
La moschea alla Misericordia
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Palmira, il Daesh e noi
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In fondo dobbiamo ammetterlo, Renzi su un aspetto ha di sicuro ragione da vendere: in Italia è ora di passare dalle parole ai fatti.
Siamo un paese di inguaribili chiacchieroni, questa la verità. Ci piace da morire discutere, spaccare il capello in quattro, azzuffarci senza fine in duelli verbali che più sterili sono maggiore successo hanno.
Venezia, da lembo del Bel Paese qual è, si adegua all’andazzo generale. Di buon grado, aggiungo. Cerchiamo di non dimenticare che il nostro amato concittadino Carlo Goldoni ha ambientato le Baruffe chiozzotte da queste parti. Un caso?
Il fatto, accertato, di non riuscire mai a decidere nulla, a dispetto delle formidabili energie dialettiche profuse, genera spesso esiti imprevisti. Talvolta persino inimmaginabili all’inizio della discussione. Cos’è successo nel frattempo?
Il Mondo, semplicemente, è andato avanti, con tempi e intensità spesso prevedibili, anche se noi, occupati a sperperare noi stessi nelle nostre guerre intestine, eravamo troppo distratti per accorgercene.
Entriamo nel vivo, però, e addentiamo la mala bestia del girovagare verbale, tanto caro a chi dice d’interessarsi delle “cose veneziane”.
Qualche giorno fa ho incrociato un sincero cultore di Venezia, il quale sostiene che la città sia vittima di tre tumori, proprio così. Quali? Biennale, Università, Turismo di massa.
La Biennale perché occupa ogni e qualunque spazio rimasto “incustodito” e intasa con orde di visitatori aggiuntivi calli, campi e vaporetti. L’Università farebbe lo stesso, con l’aggravante, poi, di rivendere alla grande ricettività alberghiera i palazzi acquisiti e facendo impazzire, tramite gli studenti fuori sede, il mercato della residenza. Sul Turismo di massa non spendo parole, essendo questione fin troppo nota.
L’indulgenza verso Biennale e Università, inoltre, sarebbe dovuto al dominante pensiero unico, che pretende per Venezia il ruolo di capitale della cultura e vede in questa il motore di ogni futuro della città. Pensiero unico senz’altro di matrice cacciariana e giacobin-illuminista.
Insomma, un disastro.
Quali i rimedi? Ridurre Biennale e Università a dimensioni minori, chiudere Venezia all’accesso indiscriminato di chiunque. Smetterla, soprattutto, con questa litania della cultura quale motore dell’economia veneziana, ripartire da… già, da cosa?
Una delle caratteristiche normali di questo tipo di discussioni è che non esistono suggerimenti “positivi”. Con il termine intendo delle soluzioni pratiche e praticabili che possano condurre, in un qualche tempo ragionevole, alla meta desiderata.
Primo punto: quale sarebbe, poi, la meta? Perché, vorrei ricordarlo, tutto è passibile di dibattito e, in seguito, d’intervento politico e amministrativo, però bisogna prima avere una minima idea su dove si vuole andare a parare. Le rotte, per essere tracciate, hanno bisogno di un porto d’approdo.
Sinceramente non l’ho capito. Non riesco a individuarlo. L’unica risposta che mi so dare è che tutti vorrebbero “stare meglio”. Desiderio umano e perfettamente condivisibile ma…
… non è che si confonda un disagio individuale, dalle molte e diverse cause, con un problema di ordine sociale e, quindi, generale?
In soccorso, a questo punto, potrebbero venirci le cifre. Queste, almeno, dovrebbero fornirci le coordinate entro cui sviluppare i nostri ragionamenti.
Biennale: visitatori 2013, 475.000, in crescita dell’8% rispetto al 2011. Edizioni da record, l’ente si è detto soddisfattissimo. Ha chiuso il bilancio in attivo nonostante il “peso”, se così posso esprimermi, delle sezioni teatro, danza e musica, da sempre storicamente in rosso profondo. Del resto, è uno dei compiti delle istituzioni culturali, trovare il modo di tenere in vita produzioni di alto valore artistico, ma economicamente improduttive, attraverso attività a valore aggiunto. Brava la Biennale a riuscirci.
Non piace l’arte contemporanea? Questo è un discorso diverso. Anche a me può non emozionare come l’antica, e giusto per non nascondermi confesserò che mi succede proprio così, ciò non toglie che i miei gusti personali c’entrino poco con l’interesse generale.
