
Tra disordine e nuove regole. Il nostro Momento Grozio
29 Aprile 2026
La sindrome del patto di stabilità
1 Maggio 2026Un’idea di Italia liberale
di ZEFFIRO CIOFFOLETTI Nell’aprile del 1923 il giovane Piero Gobetti, che da poco aveva fondato “La Rivoluzione liberale”, diede vita anche alla casa editrice che pubblicò la raccolta dei Discorsi politici (1919-1923) di Giovanni Amendola. Lo ricorda lo stesso Amendola nella Prefazione: «Aderendo all’invito, rivoltomi dall’editore Piero Gobetti, di raccogliere in un volumetto i discorsi da me pronunziati, nella Camera e fuori, durante il periodo corrispondente alle due legislature postbelliche (1919-1923), ho inteso riconfermare pubblicamente una direttiva di pensiero politico, mantenutasi rettilinea attraverso le accidentalità, gli imprevisti e le catastrofi di questi anni eccezionali, e che può, a mio avviso, rivendicare i suoi titoli non soltanto dinanzi al presente ed all’avvenire».Tale «direttiva», spiegava sempre Amendola, «si riassume in una appassionata ed incrollabile fede nello Stato nazionale, concepito come la sola creazione veramente rivoluzionaria di un millennio di storia del popolo italiano, e come la sola garanzia efficace del suo avvenire; ed in una consapevole volontà di azione rivolta ad introdurre tutto il popolo nella vita dello Stato, allargando, profondendo e consolidando le sue fondamenta in tutta l’estensione spirituale della coscienza italiana».
Già in queste parole si sente un’impronta fortemente mazziniana come la intese il giovane Nello Rosselli che di Mazzini fu storico, e che dopo il delitto Matteotti aderì al partito fondato dallo stesso Amendola (1), come il fratello Carlo, era amico di Gobetti e tutti e tre consideravano Giovanni Amendola “il capo dell’opposizione costituzionale” di fronte al fascismo.
In effetti, come la storiografia ha confermato, Amendola, che fece parte del primo come del secondo, debolissimo, gabinetto Facta, rappresentò la linea politica più decisamente antifascista del governo, sostenendo, la notte precedente la “marcia su Roma”, la necessità dell’impiego dell’esercito per fronteggiare l’insurrezione.
Come ha scritto Elio D’Auria, con Mussolini al governo Amendola divenne il capo riconosciuto di tutte le forze costituzionali di ispirazione liberal-democratica (2)
Giovanni Amendola, che si era dedicato sin dal 1912 all’impegno giornalistico, prima nel “Resto del Carlino” con il sostegno di Mario Missiroli, poi al “Corriere della Sera”, dove Luigi Albertini lo volle al suo fianco per le affinità culturali e politiche. Tutti e due erano contrari al trasformismo, al giolittismo e al nazionalismo. Tutti e due aderirono all’interventismo democratico a fianco della Francia e dell’Inghilterra e contro qualsiasi pretesa espansionistica nell’Adriatico.
Con grande coerenza e coraggio Amendola combatté sul fronte di Gorizia, sul Podgora e sul fronte dell’Isonzo. Rimase ferito e fu decorato. Appoggiò l’idea di un governo di unione presieduto da Vittorio Emanuele Orlando, che poi criticò per la debolezza tenuta dall’Italia alla Conferenza di pace, gli sembrava utile al paese che aveva vinto, ma al prezzo di grandi sacrifici sociali.
Alla fine nel momento più grave degli scontri politici dal dopoguerra Amendola decise di scendere in politica al fianco di Francesco Saverio Nitti, che rappresentava l’unica carta del liberalismo per fronteggiare i partiti di massa, socialisti e cattolici. Così si candidò nelle elezioni politiche del novembre del 1919 in una lista liberale democratica e nittiana nel collegio di Salerno. Durante la campagna elettorale affrontò il tema del ricambio della classe dirigente e dell’inclusione delle classi popolari, che avevano pagato il prezzo più duro nella guerra, nella compagine dello Stato unitario. Invitò anche le forze liberali e costituzionali a superare le divisioni per rafforzare l’esecutivo, ma anche il ruolo del Parlamento.
