nazionali, svincolati da ogni subordinazione al Papa o all’Impero, e insieme vedrà sancito che questi devono attenersi a regole generalmente riconosciute tra tutti i soggetti operanti in ambito internazionale. Il cuius regio eius religio sopravvive come principio interno di controllo ma perde decisamente centralità.
Fatta questa premessa storica, veniamo al cuore della tesi di “Momento Grozio”. L’architettura westfaliana, fatta (sintetizziamo) di 1) confini territoriali chiari, 2) non ingerenza negli affari interni, 3) diplomazia tra Stati, 4) guerra come alternativa alla diplomazia ma comunque relazione tra entità sovrane, è durata ottimamente circa 3 secoli. Dal secondo dopoguerra sono sorte entità sovrastatali (l’ONU, NATO, la Comunità Europea ecc.) ma il software di base è rimasto in sostanza quello del 1648. Fino all’avvento di fenomeni “non westfaliani” ovvero:
- L’informazione globale: internet e AI che spostano il potere comunicativo fuori dallo Stato, creano opinioni transazionali (perfetto parallelo con la stampa ai tempi di Grozio);
- La globalizzazione: le supply chain mondiali, le multinazionali, operatori privati con patrimoni superiori a quelli di certi Stati, decisioni economiche – con forti conseguenze sociali e politiche – fuori dal controllo degli Stati (l’equivalente delle Compagnie delle Indie del XVII e XVIII secolo);
- Problemi planetari non controllabili da singoli Stati: emergenza climatica, cybersicurezza, pandemie, AI.
Questa, dunque, l’intrigante suggestione: siamo probabilmente di fronte a una fase epocale in cui le “regole del gioco” non tengono più, similmente all’Europa della prima metà del XVII Secolo. Il mondo è troppo complesso per essere governato con le vecchie regole ma quelle nuove non esistono ancora (né si vede un nuovo Grozio all’orizzonte). Con l’aggravante, tutt’altro che secondaria, che le istanze sono enormemente oggi più complesse (se non altro per la potenza autodistruttiva delle armi oggi a disposizione). La domanda delle domande è dunque: quale nuovo sistema di regole può governare questo mondo, totalmente interconnesso ma senza un’autorità unica?
La risposta che dà Saffo è molto articolata e non del tutto convincente (forse perché lui è un futurologo e chi scrive è incapace di disancorarsi dal presente). Lascio agli interessati di leggere il saggio ma trovo utile distillare alcuni concetti su cui tutti riflettere per consolidare la consapevolezza del momento storico in cui ci è capitato di vivere. Forse la considerazione più utile per guardare al presente è rassegnarsi al fatto che, se nel Seicento il sistema poteva essere riorganizzato, oggi la velocità dei cambiamenti tecnologici e l’enorme interdipendenza dei fenomeni planetari fanno sì che le istituzioni sono fisiologicamente in ritardo su problemi (basti pensare alla UE). Ed è quindi probabilmente illusorio pensare a un’unica governance; più realistico e opportuno immaginare un sistema ibrido e stratificato, composto da diversi elementi: il diritto internazionale, alleanze regionali, una governance tecnica mondiale fatta di standard e protocolli applicativi riconosciuti e accettati universalmente, e una indispensabile regolazione tra soggetti privati. Insomma, siamo in una fase in cui il problema non è trovare un (impossibile) ordine planetario unico ma capire se e come il mondo possa essere governato senza.
Non mancano, del resto, esempi passati e presenti di forme efficaci di governance plurale: segno che non siamo condannati al disordine. Più che cedere al pessimismo, è opportuno riconoscere che il mondo non è mai stato così complesso e che proprio per questo richiede soluzioni nuove, ibride e ancora in costruzione.
Immagine di copertina © Avvenire