Comunque sia, a Kassel, Assia e quindi Germania, Documenta, evento del tutto analogo alla Biennale Arte, convoglia su una città di 196.000 abitanti circa 2.000.000 di visitatori. L’unica differenza è che Documenta si svolge ogni cinque anni. Non mi pare ci siano insurrezioni anti-Documenta in atto nell’Assia o che questa sia percepita come un “problema”.
Università. Ca’ Foscari e IUAV totalizzano poco più di 25.000 iscritti, vale a dire il 9,6% del totale dei residenti. Tanti? Pochi? Ho svolto una piccola indagine.
A Ferrara, 135.000 abitanti circa, gli iscritti alla locale università sono più di 16.000, cioè l’11,67%. A Bologna, 378.000 abitanti, Alma Mater ha qualcosa come 80.000 iscritti. Saliamo al 21,16%, quindi. Torniamo vicini a noi e vediamo che a Padova, 213.000 abitanti, l’università conta la bellezza di 61.000 iscritti: arriviamo al 28,6% dei residenti.
In tutti e tre i casi, l’Università è percepita come risorsa, un grande volano economico produttore di posti di lavoro… qualcuno ha mai pensato a quanti impiegati, amministrativi, tecnici, semplici addetti alle pulizie e alla guardiania e anche docenti, pur se questi hanno un bacino di reclutamento ben diverso, comporta una istituzione del genere?
È vero, tanti studenti fuori sede generano pressione sul mercato dell’affitto: anche redditi per i residenti, dei quali ci si dimentica con facilità, e comunque restiamo nel campo dei problemi affrontabili.
Siamo al punto: per uscire dalle semplici lamentele e migliorare la qualità della nostra vita, dalle “parole ai fatti” per usare la terminologia renziana dell’inizio, può darsi sia necessario affrontare le situazioni come realtà da modificare, invece di percepirle come drammi esistenziali senza soluzione. A parte, è chiaro, il ritorno a un passato fantastico di luce, benessere e gioia per chiunque. Cioè a Venezia Serenissima, Mito nostalgico colorato di rosa.
Come mai non succede?
Nel 1958 Claude Levi-Strauss pubblica Antropologie structurale[1]. Alle pagine 233-34 dell’edizione di Plon, Magie et religion, ci fornisce, forse, una risposta. Nelle due pagine citate, sostiene che le forme mitologiche sono dei modelli, anzi per la precisione delle “catene tematiche di relazioni simboliche”, in cui le relazioni appunto sono più importanti dei contenuti.
Partendo dalla constatazione che la coscienza individuale tende a minimizzare la fatica, si comprende come mai sia più facile rapportarsi a una tragedia, o a qualunque evento percepito come tale, quando s’immagina sia già stata affrontata e superata da un lontano eroe del passato, piuttosto di provare noi stessi, in prima persona, a confrontarci con quanto ci riguarda direttamente.
Cosa significa?
Noi veneziani di oggi assistiamo costernati alla modificazione delle nostre, individuali e soggettive, condizioni di vita e la viviamo allo stesso modo di una catastrofe. Invece di considerare l’evento alla stregua di un problema pratico, con il quale confrontarsi provando a trovare le risposte, ci rifugiamo nelle spire dorate di un tempo glorioso, mai esistito nella realtà, e in progetti utopici a questo legato. E su tale base ricamiamo infinite chiacchiere senza avere alcuna disponibilità ad agire. Tante “parole” e niente “fatti”.
La cultura del NO a prescindere, in particolare del No nel mio cortile, “Nimby” not in my backyard, è figlia di tale forma alienata di sfuggire al presente. Del resto, è molto più semplice reagire così che scervellarsi per pensare a qualche soluzione a problemi, in verità, molto normali, diffusi e risolvibili.
Forse dovremmo cominciare a rifletterci sul serio e a guardare a certe nostre reazioni come al segno di una profonda crisi. Di singoli individui, tanto per cominciare, e non della città in generale. Troppo spesso si finisce per confondere il privato, nel senso di personale, con il pubblico. É bene, al contrario, che restino mondi separati. Per il bene di tutti.
[1] Claude Levi-Strauss, Magie et religion, in Antropologie structurale, pp. 233.34, Plon, Paris 1958.