In realtà le elezioni politiche del novembre del 1919, svoltesi con sistema proporzionale, avevano favorito i partiti di massa e cioè i socialisti e i popolari. Tuttavia l’area liberale e democratica, spezzettata in almeno sette formazioni, aveva ottenuto un numero rilevante di seggi: 167 i liberali, più 85 fra socialisti riformisti, radicali e repubblicani. Quando nel 1920 si formarono i gruppi parlamentari, i liberali seguaci di Salandra ottennero 23 deputati, la democrazia liberale con Giolitti e Orlando 90 deputati, il gruppo di rinnovamento 35 deputati, i radicali 57 deputati, i socialisti riformisti di Bonomi 20 deputati. Fu proprio dopo il discorso della Corona del dicembre del 1919 che si cominciò a parlare dell’esigenza di formare un’alleanza tra le forze “costituzionali”, in tutto 242 deputati. Fu proprio Giovanni Amendola a sciogliere il nodo dell’indirizzo politico verso una maggioranza democratica e riformatrice affidata proprio a Nitti.
Il primo governo Nitti, infatti, mirava alla ricostruzione del tessuto civile ed economico del paese, ma doveva fronteggiare la drammaticità dello scontro sociale innestato dai socialisti massimalisti, che volevano fare “come in Russia”, ma anche le divisioni interne delle forze liberali (3)
La crisi che portò alla caduta del governo fu l’occasione del primo discorso parlamentare di Amendola il 26 marzo 1920. Discorso che fu molto apprezzato da Gobetti e che ebbe una grande eco nella stampa. Per Amendola bisognava che i liberali cercassero l’appoggio dei popolari di don Sturzo e dei “socialisti collaborazionisti”, ma, come è noto, i seguaci di Turati, che pure era contrario alla violenza e al fare “come in Russia”, perché avvertiva la inevitabile reazione che ne sarebbe scaturita, non vollero rompere l’unità del partito.
Nel secondo governo di Nitti entrò lo stesso Amendola come sottosegretario alle finanze. Tuttavia il nuovo governo durò appena tre settimane, dal 22 maggio al 16 giugno del 1920. Giolitti ritornò al potere, ma davanti all’espansione dei conflitti sociali, nel maggio del 1921 aprì la crisi che portò alle elezioni anticipate. Amendola, che aveva appoggiato Giolitti e ne era rimasto deluso, si ripresentò nel collegio di Salerno ottenendo un notevole successo, nonostante le manovre del prefetto contro la sua elezione.
Amendola, al contrario di Giolitti, era favorevole ad un intervento forte dello Stato per ricondurre al rispetto della legge e dell’ordine pubblico sia il sovversivismo socialista sia lo squadrismo fascista, considerati nemici del regime costituzionale e del Parlamento. Lo dichiarò con forza nel discorso alla Camera dei deputati del 23 luglio 1921. Per lui i fascisti, diventati un “partito armato” se volevano salvare l’ordinamento costituzionale, dovevano sciogliere le squadre armate.
Mentre molti liberali volevano servirsi strumentalmente del fascismo per spingere i socialisti riformisti a uscire dal partito e ad entrare nel governo, Amendola voleva reprimere la violenza delle “squadre” così come la violenza “rossa”, ma utilizzando la forza pubblica. Per coagulare le forze liberali e democratiche, Amendola fondò “Il Mondo”, il cui primo numero uscì nel gennaio del 1922 e subito dopo, nel giugno dello stesso anno, fondò il Partito democratico italiano.
Fu quello uno dei periodi più gravi del “biennio rosso”, che vide crescere di consensi la reazione armata del fascismo e l’azione ambigua di Mussolini. Un’ambiguità che ingannò tanti, persino gli esponenti di punta della cultura politica liberale. Mentre Amendola fin dal 1922 prese a fondamento della sua battaglia politica l’antitesi radicale tra il fascismo, “stato di parte”, e lo Stato liberale.
Già nell’estate del 1923, in occasione della discussione sulla riforma elettorale (Acerbo), si fece strenuo difensore del ruolo del Parlamento come luogo istituzionalmente configurato per il confronto politico. Per questo Amendola voleva dar vita ad un partito in grado di concentrare tutte le forze liberali e democratiche che si opponevano al fascismo, che ormai al governo stava occupando gli organi dello Stato liberale o gli affiancava il Gran Consiglio o peggio ancora la Milizia nazionale.
