
La cintura che unisce: Mestre, Venezia e i forti ritrovati.
8 Dicembre 2025
Per ricordare ANNA TOSCANO
9 Dicembre 2025Venezia e Nauru non potrebbero essere più diverse. Una è la capitale mondiale dell’arte, della storia, della bellezza, l’altra è un puntino desolato nell’Oceano Pacifico, la più piccola repubblica del mondo sia per superficie che per numero di abitanti con i suoi 21 Kmq e circa 10.000 persone, che i manuali di economia citano solo come esempio di autodistruzione e di disastro ambientale. Eppure basta guardarle non per ciò che sono, ma per ciò che fanno della propria ricchezza, per accorgersi che Venezia oggi somiglia molto più a Nauru di quanto vorrebbe ammettere.
Nauru aveva un tesoro costituito dai depositi di fosfato, un ottimo minerale per la produzione di fertilizzanti, bastava scavare e vendere. Nessuna filiera da costruire, nessuna industria da sviluppare, nessuna strategia da pensare. I soldi arrivavano da soli. Nauru negli anni ’70 era uno degli stati più ricchi del mondo con il PIL pro capite che volava, con lo Stato che garantiva tutto, dal welfare alle infrastrutture, e la popolazione che si abituava all’idea che il futuro fosse solo una prosecuzione del presente senza problemi di sorta. Poi il fosfato è finito, con l’isola devastata e desertificata dalle escavazioni delle miniere a cielo aperto. E quando un’economia vive solo di un bene non rinnovabile il giorno in cui quel bene si esaurisce è anche il giorno in cui finisce l’economia. Oggi Nauru è una distesa sterile, un Paese che importa perfino l’acqua da bere e che si barcamena in espedienti politici per vivere e tenersi a galla in qualche modo.
E Venezia? Venezia non ha il fosfato, ma ha qualcosa di ancora più prezioso: sé stessa, la Città, il nome, la bellezza, la storia, le incredibili architetture costruite sull’acqua, le innumerevoli opere d’arte che custodisce. Si tratta di beni straordinari, ma tutti beni statici, già acquisiti, un patrimonio accumulato nei secoli cristallizzato nel tempo, non più in evoluzione permanente come nel glorioso passato. Abbiamo così una rendita che in teoria dovrebbe far prosperare, ma che nella pratica ha trasformato Venezia in una “miniera” sfruttata in modo sistematico. Quello messo in atto è un meccanismo di “estrazione” che non ha bisogno di innovare, ma solo di attingere alla rendita di posizione che infatti si sfrutta in modo sempre più generalizzato e consistente.
Il turismo è il primo estrattore. Identico al fosfato per dinamica, differente solo per forma. A Nauru scavavano il suolo, a Venezia scavano la “Città” allontanando i suoi abitanti. Prima si comincia in piccolo, come sempre, il veneziano che affitta la stanza della nonna per arrotondare, poi l’appartamento ereditato dai genitori, poi una casa, poi due, poi un palazzo, ecc.. È comprensibile in un Paese dove i redditi stagnano, le tasse mordono e il mercato del lavoro non dà garanzie, ma poi arrivano le piattaforme che standardizzano e industrializzano l’“estrazione”. Infine arrivano i fondi immobiliari, gli investitori globali che vedono Venezia non come comunità, ma come rendita. I grandi gruppi investono in alberghi, sempre più alberghi, nessuno è interessato a realizzare e mettere a disposizione case per i residenti con la Pubblica Amministrazione che si limita a gestire l’esistente del patrimonio pubblico quando va bene e in ogni caso senza nessuna possibilità per il cosiddetto “ceto medio”. Non si affitta più una casa, ma un pezzo di città. A quel punto la spirale si chiude, il turismo non è più un’opportunità, diventa una monocultura, e come tutte le monoculture impoverisce e desertifica il terreno.
Ma il turismo è solo il primo livello della rendita veneziana. Il patrimonio immobiliare funziona allo stesso modo. Case lasciate invecchiare, restaurate quel tanto che basta per continuare a generare flussi turistici ed economici, nessuna innovazione, nessun progetto industriale, nessuna visione urbanistica, solo estrazione mensile di valore da immobili ereditati. Anche questo era Nauru. Anche lì le famiglie vivevano sugli introiti dei contratti minerari, anche lì non investivano in alternative, anche lì la rendita sembrava eterna, e invece eterna non era.
Poi c’è il patrimonio simbolico. Il nome Venezia, prestato a festival, fondazioni, brand globali che arrivano, consumano l’immagine e se ne vanno lasciando pochissimo nella città reale. La Biennale porta prestigio, certo, ma quante Imprese creative stabili ha fatto nascere? Quanti posti di lavoro qualificati restano dopo lo smontaggio dei padiglioni? Come a Nauru il valore aggiunto si concentra altrove. Gli altri usano la città come logo, Venezia incassa la rendita del marchio, ma una città non vive di marchi, vive di persone e di economie produttive.
E qui arriva il punto dolente. Le persone se ne vanno, i residenti diminuiscono ogni anno, lentamente, ma inesorabilmente. È l’equivalente demografico dell’erosione del suolo a Nauru. Dove un tempo c’era comunità oggi c’è un alternarsi continuo di turisti. Dove c’erano famiglie oggi ci sono flussi di comitive, e senza residenti una città non può creare valore, può solo sfruttarlo fino al collasso.
La cosa più preoccupante è che Venezia, proprio come Nauru negli anni del boom, non ha nessun piano per sostituire la propria rendita, nessuna visione industriale, nessuna strategia per attrarre Imprese innovative, nessuna logica di valorizzazione produttiva, solo gestione del flusso turistico, dibattiti su ticket di ingresso e discussioni infinite su come distribuire la “torta”, la stessa torta di sempre che nessuno sta più preparando e cucinando da tempo.
Ecco il parallelo finale: Nauru pensava di essere ricca perché estraeva un bene naturale, Venezia pensa di essere ricca perché vive della propria bellezza, ma “estrae” i suoi abitanti, il suo essere “Città” e non Museo.
Nauru ha scoperto troppo tardi che un’economia di sola estrazione è un castello di sabbia, Venezia rischia di scoprirlo quando sarà rimasto poco da estrarre.
La differenza è che Nauru non aveva alternative, Venezia sì. Ha un capitale umano potenziale, Università, una posizione strategica straordinaria, un hinterland produttivo, una vocazione storica all’artigianato tipico di qualità per restare una Città viva e non un Museo a cielo aperto privo di residenti. Potrebbe creare valore invece di consumarlo. Potrebbe essere laboratorio europeo di innovazione climatica, economia del mare, servizi avanzati, cultura produttiva. Ma finché resta intrappolata nella logica della rendita ogni discussione sul futuro sarà solo un modo elegante per descrivere l’inevitabile.
La lezione di Nauru è semplice: se vendi il tuo futuro per vivere del tuo passato a un certo punto perdi entrambi. Venezia oggi è ancora in tempo, ma il tempo non è infinito e nemmeno la rendita.