Per questo i fascisti videro in Amendola, così come in campo socialista Giacomo Matteotti, i loro più pericolosi avversari. Per questo Amendola fu ripetutamente fatto bersaglio di aggressioni. Il 15 dicembre del 1923, in occasione della visita del Re a Salerno, Amendola fu assediato nella sua abitazione senza che i carabinieri intervenissero per fermare la squadraccia fascista. Lo stesso avvenne a Roma il 26 dicembre successivo quando Amendola fu aggredito alle spalle e bastonato da un gruppo di fascisti. La tecnica dell’aggressione di Amendola fu la stessa che poi subì Matteotti. Il villino dove abitava Amendola con la sua numerosa famiglia doveva essere sorvegliato notte e giorno dai carabinieri. Quando Amendola uscì di casa fu seguito da un’automobile da cui scesero coloro che lo picchiarono a sangue.
Mussolini, che si trovava a Milano, fu avvertito telefonicamente e commentò: «Molto bene». A compiere l’attentato erano stati gli uomini della banda di Amerigo Dumini, forse gli stessi che organizzarono il rapimento e l’assassinio di Giacomo Matteotti.
Il giovane Gobetti non poteva non tener conto di tutto questo quando propose ad Amendola di pubblicare i suoi discorsi alla Camera e fuori, che Amendola stesso intitolò Una battaglia liberale. Amendola, come scrisse, era consapevole che «il tono ed il linguaggio di questi discorsi appariranno stranamente dissonanti nei confronti di quelli che prevalsero in Italia durante gli anni trascorsi dall’armistizio ad oggi, così come il linguaggio della ragione stride nei confronti del linguaggio della passione».
Secondo Amendola coloro che dopo la guerra puntavano alla ricostruzione del paese, sconvolti dalla guerra, non potevano parlare «lo stesso linguaggio né battere gli stessi sentieri di chi sente la guerra soprattutto come uno strumento rivoluzionario; ed avendola giustificata, nella propria coscienza, con fini di sconvolgimento interno oltreché internazionale, non si sente pago se non quando lo strumento della guerra ebbe impiegato fino alle sue estreme conseguenze».
Per essere più chiari citiamo ancora Amendola: «Per le vie della vendetta si cacciarono tutti coloro che avevano subito la guerra e che attendevano la rivincita della rivoluzione – e così assistemmo all’ondata della follia bolscevica – ; per le vie dell’avventura si orientarono senza rimorso i nazionalisti e quegli interventisti di sinistra da cui trassero origine i fascisti; ne nacque un conflitto profondo e dilacerante, nel quale lo Stato liberale non seppe intervenire in tempo, e che esso contribuì ad accentuare e ad aggravare con le elezioni del ’21; premessa necessaria della conquista fascista dello Stato». «Così accadde – questa la conclusione perentoria di Amendola – che la soluzione della crisi post-bellica italiana sfuggì allo Stato e che la battaglia liberale del dopoguerra – sulla quale, del resto, pochissimi avevano creduto – fu una battaglia perduta».
Dopo il delitto Matteotti ogni equivoco sul fascismo era ormai impossibile. Mussolini era l’ideatore del partito-Stato fondato sulla forza e sulla dittatura. In verità anche don Sturzo in articoli pubblicati nel libro Popolarismo e fascismo, apparso nel 1924, sempre per volere di Piero Gobetti, era apparsa l’idea del fascismo come un «sistema totalitario» (4)
Insieme con Sturzo, Giovanni Amendola in un articolo del 5 aprile 1923 su “Il Mondo” scriveva che il fascismo aveva «le pretese di una religione». Il fascismo non «mirava tanto a governare l’Italia, quanto a monopolizzare il controllo delle coscienze». E sempre su “Il Mondo” il 12 maggio indicava il fascismo come “sistema totalitario”. In un articolo del 2 novembre dello stesso anno, nei giorni in cui il Senato dava il via alla legge Acerbo, Amendola scrisse che «la caratteristica più saliente del moto fascista rimarrà, per coloro che lo studieranno in futuro, lo spirito “totalitario”, il quale non consente all’avvenire di avere albe che non saranno salutate col gesto romano, come non consente al presente di nutrire anime che non siano piegate nella confessione “credo”».
Dopo il delitto Matteotti, Giovanni Amendola scrisse su “Il Mondo” che ormai il Parlamento era ridotto ad una «burla» e il 5 giugno del 1924, parlando al congresso dell’Unione Nazionale, che egli considerava un movimento per la salvezza delle istituzioni liberali più che un vero e proprio partito, dichiarò che il fascismo era animato da una «ansiosa volontà totalitaria». Lo stesso Mussolini, una settimana dopo le parole di Amendola, rivendicò proprio la «feroce volontà totalitaria del fascismo».
Amendola, però, non rinunciò alla lotta nel tentativo di coalizzare tutte le opposizioni al fascismo nella “secessione dell’Aventino”, annunciando che non avrebbe partecipato alle attività parlamentari fino a quando non fosse stata ripristinata la legalità. Fu sempre Amendola a proporre a Benedetto Croce la redazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti, che fu pubblicato su “Il Mondo” il 1° maggio del 1925. Si aspettava, Amendola, una reazione del Re o una risposta del popolo contro chi calpestava le istituzioni dello Stato liberale. Come sappiamo, la secessione dell’Aventino non produsse i risultati sperati (5)
Anzi Mussolini rilanciò con il discorso del 3 gennaio 1925 con il quale si inaugurò la dittatura del fascismo. Invano il 27 dicembre del ’24 Amendola aveva pubblicato sul suo giornale il “memoriale” di Cesare Rossi con cui si evidenziava la responsabilità dei più stretti collaboratori di Mussolini nel delitto Matteotti, nonché la responsabilità dello stesso.
Il 21 luglio del 1925, dopo i duri scontri parlamentari e le tante minacce e aggressioni contro di lui, Amendola decise di prendersi una pausa, recandosi a Montecatini. Appena arrivato in albergo, si accorse che per strada, davanti al portone, si era riunito un gruppo di squadristi armati di mazze ferrate e di rivoltelle, comandati da Carlo Scorza, futuro segretario del Partito Nazionale Fascista. I fascisti sfidarono Amendola ad uscire dall’albergo e Scorza garantì che nessuno lo avrebbe aggredito. Nel frattempo, al calare della notte le forze dell’ordine che avrebbero dovuto proteggere il capo dell’opposizione si dileguarono.
Invece quattro energumeni afferrarono Amendola, lo caricarono di forza in un’automobile e lo pestarono a sangue. Per via delle ferite riportate Giovanni Amendola riparò in Francia per curarsi dai postumi dell’aggressione. Ai primi di dicembre del 1925 tornò in Italia, ma alla fine del mese dovette rientrare a Parigi per affrontare un intervento chirurgico per rimuovere un vasto ematoma al torace. Tutto inutile. Giovanni Amendola morì a Cannes il 7 aprile 1926. Nello stesso anno Mussolini con le “leggi fascistissime” completò l’opera dello stato dittatoriale, quel sistema totalitario di cui Amendola aveva parlato fin dal 1923. (da SOLO RIFORMISTI)
Introduzione a una “Battaglia Liberale – Discorsi politici (1919-1923)” di Giovanni Amendola, Straborghese Edizioni.
.
- 1 Cfr., Z Ciuffoletti, Nello Rosselli uno storico sotto il fascismo, Firenze, La Nuova Italia, 1979
- 2 Cfr., E. D’Auria, Liberalismo e democrazia nell’esperienza politica di Giovanni Amendola, Società Editrice Meridionale, Salerno-Catanzaro, 1978. Lo stesso ha curato di Amendola, La crisi dello Stato liberale. Scritti politici dalla guerra di Libia all’opposizione al fascismo, Newton Compton, Roma, 1974 e Carteggio. 1897-1926, Laterza, Roma-Bari, 1986. Si veda anche Simona Colarizi, I democratici all’opposizione. Giovanni Amendola e l’Unione nazionale (1922-1926), Il Mulino, Bologna, 1973. Infine, di R. Pertici al Carteggio Croce-Amendola, Istituto Italiano per gli Studi Storici, Napoli, 1982.
- 3 Cfr., D. Breschi-Z. Ciuffoletti, Sfide a sinistra. Storie di vincenti e perdenti nell’Italia del Novecento, Firenze, Le Lettere, 2023
- 4 Cfr. G. Scichilone, Le origini del totalitarismo: l’analisi pionieristica degli antifascisti italiani, in F. Falchi (a cura di), Declinazioni della democrazia fra recente passato e futuro prossimo, Firenze, CET, 2015, p. 253.
- 5 Cfr. G. Amendola, L’Aventino contro il fascismo. Scritti politici (1924-1926), Milano-Napoli, Ricciardi, 1976.
.



